Di ritorno da Praga
Fresco di ritorno da Praga, meta a lungo sognata e finalmente raggiunta la scorsa settimana, provo a riordinare un attimo le idee su ciò che ho visto. E con l’occasione provo anche ad aggiornare questo blog decrepito in cui con sommo stupore ogni tanto vedo ancora passare qualcuno.
Si parte da un dato di fatto: per me Praga era qualcosa che avevo in testa da anni, un’idea (sballata) nata dai romanzi, da Praga magica di Ripellino e dai racconti dei miei che la visitarono nel 1971.
Onde evitare di scontrarmi violentemente con una realtà che sapevo essere ben diversa, mi sono concesso di spazzare via dalla testa tutto ciò che sapevo e di lasciare che la città mi venisse incontro così com’era.
Ovviamente, non è stato possibile.
Non è stato possibile perché Praga è una città duplice, come una scenografia. Davanti è tutto uno sbrilluccicare di lustrini ed ammiccare di insegne al neon, ma appena si gira sul retro cominci a capire di cosa parla Ribellino: strade buie, edifici che incombono su di te come le mura di un labirinto per giganti, sprazzi occasionali di gotico metropolitano che ti sovrastano.
E’ una città che, nonostante tutto, non ha perso quel suo carattere profondamente malinconico e misterioso celebrato da generazioni di scrittori e di poeti, carattere che in determinati luoghi sembra quasi essere preservato artificialmente, probabilmente con la consapevolezza che esiste anche quel modello di turista che non si accontenta delle luci di Piazza S. Venceslao ma ha anche piacere ad immergersi nelle stradine di Mala Strana.
L’impressione principale é che dalla Rivoluzione di Velluto la città sia stata letteralmente inondata dall’Occidente e, senza quella serie di mutamenti graduali che hanno subito i paesi dell’Europa occidentale, Praga sia diventata un ibrido, una sorta di bolla in cui ancora convivono i deprimenti casermoni comunisti insieme ai McDonald’s spuntati un po’ ovunque come funghi. Di primo acchitto é facile uscire piuttosto confusi da questo guazzabuglio fra neocapitalismo ed ex comunismo. Perché ogni grande piazza della città, ogni grande arteria che viene percorsa ha una sorta di invisibile linea di confine, oltre alla quale sei di nuovo dall’altra parte della cortina. E allora capisci di cosa parla Ripellino, quando scrive di Kafka che ancora oggi ogni notte percorre le strade della città tornando a casa. Vagando in quelle stradine, infatti, é come se il tempo in qualche modo si dilatasse, e gli stessi rumori del caos che é poche decine di metri più in là arrivano attutiti, quasi che la metaforica bolla esistesse davvero.
Anche l’architettura della città riprende lo schema dell’ibrido. Gotico e liberty si fondono in uno stile unico fino a perdere le proprie caratteristiche distintive producendo qualcosa di nuovo, di affascinante ma allo stesso tempo perennemente fuori posto.
In alcune parti della città questi stili si esprimono senza confondersi, come nel caso del Palazzo dell’Opera, una tappa fondamentale per gli appassionati del liberty, o nel gotico delle torri che si innalzano in diversi punti della città quasi a rappresentare una segnaletica stradale alternativa.
E’ una città, insomma, che apparentemente sembra piuttosto lontana dal trovare il proprio equilibrio. Una città che é concepita a misura di turista, ma allo stesso tempo custodisce con una certa gelosia il suo cuore storico per se stessa.
Per chi, come me, intende andare a Praga sulla base di quanto ha letto, affascinato dalla Città Magica e dalle claustrofobiche atmosfere kafkiane, un consiglio: cercate bene. Andate a spasso per Mala Strana di notte, aspettate che gli ultimi turisti lascino il passo alla luce dei lampioni e di tanto in tanto infilatevi in una birreria, bevete e continuate il giro. Lasciatevi ispirare dall’atmosfera e, volgete di tanto in tanto un occhio ad una delle torri. Lentamente, dovreste essere in grado di provare quella dilatazione temporale a cui ho accennato. Anche se solo per pochi secondi, avrete l’opportunità di riflettere su quale sia la “magia” di Praga.
Da un punto di vista più prosaico, invece, eccovi una piccola selezione di opportuni appunti mentali che mi sono fatto durante la vacanza:
1) se siete in viaggio con un amico, e lui vi dirà entusiasticamente che c’éunadiscotecamadonnamiachefigatapienadificaunmito dicendo che ci é stato l’ultima volta nel 1999, fategli notare che le ragazze che c’erano nel 1999 e che avevano 16-17 anni allora sono ancora lì ma l’età si é abbassata a 14-15 e finirete a prendervi a borsarte di ghiaccio i coglioni mentre lercioni cinquantenni pascolano piccoli gregge di agguerrite lolite in guepierre
2) nei supermercati, date sempre la preferenza al LOVICE. Si presenta in genere come salame a fette, é buono ma chiedere cosa sia é segno di profonda scortesia. Zitti e mangiate.
3) Se per orientarvi prendete come riferimento “quella torre là” vi perderete dodici secondi dopo scambiandola per un’altra e raggiungendone una terza per tornare alla prima
4) I semafori di notte durano in media dal secondo al secondo e mezzo, attraversate la strada sempre e solamente in bullet-time
5) Penne a sfera e calze di nylon non funzionano più. Ma proprio per niente…
Da Wikipedia:
Sono ormai un serial-dipendente.
Il cast è fin troppo politically correct e altamente interrazziale, in una maniera quasi esasperata, come se gli sceneggiatori fossero obbligati per razzismi giovanili a coprire tutti i gruppi etnici e tutti i colori di pelle.
I presupposti scientifici (demoliti dalla critica statunitense per la logoro approssimazione) dei casi di Grey’s Anatomy sono funzionali all’esposizione di casi da freak-show: gemelli siamesi, ex-marito ed ex-moglie che copulano e restano incastrati fra i loro piercing genitali, un uomo incinto sono ordinaria amministrazione per questa squadra di allegri erotomani. Anche il punto di vista sulle loro vite è decisamente impietoso, quasi a confermare allo spettatore che, sì, sono tutti dei casi umani, dal primo all’ultimo, eppure all’interno dell’ospedale sono dall’altra parte del bancone dell’accettazione.
Da ormai più di un anno convivo con Eos, un’impunita e tondeggiante felina. Uso volontariamente la parola “convivere” perché ho sempre trovato inesatte le definizioni “ho un”, “sono proprietario di un” in riferimento ai gatti. I gatti, più che essere animali domestici, sono dei conviventi.
Vi segnalo il gioco “Indovina il film” e “Indovina la recensione”, giunti rispettivamente alla terza ed alla seconda edizione. I giochi si svolgono sul forum