Monday, May 14, 2007

L’amuleto di Samarcanda, Stroud dà respiro al fantasy

L’amuleto di Samarcanda, primo libro della trilogia ideata dallo scrittore inglese Jonathan Stroud, è un divertente romanzo che apporta alcune originali innovazioni al genere fantasy.

Il romanzo è ambientato in una Londra alternativa del XX secolo in cui il governo è retto dai maghi che ottengono il loro potere dalla capacità di asservire creature provenienti da altri piani dimensionali, rigidamente inquadrate in gerarchie di folletti, jiin ed efreti.

Queste creature, se si escludono le capacità magiche, hanno davvero poco che li differenzia dagli esseri umani, soprattutto nel loro rapportarsi gli uni con gli altri: quella immagina da Stroud è una sorta di società parallela che sembra ispirarsi alle dinamiche di quella umana.

Il protagonista, il giovane apprendista mago Nathaniel, dista anni luce dall’eroismo a cui siamo abituati da romanzi di J. K. Rowling. E’ un perspicace ragazzino insopportabilmente presuntuoso che avreste voglia di prendere a calci nel sedere, legato ad una entità proveniente da un’altra dimensione chiamata Barthimeus.

Proprio Barthimeus è il vero protagonista dell’opera, una creatura antica e potente costretta a servire il giovane Nathaniel e che non perde occasione per commentare sarcasticamente il suo padrone ed il mondo che lo circonda. I suoi contributi alla narrazione sono in prima persona e sempre corredati da note (in prima persona anch’esse) nelle quali Barthimeus non risparmia frecciate verso gli umani e si fa gioco delle tradizioni occultistiche di mezzo mondo.

Si direbbe che i maghi descritti da Stroud siano più vicini a quelli descritti da Terry Pratchett che a quelli della tradizione fantasy-epica.

Stroud ha uno stile leggero e scorrevole, di facilissima lettura, ma che non manca di creare la giusta suspense nei punti più drammatici.

C’è un che di fresco e molto innovativo nella scrittura di Stroud, un felice contributo ad un genere che rischierebbe altrimenti di ossidarsi sull’emulazione dei classici del genere, producendo infinite riscritture de Il signore degli anelli.

La trilogia prosegue con L’occhio del Golem e La porta do Tolomeo, volumi che conto di procurarmi al più presto.

Un libro che piacerà agli amanti del genere, ma che può divertire anche chi non ha la passione del fantasy.

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Monday, April 16, 2007

Il cacciatore di aquiloni, un romanzo afghano

Khaled Hosseini, classe 1965, ha esordito sulla scena letteraria nel 2003 con il romanzo Il cacciatore di aquiloni. Si è parlato sin da subito di caso letterario, essendo di fatto la prima opera di un autore afgano pubblicata in inglese. Il libro ha cominciato ad avere un’eco in Italia negli ultimi due anni, fino ad arrivarmi fra le mani durante le vacanze pasquali.

 

La vicenda prende le mosse dalla Kabul degli anni ’70 e dall’amicizia che lega il giovane Amir, di etnia Pashtun, al coetaneo Hassan, di etnia Hazara. Hosseini ritrae con tocco malinconico e partecipatio la bellezza della Kabul di un tempo, sconvolta dall’irrompere dei russi prima e dei talebani dopo, fino alla fuga di Amir e di suo padre verso l’America. Tuttavia, sarebbe quantomeno azzardato parlare di romanzo storico, come ho sentito dire. La vicenda narrata ne Il cacciatore di aquiloni si limita infatti ad appoggiarsi sulla successione degli eventi storici di quegli anni, spesso vagamente accennati e mai analizzati, quasi si trattasse di deus ex machina ai quali viene solo conferito il ruolo di mettere i presupposti alla prosecuzione della storia. Il tema centrale del romanzo è la terribile colpa commessa da Amir in gioventù, colpa che egli cercherà di espiare attraverso un viaggio nel presente e nella memoria, guidato dal ricordo del genitore e dei suoi amici di un tempo rimasti nella natia Kabul.

 

Hosseini mi ricorda in parte Daniel Picouly nel suo Campo di nessuno, dove il rapporto padre-figlio viene narrato in maniera sognante e spesso tendente al fantastico. Ma se il giovane protagonista di Picouly richiama il passato attraverso la venerazione per il padre e gli dà le tinte del sogno, Hosseini lo colora d’incubo.

 

E’ senza dubbio un libro molto potente nel coinvolgere il lettore, il cui unico difetto sono forse le banalizzazioni tipiche di una scrittura manicheista che é più occidentale che orientale. Tuttavia, per quanto alcuni elementi siano decisamente prevedibili, non tolgono nulla alla scorrevolezza della narrazione e al valore dell’opera, che é già in procinto di diventare un film, in quanto pare che la Dreamworks ne abbia già comprato i diritti schierando lo stesso Spielberg, forse il miglior commento a quel manicheismo a cui ho accennato. Ma, Spielberg o non Spielberg, il libro é all’altezza delle buone recensioni che lo hanno accompagnato.

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Thursday, January 11, 2007

Le ali della sfinge, Montalbano perde colpi?

Sono un grande fan di Andrea Camilleri e del suo personaggio più conosciuto, il Commissario Salvo Montalbano di Vìgata, salito ancora di più alla ribalta negli ultimi anni anche grazie ad una serie televisiva davvero di qualità.

Camilleri, che più volte ha pubblicamente affermato alla sua maniera di essersi “rotto i cabbasisi” della sua creatura (salvo poi pubblicare l’ennesimo nuovo romanzo), si é in questi anni dedicato anche ad altre opere. I suoi altri romanzi che non vedono Montalbano protagonista, ad esempio, sono spesso stilisticamente più curati ed originali, accomunati con il ciclo di Montalbano solo dalla presenza di quel dialetto siciliano a metà fra tradizione e fantasia letteraria che é una delle ragioni che mi fa apprezzare così tanto i suoi scritti.

L’ultima romanzo di Montalbano, Le ali della sfinge, é la cronaca dell’ennesima indagine siciliania che questa volta prende le mosse dal rinvenimento del cadavere di una giovane ragazza in una discarica.

Montalbano indaga come sempre alla sua maniera, coadiuvato dagli immancabili Fazio, Augello e Galluzzo e costretto a confrontarsi con il solerte ed incomprensibile Catarella ed il suo misterioso linguaggio. La trama procede tutto sommato abbastanza prevedibilmente con la comparsa delle solite macchiette di cavalieri, ragionieri, commendatori e magazzinieri che abbiamo già imparato a conoscere, fino alla conclusione dell’indagine ma non della vicenda di Montalbano, che resta come al solito sospeso nel suo rapporto con la compagna Livia e pronto, ci giurerei, a risbucare fra massimo un anno con una nuova indagine.

Detta così, siamo di fronte al solito Montalbano. Perché, dunque, questo libro più degli altri mi ha dato l’impressione di essere stato “tirato via”? La causa potrebbe essere l’intreccio, che mi é parso essere più immediato e semplificato delle altre volte, eppure mi sono reso conto che se confrontato con altri non é né più semplice né più intricato. Forse la ragione é una stanchezza di fondo che mi pare di aver ravvisato nell’autore. Le macchiette sono divertenti, il dialetto come sempre ne amplifica la vis comica e le rende più godibili, ma questa volta hanno il sapore del già sentito, che é sempre sciapo. Anche Catarella, che nelle sue definizioni assurde riesce sempre a divertire, questa volta sembra sotto tono.

Sono piuttosto affezionato a Salvo Montalbano e al microuniverso teatrale dell’immaginaria Vìgata, e non ho voglia di vederlo invecchiare come certi consunti attori che non accettano l’avanzare dell’età e spingono il loro ruolo oltre il ridicolo, cristallizzati nel personaggio che hanno intepretato quindici anni prima.

Forse il problema non é il personaggio, ma la forma della narrazione. Camilleri potrebbe ancora scrivere di Montalbano, magari rinunciando alla forma del romanzo e prediligendo quella del racconto breve, come ha già fatto per Gli arancini di Montalbano e Un’estate con Montalbano, raccoltre di brevi avventure del commissario che, senza dilungarsi troppo nella trama, consentivano all’autore di concentrarsi anche sugli altri personaggi che lo accompagnano. Tirare per le lunghe una storia, invece, apre la strada a quello che per me é la peggiore accusa della quale possa essere tacciato un autore di romanzi: la mancanza di ideee.

Non mi sento, ovviamente, di rivolgere un’accusa del genere a Camilleri, che ha più volte dimostrato come la sua Sicilia non si fermi a Montalbano. Il birraio di Preston ed il più recente Il re di Girgenti, ad esempio, sono degli ottimi romanzi in cui del commissario non c’é traccia e che ci presentano una Vìgata dell’800 teatro di eventi a metà fra l’avvenimento storico e la finzione letteraria.

Ma forse il personaggio di Montalbano, dopo la perfezione raggiunta ne Il cane di terracotta, a mio parere la migliore delle sue indagini, avrebbe bisogno di un piccolo “aggiustamento”. Camilleri potrà essersi rotto i cabbasisi di lui quanto vuole, ma lasciarlo svolgere indagini che non riescono più a coinvolgere il lettore sarebbe davvero un peccato.

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Morte malinconica del bambino ostrica, Tim Burton si reinventa poeta

Nella tradizione delle fiabe italiane, quelle che non sognereste mai di raccontare ai vostri figli per il timore che passino la notte tremndo dal terrore, abbondano sangue, mostri, fantasmi, mutilazioni ed altri orrori. Italo Calvino raccoglieva nel 1956 molte fiabe provenienti dalla varie regioni nel volume Fiabe italiane, un’antologia che per le efferatezze narrate e descritte ci rimanda ai moderni maestri dell’horror.

Tim Burton, il regista che oggi più di tutti a mio parere eccelle nel genere fantasy-gotico, si riscopre poeta e firma una raccolta di brevissime poesie e ballate incentrate sui bambini. E, ovviamente, lo fa alla sua maniera.

I bambini descritti da Burton sono a dir poco particolari: uno ha la testa di un’ostrica, un altro ha due grossi chiodi conficcati negli occhi. Una bambina ama fissare tutto ciò che la circonda con occhi sgranati, un’altra si trasforma in un letto. Una galleria di creature bizzarre, che ancor prima della loro particolarità sono bambini che cercano di vivere la loro vita esattamente come i loro coetaeni. Alcune delle sue poesie potranno sembrarvi struggenti, altre sconfinano nel sadismo. Se non avete familiarità con il cinema di Burton e con quella che potremmo definire la sua poetica dell’anormalità alcune di queste potranno risultarvi indigeste. Non é, difatti, un libro per bambini, ma per adulti che lo sono ancora. E, per coloro che lo sapranno apprezzare, ecco che si presenterà l’immancabile stravolgimento del concetto di normalità, nel quale le caratteristiche dei giovani protagonisti, per disturbanti o esilarati che siano, finiscono inevitabilmente per essere preda della normalità conformizzata, che in Burton viene ad essere l’unica a generare i veri e propri mostri.

La traduzione, non sempre fedele al testo, é di Nico Orengo, che ha scelto di reinterpretare in parte l’opera di Burton elaborandola attraverso la propria poetica e, in alcuni casi, inserendo riferimenti geografici italiani nella descrizione dei luoghi. Il libro presenta comunque il testo originale dell’opera in appendice, con le poesie nella loro versione inglese. Se avete familiarità con la lingua, vi consiglio di cominciare da là, nulla togliendo all’elaborazione/traduzione di Orengo che é comunque  meritevole.

Il libro é stato recentemente riedito da Einaudi e costa 9.50 euro.Per chi ha apprezzato il Natale di Jack Skeleton, é un’opera che non mancherà di divertire e commuovere, un altro tassello da aggiungere alla genialità dell’autore.

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Monday, November 6, 2006

Stefano Benni, i trent’anni della Luisona

Su Repubblica di oggi a p. 19 si può leggere un breve pezzo di Stefano Benni dedicato ai trent’anni di una della sua prima opera, Bar Sport.

Lo scrittore, vicino ormai ai sessant’anni, sembra da tempo aver perso lo stile scorrevole e surreale che contraddistingue la sua prima opera e quelle immediatamente successiva, anche se é ancora in grado di stupirci pubblicando, dopo i deludenti (parere personale) Spiriti e Bar Sport 2000 un romanzo raro ed eccezionale come Saltatempo.

Apprezzo molto anche i suoi occasionali articoli su Repubblica, dove la fiamma del suo genio sembra ancora brillare.

Questo scritto di oggi parte da una sorta di tributo alla sua prima opera e all’istituzione del “Bar Sport”, che rappresenta un locale più idealistico che reale. Lo stesso Benni scrive:

 

Non ho nostalgia del bar Sport, ma delle storie che ci sentivo. Inventate, raccontate, esagerate, e soprattutto create personalmente.

 

La letteratura di Benni parte sempre da un dato reale, dopodiché si arrende alla fantasia e al surreale. Può trattarsi di una fantasia casalinga e nostrana, come appunto in Bar Sport, o di una fantasia carnevalesca e scanzonata, come nella Compagnia dei Celestini, un’altra delle sue opere più riuscite.

I suoi protagonisti non sono mai perfetti, conservano sempre al loro interno l’elemento dell’antieroismo, che poi viene ad essere l’ancora di salvezza in una realtà aggressiva e grigia, da cui ci si difende solo rivendicando l’assurdo e la diversità come barricate che si frappongono ad onde di conformismo.

Scrivere in questo modo per più di trent’anni é un lavoro a tempo pieno. Perché la resistenza degli antieroi di Benni non sembri incomprensibili, é la realtà stessa che non deve essere mai perduta d’occhio. Tant’é che il mestiere di chi scrive alla maniera di Benni ricorda (superficialmente) quello del sociologo che annusa l’aria e cerca di cogliere tutti i mutamenti che stanno interessando la società

Dal 1976, anno di pubblicazione di Bar Sport al giorno d’oggi, la società italiana non ha mai smesso di mutare. Eco delle evoluzioni occidentali, l’Italia é stata interessata da un avvicendarsi continuo di mutamenti, mode e tendenze spesso effimere ma comunque succedutesi.

Benni secondo me é riuscito a tenere il ritmo con questo processo incontrollabile fino al 1992, anno di pubblicazione del già citato La compagnia dei Celestini.

Da quel romanzo, Benni sembra essersi in qualche modo ritirato, o comunque aver modificato il suo modo di scrivere, facendo rientrare i suoi romanzi a tema “contemporaneo” nell’ambito dell’Italia berlusconizzata. Mi direte che anche quello é seguire l’evoluzione della società, che in qualche modo Berlusconi e Forza Italia sono stati artefici di mutamenti sociali, anche se distorti e negativi. Proprio su questo io non mi sento di essere d’accordo.

Non é stato il berlusconismo a modificare la società, é stato il berlusconismo come celebrazione dell’individuo e, più in particolare, della mediocrità (etica e sociale) dell’italiano medio innalzata a bandiera che era già presente in nuce nella società italiana.

In pratica, il berlusconismo non ha fatto che portare sotto gli occhi di tutti la mediocrità insita nell’italiano elevandola a merito, fornendogli così anche un alibi ed una dignità.

Senza divagare ulteriormente dal tema, Benni “berlusconizzando” i suoi romanzi ha perso quella capacità di analisi sociale che aveva prima.

Difatti, i suoi migliori risultati ora prendono in considerazione non tanto la realtà contemporanea quanto il passato, gli anni in cui é cresciuto e che gli hanno ispirato i suoi primi romanzi.

 

Come si può leggere, dunque, questa sorta di celebrazione del trentennale di Bar Sport?

Ce lo dice lo stesso Benni, tramite il confronto. Tutto il suo pezzo si articola su alcuni paragrafi in cui le particolarità del Bar Sport del 1976 vengono confrontate con quelle del Bar Sport 2006. Si ride, perché Benni scrive bene e perché personalmente apprezzo il suo umorismo.

Ma c’è una nostalgia preponderante che emerge da tutto lo scritto, la nostalgia del Bar come centro di aggregazione umana al Bar di adesso, che sembra limitarsi all’essere un esercizio qualsiasi.

La verve di Benni affiora a sprazzi, come nel momento in cui vengono comparati i bagni:

 

Nel vecchio bar Sport c’erano spesso i bagni esterni per raggiungere i quali dovevi uscire ad affrontare intemperie, labirinti e lunghi viaggi. Ma soprattutto c’era il bagno con la terribile turca magnetica. Una trappola viscida e subdola che, per quanta attenzione tu facessi, possedeva un malefico potere di attrazione gravitazionale, che ti faceva scivolare e finire col culo incastrato. Ora, anche in bar modesti, ci sono grandi toilettes con water igienizzati, maniglie antiscivolo, sistemi di allarme e rotoli di carta igienica grandi come rotative, Ma sopra questo bagno c’è sempre il cartello “Bagno fuori servizio. Si prega di usare il bagno di fronte”. E nel bagno di fronte ci aspetta la subdola turca magnetica.

 

Io, per quel che ho letto di Benni, la vedo come una sorta di rinuncia, della quale avevo colto già le avvisaglie da qualche altro. A sessant’anni Benni sembra confessare a se stesso di non essere più in grado di cogliere i mutamenti sociali, che vanno ad una velocità che ormai non può più permettersi di seguire. Per cui ritorna al passato, all’umanità di allora contrapposta alla disumanità di oggi.

Dei Bar del 1970 ricordo veramente poco, essendo nato nel 1976.

Ma nel mio piccolo ricordo vagamente la vita di quartiere, l’atmosfera di un paese microscopico dentro la città di Roma, un paese che consisteva in quattro strade attorno ad un blocco di edifici nel pieno centro di Roma, e sono capace di cogliere le differenza. Quello che mi manca è la penna di Benni per delinearle, esasperarle, colorirle e divertire nel farlo.

 

La rinuncia di Benni è poi definitiva alla fine dello scritto. In merito alle storie a cui ho accennato all’inizio, l’autore conclude:

 

Adesso entro in un bar e sento: “Sentite amici cos’è successo ieri a Briatore”.
Sarà anche una bella storia, ma io esco.

 

E nonostante abbia la metà dei suoi anni e sia in fin dei conti un prodotto di quella società con la quale non riesce più a seguire il passo, mi piacerebbe dirgli che esco anch’io a fargli compagnia.

 

Un’ultima notizia: vi segnalo una simpatica iniziativa da www.stefanobenni.it. Intorno al 9 dicembre verrà celebrato il “Luisona Day”, che consisterà in una lettura pubblica di un pezzo di Stefano Benni (articolo, romanzo, racconto o poesia) da eseguirsi in un bar di una paese o di una città.

Un bel modo per rendergli omaggio, a mio avviso.

  

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Thursday, October 19, 2006

Come dio comanda, il ritorno di Ammaniti

Ogni volta che mi capita di affrontare un viaggio in treno, non posso fare a meno di farmi un giro nella libreria Borri di Termini. Ho un conto in sospeso con quella libreria, un curriculum rifiutato anni fa dal Sig. Borri in persona, ergo non gli farò pubblicità. Anzi, se cercate un libro che non sia commerciale, andate subito da un’altra parte. Ma la posizione strategica mi frega sempre, ed in genere compro sempre qualcosa.

Qualche tempo fa é stata la volta di Come dio comanda, di Niccolo Ammaniti.

Di Ammaniti ho letto quasi tutto, dai romanzi ai racconti. Ultimamente si era dedicato a questi, pubblicandone sulle raccolte Crimini e collaborando al romanzo a più mani Il mio nome é nessuno.

Aspettavo con ansia un suo nuovo romanzo, e con una certa sorpresa me lo sono trovato davanti nella libreria Borri artigliandolo con quella tipica frenesia dei bambini che non sanno aspettare.

Dopo la pubblicazione di Io non ho paura non ero sicuro di cosa mi sarei potuto aspettare. Mi ero goduto sia l’antologia Fango e ancora di più Ti prendo e ti porto via, apprezzandone lo stile pulp e quella comicità che più di una volta sconfinava nel tragico e provocava allo stesso tempo risate e brividi, ma ancora di più mi ero innamorato del romanzo successivo, da cui tra l’altro é stato tratto quello che a parer mio é il miglior film di Gabriele Salvatores.

Mi ponevo dunque il quesito se io non ha paura fosse l’inizio di un nuovo percorso dello scrittore od un meraviglioso e felicissimo unicum.

Mi é bastata la lettura di poche pagine per rispondermi, così come basterà a tutti quelli che hanno letto Ammaniti. Come dio comanda é un ritorno allo stile di Ti prendo e ti porto via, un po’ più maturo e cattivo nelle descrizioni e, conseguentemente, un po’ meno divertente.

La prima sensazione é stata una sottile ed inconfessata delusione. Inconfessata, perché a me lo stile di Ammaniti piace comunque, che sia quello dei suoi primi romanzi o quello di Io non ho paura, ma mi sono reso conto che speravo avesse attinto più dal secondo che dai primi.

Anche se il romanzo riprende l’impostazione che ritrae un interno familiare violento e “problematico”, la mancanza della figura materna (presente invece anche se marginalmente in Ti prendo e ti porto via e Io non ho paura) riduce il rapporto ad un binomio padre/figlio dettato dalla violenza quotidiana, concepita anche come mezzo per la comunicazione dell’affetto.

Come dio comanda, non appassiona quanto gli altri lavori dell’autore. L’handicap principale é forse una sorta di senso dell’inevitabile che connatura la narrazione, dando al lettore il modo di esercitare una sorta di preveggenza su ciò che deve ancora accadere. Handicap che non viene compensato dalla fervida inventiva di Ammaniti, che ancora una volta intreccia a doppio filo le vite dei suoi personaggi, lasciando che sia il caso stesso a manipolare i loro destini.

Anche in questo caso l’autore concede parte della narrazione all’onirico ed alle fantasie dei protagonisti, ma é forse l’aspetto meno innovativo del suo stile, in quanto riscontrabile in grandissima parte della narrativa contemporanea.

L’elemento pulp, più presente che mai, é godibile, anche se in questa affermazione c’é molto di personale, in quanto appassionato del genere sia televisivo che letterario. Ad alcuni potrebbe non piacere, oppure, nell’abbondanza di pulp cinematografico e televisivo degli ultimi tempi, potrebbe risultare scontato.

Nulla di nuovo rispetto all’Ammaniti che già conosciamo, insomma. Solo un altro buon romanzo.

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Tuesday, August 22, 2006

Vampirismo moderno, “Io sono leggenda”

Ho finito da pochi giorni questo breve romanzo, che mi ha piacevolmente sorpreso. Conoscerlo, lo conoscevo da tempo, anche se non avevo mai visto l’omonimo film con Charlton Heston la celebre frase “Io sono leggenda”, sintesi efficacissima del romanzo, mi era già nota.

Partiamo da un’affermazione di Stephen King riportata su testo. Il Re del Brivido afferma che fra tutte le sue letture l’autore di “Io sono leggenda”, Richard Matheson, é quello che più lo ha ispirato nei suoi numerosi romanzi.

Le parole di King mi hanno fatto riflettere innanzitutto sull’aspetto stilistico: sia la prosa di King che quella di Matheson, infatti, sono accomunate dall’essere molto scorrevoli, capaci di proiettare sullo schermo dell’immaginazione ciò che si sta leggendo. King poi svilupperà questa caratteristica improntandoci in genere la base della sua narrazione, mentre Matheson alterna momenti di azione a momenti di introspezione che sono comunque sempre filtrati attraverso la descrizione di cosa il protagonista sta facendo in quel momento.

L’influenza di Matheson su King può anche essere estesa ad alcuni dati narrativi. Robert Neville, l’eroe del romanzo di Matheson, nella sua lotta contro i vampiri ricorda il personaggio di Ben Mears ne Le notti di Salem, mentre una certa accuratezza nella descrizione dei particolari degli interni domestici e delle contromisura prese da Neville per trasformare la propria casa in un fortino la si trova poi in tutta l’opera narrativa del Re di Bangor. Ci sarebbe anche il dato dell’alcoolismo, che tuttavia é più da intendersi come elemento autobiografico di King stesso.

 

Il romanzo di Matheson prende le mosse da uno dei classici terrori del secondo dopoguerra, la guerra atomica. In un’America disastrata da un conflitto non meglio specificato, Robert Neville affronta quotidianamente la sua guerra contro esseri umani mutati in vampiri sanguinari. Matheson prende in prestito tutte le storiche caratterizzazioni del vampiro ed i suoi punti deboli (aglio, luce, croce cristiana) e li contestualizza in un mondo moderno. Allo scenario dei vetusti castelli della Transilvania che ci hanno consegnato l’immagine più romantica del vampiro l’autore contrappone una città semidistrutta, in cui l’aspetto fascinoso e dandy del vampiro (che per chi avrà letto Dracula di Stoker sa bene si deve più all’ottima trasposizione cinematografica di Coppola che al romanzo) viene completamente sacrificato a quello brutale e ferino.

In questo scenario, in cui sin dall’inizio trapela in più di un punto l’inutilità dell’agguerrita resistenza di Neville, gli eventi si susseguono nella contrapposizione dell’uomo contro il mostro, fino al completo ed inevitabile stravolgimento della stessa.

Il protagonista si fa forte della sua umanità, contrapponendo il pensiero logico all’istinto animale, dedicandosi alla sopravvivenza ma anche all’indagine scientifica sul nemico, sulle sue origini e sui suoi punti deboli.

Proprio in questo aspetto si cela a mio parere il contributo più innovativo di Matheson alla figura del vampiro.

Partendo dalla maoltiplicazione del nemico, che non é più il malvagio reietto solitario ma il branco, il vampiro non é più carnefice, ma assurge al ruolo di vittima della follia dell’uomo (la catastrofe nucleare). Nel momento in cui i vampiri che assediano la casa-fortino di Neville vengono descritti, si ha la netta sensazione che non vi sia alcuna volontà crudele in loro che non sia il puro e semplice istinto che li porta irresistibilmente verso l’unico essere umano rimasto. Ciò che ne risulta é che la fredda logica di Neville, che con il passare della notte da preda diviene cacciatore, rappresenti un tale vantaggio nei confronti dei suoi nemici al punto da rendere loro la parte più debole nella contrapposizione.

Persa la propria unicità, il vampiro può essere sacrificato alla scienza ed alla psicologia, sezionato come un cadavere di un’epoca trascorsa; “Io sono leggenda” viene dunque ad essere non solo il tramonto del singolo uomo che combatte una guerra insensata contro una moltitudine, ma anche il tramonto del mito, privato delle sue caratteristiche ancestrali e ridotto ad una creatura pietosa, ascrivibile anch’essa fra i prodotti dell’uomo.

Da qui la duplicità del titolo. Non é solo l’uomo la leggenda, ma anche il vampiro come ci é stato consegnato dalla tradizione letteraria.

Ritengo non sia il caso di spingermi oltre nella trama perché ritengo non sarebbe giusto nei confronti di chi non ha letto il libro, che riserva comunque più di una sorpresa al lettore.

 

Attualmente il volume é stato riedito dalla Fanucci e costa 12 euro e 50. Ben spesi, se vi piace il genere.

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Thursday, August 17, 2006

The Boondocks, “Dick Cheney reminds me of Skeletor”

 

 

 

 

 

 

 

 

And so in conclusion, I pray that you do reconsider, and give peace a chane.
Sincerely, Huey Freeman P.S. – Dick Cheney reminds me of Skeletor.
 

 

A scrivere queste parole é il protagonista di The Boondocks, fumetto contemporaneo del trentenne nero Aaron Mc Gruder.

Huey, ragazzino nero dell’età di dieci anni, che deve il nome a Huey P. Newton, fondatore del Black Panther Party nel 1966, é sicuramente il bambino più politicizzato, radicale e incazzato che sia mai comparso sulla scena del fumetto. Persino Mafalda la contestatrice impallidirebbe di fronte alla prese di posizione di questo integralista nero con acconciatura afro.

La lettera di cui sopra é uno dei rari momenti in cui Huey tempera il proprio furore e fa uno sforzo nello scrivere una lettera pacata e civile, senza però essere in grado di rinunciare all’ultimo esilarante (e reale!) post scriptum nel quale il vicepresidente Cheney viene paragonato all’immortale malvagio dei Masters of the Universe.

 

Il fumetto trae origine dal trasferimento dei fratelli Huey e Riley Freeman insieme al nonno Robert Freeman da Chicago a Woodcrest, piccolo borgo medio borghese che consiste in una serie di villette a schiera immerse nel verde, una scuola elementare che porta il nome di Edgar Hoover ed una toponomastica stradale che va da Via del Ruscello Gorgogliante a Via del Capriolo Timido.

La contrapposizione é inevitabile, giacché né Huey né Riley rinnegano le loro origini metropolitane e affrontano il trasloco come una deportazione. In una delle prima strisce del fumetto sarà proprio Huey a dire a Riley “Siamo pellegrini in una terra dimenticata da Dio”, che ha però sin da subito il valore non tanto di una resa alla realtà delle cose, quanto di una dichiarazione di guerra al mondo.

Perché né Huey né tantomento Riley intendono modificare il loro modo di intendere la vita e di rapportarsi agli altri e i termine “pacifica convivenza” é qualcosa che non fa parte del loro vocabolario.

 

Dallo scontro fra la cultura metropolitana di Chicago e la tranquilla vita di Woodcrest Mc Gruder sviluppa la propria opera, privilegiando i bambini come personaggi centrali della striscia.

Una simile impostazione a mio parere richiama decisamente i Peanuts di Schulz, come testimoniano anche alcune strisce ricorrenti, che riprendono elementi chiave delle strisce di Charlie Brown, come l’interno la poltrona sulla quale Huey o Riley scompaiono parzialmente nell’osservazione delle televisione o l’esterno con il muretto che lascia intravedere solo la testa del personaggio e che é sempre utilizzato nelle strisce con almeno due personaggi che parlano.

La stessa tendenza a discutere di argomenti “maturi” dà l’impressione che le discussioni fra Charlie Brown e Linus abbiano avuto una certa influenza nella generazione delle strisce. Tuttavia, le similitudini finiscono qui.

Se infatti nei Peanuts il mondo degli adulti e tutti gli argomenti ad esso correlati (politica, storia, economia) passano sempre attraverso il filtro dell’infanzia e restano visti con gli occhi dei bambini (mi sembra non accada mai o sia estremamente raro che nei Peanuts, fatta eccezione per i personaggi storici, compaia il nome di un politico o di un personaggio noto contemporaneo) nei Boondocks si fanno nomi e cognomi e l’infanzia é solo un dato grafico connaturato all’eveidente giovinezza dei protagonisti.

Se Schulz si qualifica dunque come un poeta dell’infanzia, il cui impegno massimo é quello di evitare che le atrocità del mondo contemporaneo incidano troppo violentemente sull’infanzia, Mc Gruder non si fa alcun problema nel rendere partecipi Huey e compagnia dell’11 settembre, della guerra in Iraq o dell’uragano Katrina. Ed ognuno di questi eventi é l’ennesimo tassello che si aggiunge alla rabbia di Huey, alla sua espressione eternamente accigliata ed alla sua inesauribile necessità di affrontare a testa bassa tutto ciò che lo circonda.

 

La derivanza del nome di Huey Freeman da quello di Huey P. Newton non é solamente un dato nominale, ma anche una dichiarazione politica. Le idee di Huey rispecchiano fedelmente quelle del leade delle Black Panthers, una connivenza di idee che Mc Gruder non si dispensa dall’utilizzare per fare dell’ironia sul protagonista del fumetto. Huey percorre il vicinato con una mazza da baseball che é due volte più alta di lui, perseguita telefonicamente CIA, FBI e Casa Bianca (che sembrano conoscerlo benissimo e gli danno del tu), é oltremodo diffidente nei confronti dei bianchi e violentemente sarcastico e polemico nei confronti dei neri che cercano di integrarsi.

Dall’altra parte, Riley Freeman, più giovane di di due anni del fratello, non ha alcun punto fermo nella sua vita che non sia il rap e la formula del “keep it gangsta”, alla quale si ispira.

Completamente scevro di politica, Riley considera il fratello maggiore uno sfigato, confonde Rodney King (il nero pestato dalla polizia nel 1992 a Los Angeles il cui filmato scatenò una rivolta) con Martin Luther King, passa ore e ore a guardare i video di MTV e non ha altra ambizione che fare soldi e diventare un criminale.

A popolare il resto dell’universo di Boondocks troviamo poi una serie di personaggi che contribuiscono sia a ricordare a Huey e Riley che sono sempre due ragazzini sia a portare un punto di vista differente su diversi argomenti.

Alcuni di essi costituiscono un modello di categoria, come ad esempio la piccola Jazmine Du Bois, di padre nero e madre bianca, che cerca di costruirsi una propria identità razziale spesso in conflitto con Huey, o il padre di Jazimne, Thomas Du Bois, membro della National Association for the Advancemente of Coloured People (NAACP) ed avvocato, rappresentante dell’integrazione e per questo spesso oggetto delle sferzanti battute di Huey.

Spesso é lo stesso Mc Gruder a frenare Huey. Nonostante l’autore sia un fermo oppositore di Bush (é il caso di citare in questo casa la definizione da lui data di Condoleeza Rice come “crminale di guerra” o l’invito a pranzo a Cuba ricevuto da parte di Fidel Castro, eventi sui cui Mc Gruder ha detto di voler scrivere prima o poi un libro), non mancano le occasioni in cui é Huey stesso che viene ridicolizzato da Mc Gruder, che utilizza l’ironia anche nei confronti del radicalismo nero, ben conscio che i messaggi dei suoi leader storici si susseguono nelle parole di un accigliato bambino di dieci anni.

The Boondocks si presenta dunque come una sorta di fusione fra i bambini di Schulz e i protagonisti di Doonesbury (Trudeau viene spesso ricordato da Mc Gruder) incentrata sui neri americani ma anche (e soprattutto) sui luoghi comuni che da anni vengono affibbiati ai neri, senza mai perdere di vista l’attualità e la politica americana. 

In Italia The Boondocks viene pubblicato regolarmente su Linus (anche se per quanto ne so Mc Gruder ha temporaneamente sospeso di disegnare il fumetto) e sono anche state pubblicate due raccolte, Il diritto di essere contro e Pubblic Enemy N° 2, entrambe pubblicate dall’Arcana editrice.

In America é stata anche realizzata una serie TV, i cui trailer possono essere visti sul sito http://www.theboondockstv.com.

 

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Saturday, February 18, 2006

Terry Pratchett: la satira incontra il fantasy

Se siete amanti del genere fanatsy, non posso fare a meno di consigliarvi i libri di questo scrittore inglese. In realtà faccio anche il mio interesse pubbliczzandolo in quanto, la maggior parte dei suoi libri qui in Italia ancora non si é vista. ^^”

Di cosa scrive Pratchett? Prendete il personaggio di Gandalf, immagino che più o meno abbiate tutti presente chi sia. Immaginetene una parodia sferzante che lo vede grasso, sonnolento e pavido. Avrete un personaggio tipico di un libro di Terry Pratchett.

E’ la destrutturazione in chiave comica del genere di fantasy da parte di uno scrittore che mostra di conoscerlo alla perfezione. Pratchett é spietato, non risparmia alcun luogo comune del genere e li mette tutti in ridicolo, estremizzandone gli aspetti ed attualizzandone i contenuti. Proprio quest’ultimo aspetto dei suoi lavori risulta secondo me il più degno di nota, in quanto fa sì che il genere fantasy si trasformi in satira, una satira che sebbene si faccia beffe di draghi, principesse e governanti spietati, trae comunque i suoi spunti dalla realtà odierna.

Vi consiglio in particolar metodo la saga della Guarda cittadina, della quale sono stati per ora pubblicati “A me le Guardie”, “Uomini d’arme” e “Piedi d’argilla”, tutti pubblicati dalla TEA anche in versione tascabile.

 

 

 

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