Thursday, November 8, 2007

Ratatouille, la cucina come creatività

Pixar, Pixar sempre e comunque Pixar.

Ogni nuovo film della Pixar per me merita di essere celebrato con il canestrone di popcorn, la bibita con cannuccia e lo spirito di un dodicenne. Ratatouille, l’ultimo gioiello, non fa eccezione. Anzi, va oltre ogni più rosea aspettativa.

E’ un film in cui l’animazione della Pixar ha raggiunto livelli di perfezione, con una cura del particolare impressionante, dalle inquadrature della Parigi notturna alla panoramica sulla cucina del ristorante.

Remì, il ratto con il pallino per la cucina, sembra ispirato in parte a Gonzo dei Muppets ed ogni suo particolare è curato fino all’inverosimile, dalla coloritura del pelo alle espressioni.

Ratatouille è un film dove si ride e ci si commuove mentre si cerca di cogliere le numerosissimi citazioni dai classici del cinema che sono ormai il biglietto da visita dei film di animazione di oggi.

Allo stesso tempo, e questo è un qualcosa in più rispetto alle pellicole precedenti, è una riflessione sulla cucina come processo creativo ed espressione artistica. Sorvolando sulla frase di apertura “…tutti sanno che la cucina francese è la migliore del mondo” all’ascolto della quale la mia esperienza della suddetta francese mi ha fatto pronunciare un romanissimo “maddeché?”, la “cucina di una volta” viene contrapposta al fast-food e alla logica del guadagno uscendone, come in tutte le favole, vincente.

Al di fuori del buonismo, la cui presenza è normale e non stona nel film, il film ci regala personaggi unici, come il critico culinario Anton Ego, inflessibile distruttore di carriere di ristoratori. Proprio questo personaggio dà luogo a due dei momenti migliori del film, l’assaggio della ratatouille e la recensione del ristorante diretto in incognito da Remì.

Il primo momento l’ho trovato particolarmente toccante, sintesi di quella “cucina di una volta” ormai (tristemente) divenuta un luogo comune e graziosamente celebrata nella breve sequenza.

Il secondo è la seconda riflessione del film, quella sul mestiere del critico, in questo caso relativa alla cucina ma applicabile all’esercizio della critica come “mestiere”.

Insomma, i temi sono attualissimi e trattati con garbo, il ritmo del film non cala mai.

Un successo, nella mia modesta opinione il migliore della casa.

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Wednesday, November 7, 2007

Sleuth, un giallo da teatro

Sleuth è un remake di un film del 1972 tratto da una piéce teatrale di Anthony Shaffer. L’originale vedeva Michale Caine nella parte del protagonista contrapposto all’allora già affermatissimo Lawrence Oliver. 

Il film, la cui regia è affidata a Kenned Branagh, vede lo stravolgimento dei ruoli rispetto all’originale: Caine infatti fa la parte che fu di Oliver mentre quella del giovane viene affidata a Jude Law. I due uomini danno luogo ad una sorta di sfida/gioco al massacro il cui premio ultimo sembrerebbe essere una donna, moglie dell’uno (Caine) e amante dell’altro (Law), donna che non vedremo mai e la cui importanza nella contesa fra i due perde valore sin dall’inizio, lasciando che a farla da padrone sia la contrapposizione fra i due, una sorta di contesa a metà fra il machismo e l’ostentazione della ricchezza.

Il testo teatrale di origini si avverte chiaramente sin dall’inizio, con un susseguirsi di battute che valgono come introduzione ai personaggi stessi, una sorta di loro presentazione allo spettatore.

Dal momento in cui la “sfida” comincia, il film prende decisamente il volo. Lo spettatore assiste al continuo alternarsi dei ruoli di vittima e carnefice, in una sequela di colpi di scena la cui artificiosità non disturba più di tanto principalmente a causa dell’ottima recitazione dei protagonisti. Se in un primo momento si è portati a parteggiare (inevitabilmente) per il giovane Law, oggetto di battute razziste da parte di un serafico quanto superbo Caine, nel giro di mezz’ora il gioco si inverte e soffriremo per il secondo.

La conclusione del film, per me un colpo di scena, arriva quasi come una brusca interruzione di qualcosa che sarebbe potuto procedere ancora a lungo, per la gioia dello spettatore.

Fra le varie critiche rivolte a questo film, la maggior parte riguarda la sua “attualizzazione” rispetto all’originale del 1972; a quanto sembra l’ultima parte del gioco, in cui dai machismi si passa ad un clamoroso e vicendevole outing, è stata inserita solo nel remake, e detta di alcuni appare un po’ forzata. A me invece è sembrata pertinente, anzi, sommamente ironica considerato che fino a quel punto Caine e Law hanno basato la loro contrapposizione sul duello per la donna amata.

A livello di recitazione, non so dire chi dei due sia il migliore: forse il ruolo di Law risulta in qualche modo più complesso di quello di Caine, che in molte scene può permettersi di limitare la sua performance ad un sorriso sornione, ma nel complesso i due funzionano come coppia prima che come singoli attori.

Da non perdere.

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Wednesday, October 31, 2007

La giusta distanza. Mazzacurati all foce del Po

Il nuovo film di Carlo Mazzacurati mi ha dato l’idea di un tentativo non riuscito, o comunque riuscito solo a metà. Il regista sembra avere avuto in mente più di un film con La giusta distanza: da una parte il tema dell’integrazione, che fa da sfondo ma non viene mai sviluppato in maniera compiuta; dall’altra una sorta di riflessione amara sul giornalismo, ci cui però non può non colpire la tiepidezza. Infine, verso la conclusione del film, gli elementi del giallo all’italiana. Tutti e tre questi film risultano ben girati e la sceneggiatura regge, tuttavia permane un senso di incompiutezza nel voler comunicare qualcosa di definito allo spettatore, almeno per quello che ho visto io.

La trama vede la giovane e bella maestra Mara (l’esordiente Valentina Lodovini) arrivare nel paesino di Concadalbero alle foci del Po per prendere il posto della locale maestra. La presenza della giovane scatena la curiosità di tutto il paese, in particolare del meccanico marocchino Hassan e del giovane apprendista giornalista Giovanni. Fino a qui siamo al già visto e già sentito, ma Mazzacurati dimostra di saper sfruttare il potenziale del luogo oltre alla recitazione dei personaggi e piazza qua e là citazioni felliniane e affascinando il pubblico con i paesaggi della zona.

Mentre il film va avanti, ci si comincia a rendere conto che il regista non ha intenzione di sviluppare un filone della trama in particolare, ma di attraversarli in lungo e in largo mantenendo i protagonisti come punti di coesione fra la varie storie raccontate.

Proprio questo è alla base della incompiutezza di cui scrivevo poco sopra. La parola “fine” arriva allo spettatore quasi incidentalmente, benché tutte le storie si siano in qualche modo concluse. Non si noterebbe nemmeno, probabilmente, se non apparisse di tanto in tanto la volontà del regista di cercare di lasciare allo spettatore qualcosa, quel concetto di giusta distanza, che immancabilmente si perde per strada.

 

Valentina Lodovini nella parte della maestra Mara ha una buona recitazione, anche se nei suoi modi giovanili proprio non riesce a non dare l’idea di avere almeno dieci anni di meno dell’età da lei dichiarata (quasi trent’anni).

Ahmed Ahflene, anche lui alla sua prima interpretazione, è apprezzabile e credibile nella parte dell’immigrato che, seppure sia integrato nel paese e rispettato, vive ai margini di una società verso cui sembra provare un misto di senso di inadeguatezza e incomprensione.

Il giovane Giovanni Capovilla è senza infamia e senza lode e scarsamente espressivo.

 

Considerato che quello di Bentivoglio è più che altro un cameo cliché (ma comunque godibile) la palma va senza dubbio a Giuseppe Battiston, monumentale tabaccaio che sembra fare l’eco alla sua altrettanto monumentale collega di felliniana memoria. E’ Battiston infatti che regala le battute migliori e conferisce alla pellicola quel brio che altrimenti sarebbe venuto a mancare.

 

E’ un peccato che Mazzacurati non sia, a mio parere, riuscito nell’opera di coniugare più felicmente i vari aspetti di questa pellicola perché potesse rimanere qualcosa allo spettatore. Il film è buono, ma si ha la sensazione che una maggiore compiutezza l’avrebbe reso ottimo.

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Thursday, October 18, 2007

In questo mondo libero, Loach sul lavoro

Iacopo: Allora Merlino, stasera si va a vedere l’ultimo di Loach, sei dei nostri?

 

Merlino: Nono, ma che sei matto?

 

Iacopo: ‘cazzo dici, Ken Loach t’é sempre piaciuto!

 

Merlino: Sì, ma mi angoscia troppo!

 

*segue una piccola pausa*

 

Iacopo: A Merlì, ci siamo visti i peggio splatter…

 

Merlino: ma che c’entra, questo é orrore vero!

 

La telefonata offre un buono spunto per parlare dell’ultimo film di Loach, In questo mondo libero (titolo originale It’s a free world). Dopo il suo ultimo appassionatissimo film sulla sanguinosa guerriglia irlandese del 1919, Loach torna alla sfera sociale, del resto mai abbandonata.

In questo mondo libero é un film attualissimo incentrato sul tema del lavoro. Protagonista é l’esordiente Juliet Ellis nei panni di una giovane donna che, licenziata dall’agenzia di reclutamento presso la quale lavora, decide di avviarne una in proprio con una sua coinquilina.

Il film trae la sua forza dall’unione delle due miserie, quella di Angie che deve dividersi fra il lavoro ed un figlio di dodici anni e quella delle persone che a lei ricorrono, immigrati in cerca di un lavoro che gli consenta di vivere e di sostenere le loro famiglie.

Già da subito si capisce che siamo agli antipodi rispetto a Bread & Roses o Un bacio appassionato. Non esiste riscatto (né giustificazione) per il freddo egoismo con cui Angie tratta le persone che a lei ricorrono come se fossero bestiame, mentre dall’altra parte la dignità si é già persa da tempo. I lavoratori infatti non risentono minimamente di questo trattamento, purché li si paghi.

E’ uno spaccato sociale brutale e deprimente da qualsiasi parte lo si guardi, una miseria che soffoca e lascia senza fiato. Arrivi a pensare che sei fortunato ad avere il tuo stramaledetto co.co.co. (effetto che probabilmente Loach non aveva previsto).

La denuncia é duplice: da un lato c’é un atto di accusa fortissimo verso la realtà delle agenzie di reclutamento, dall’altro la denuncia investe la società intera che di fatto permette l’esistenza di un simile fenomeno.

Il finale del film definisce il completo (e inevitabile) giro di un circolo vizioso che non concede la salvezza a nessuna delle parti in causa, ma solo la garanzia di un miserabile status-quo, in cui l’umanità é andata perduta da tempo.

Molto brava e molto azzeccata per il ruolo la protagonista, caratteristici tutti gli altri.

Film molto bello, ma molto, molto doloroso. Da vedere.

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Thursday, April 26, 2007

I racconti di Terramare, Goro Miyazaki al banco di prova

Trovo sempre in qualche maniera riduttivo definire cinema le opere di Hayao Miyazaki. Sarà che coltivo da anni una passione sfrenata per ogni sua produzione, ma sono dell’idea che i suoi film, per l’efficace alchimia di trama / immagini / colonna sonora rientrino nella poesia.

Myiazaki é un poeta che alla penna preferisce la celluloide, e lo fa con una grazia ed una leggerezza uniche nel cinema d’animazione.

Non appena ho intravisto sul giornale che in un paio di cinema romani stavano proiettando I racconti di Terrmare (traduzione un po’ cacofonica della saga di Earthsea di Ursula Le Guin), opera ultima di Myaazaki, sono ovviamente partito in quarta. Senza rendermi conto che non di Hayao si parlava, ma di suo figlio Goro.

 

 

I racconti di Terramare é indubbiamente un film valido, anche se nemmeno paragonabile con le opere di Hayao. Disegni ad animazioni non sono all’altezza del tratto del maestro, la colonna sonora é piacevole ma non riesce a prendere lo spettatore per mano come nel sublime La principessa Mononoke  o nel sognante La città incantata. Forse il maggiore difetto di questo film non sta però nei disegni o nella musica, quanto nella regia.

La saga di Earthsea, che si compone di tre libri, viene completamente data per scontata. Il mondo in cui si muove il mago Ged, personaggio complesso che Goro sfiora appena, viene presentato di fronte allo spettatore senza che vi sia spesa una sola parole. Semplicemente, Earthsea irrompe nel film come scenario di un mare in tempesta nel quale si affrontano due enormi draghi. Si ha quasi la sensazione che questo film sia una parte di una serie già iniziata e che abbiamo saltato la presentazione dei personaggi principali, il come e il perché di quello che sta succedendo.

Si riscontrano i “marchi di fabbrica” del papà: l’onnipresente ungulato, le onnipresenti “ombre fangose” (l’efficace definizione é di un amico), il tema ecologico/vita. Probabilmente, se la regia l’avesse curata Hayao, sarebbe stato un altro capolavoro.

Invece Goro, per quanto si impegni, non riesce a fuoriuscire dalla narrazione degli eventi (fin troppo nebulosa e caotica, in alcuni punti quasi ridicola) e lascia che le animazioni di marca Ghibli provino a fare a differenza.

Gli va riconosciuto comunque il tentativo, che comunque resta valido.

Un comune modo di dire recita che il genitore “o lo si eguaglia o lo si uccide”. Goro per ora sempre protendere per la prima opzione, vedremo se sarà in grado di sviluppare uno suo stile ed una sua regia.

 

 

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Tuesday, March 27, 2007

Death of a president, mai così noiosa

Capita spesso che i film più attesi si rivelino dei miseri flop.

E’ il caso, secondo me, del film dell’esordiente Gabriel Range, regista inglese alla sua prima prova sul grande schermo. E’ un cosiddetto mockumentary, cioé un documentario fittizio, ambientato nel 2008 ad un anno dalla morte di George W. Bush, ucciso da un cecchino durante un discorso nella città di Chicago.

Il film si compone di filmati di repertorio, finte interviste ed altre reali. In quelle reali, ovviamente, il nome di Bush non compare mai, ma ci si riferisce ad un presidente morto, molto probabilmente Nixon o Ford, dei quali viene mostrato il funerale secondo protocollo attribuendolo a Bush.

 La prima parte narra le ultime ora di vita di Bush, il suo arrivo a Chicago e filmati di repertorio circa le varie proteste susseguitesi negli ormai sei anni di presidenza, immagini che già Micheal Moore aveva mostrato in Farenheit 9/11. Ma se il secondo legava alle immagini le ragioni della protesta, illustrando in un documentario cosa Bush avesse fatto dell’America, Range si limita a gestirle come un elemento di trama, mostrandoci gruppi di giovani e meno giovani che urlano, agitano cartelli e cercando di fermare il corto presidenziale, con una netta predilezione per tutte le tipologie di manifestanti incappucciati e violenti. Non che le proteste in occasione delle visite vedessero la prtecipazione di educande, intendiamoci. Ma il taglio della regia sembra voler privilegiare l’odio della gente mentre le motivazioni sono date per lo più scontate.

Il film é decisamente noioso, si concentra sulle indagini dopo la morte del presidente attraverso video di sicurezza, rilievi e perquisizioni, ma non riesce mai a colpire nel segno.

Non si ha nemmeno la chiara idea di dove voglia arrivare Range con il suo mockumentary, se limitarsi alla fantastoria o fare qualcosa di più.

Nemmeno la risoluzione finale dell’indagine, che dovrebbe chiamare in qualche modo alla riflessione, riesce a dare un senso a questa noioso insieme di filmati e finte interviste.

Proprio non comprendo le polemiche che l’uscita di questo film ha provocato in America, polemiche a cui si é unita anche Hilary Clinton e alcuni membri del partito democratico, se non dicendomi che evidentemente non devono aver visto il film in questione.

Perché non c’é nulla di scioccante o offensivo in questi 90 minuti di film, solo una regia lenta e che si perde su particolari a mio parere trascurabili.

Anche il post Bush risulta poco sviluppato e tirato via, se non per l’evidente dimostrazione che la deformazione del labbro di Cheney, quella che lo fa somigliare a Skeletor dei Masters, non é una prerogativa di quand’é incazzato, lui ce l’ha di base dal momento in cui si sveglia la mattina a quando va a dormire.

L’unico brivido lungo la schiena l’ho avuto quando nel film viene pronunciato il nome “Karl Rove”, ma quella é responsabilità dei Griffin, il regista non c’entra.

Un flop, evitabilissimo.

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Monday, March 12, 2007

Bobby, l’omaggio di Estevez a RFK

In più di un documentario storico sulla famiglia Kennedy si fa riferimento a loro come ai “reali d’America”. Una definizione decisamente azzeccata, che parte dal mito di JFK e continua con suo fratello Robert, basandosi su una sorta di “predestinazione” che viene attribuita ai Kennedy.

Quello che mi strappa una risata amara, in questi documentari, é la parte riservata alle interviste. In genere la parola che ricorre é più frequentemente é “sfortuna”. Sfortunato John, sfortunato Robert, sfortunata tutta la famiglia che, anche recentemente, ha continuato a collezionare scandali e morti improvvise. Se il termine é particolarmente azzeccato per gli ultimi tempi, parlare della sfortuna di John e Robert nell’essere uccisi il primo da un tiratore armato di carabina e il secondo da un giovane palestinese il cui movente era l’apertura di Kennedy su Israele fa un po’ ridere.

Il film di Emilio Estevez, Bobby, non si cura di tutto quello che é legato all’uccisione di Robert Fotzgerald Kennedy e a tutte le indagini ad esso legate, ma si concentra sulle ore immediatamente precedenti alla sua morte, raccontate dal personale e dagli ospiti dell’Hotel Ambassador.

Il cast é a dir poco stellare: da Anthony Hopkins a Heather Graham assistiamo ad un andirivieni di sketch che uno dopo l’altro ci conducono alla sequenza finale, il discorso di Kennedy e la sua successiva uccisione.

Estevez usa abbondantemente filmati di repertorio, fornendo un’adeguata cornice storica al periodo narrato, legando alle immagini i discorsi di RFK. Lo stesso senatore compare in volto solo nel materiale di repertorio, sicché la scena della convention alterna i volti degli attori ai filmati dell’epoca, una soluzione intelligente e funzionale.

Si capisce abbastanza presto che Bobby é un film assolutamente non obbiettivo, una sorta di consacrazione del ricordo di RFK, del suo impegno per i diritti civili, a favore delle minoranze etniche e contro la guerra del Vietnam. La presenza di star del calibro di Hopkins, raramente coinvolte in film in cui non esistono ruoli principali ma solo marginali, fa pensare che anche da parte loro vi sia stata la volontà di celebrare il ricordo di RFK impegnandosi personalmente. Del resto, se non fosse per il cachet degli attori, il film si sarebbe potuto girare con due lire, anche se la regia risulta qualitativamente buona.

A vederlo con l’occhio dello storico (e dell’europeo) si sorride più di una volta di fronte all’ingenuità di certi accostamenti e semplificazioni, ma bisogna sempre tenere conto che si tratta di un film in tutto e per tutto americano, con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Io l’ho trovato interessante e godibile, ma non posso dire che mi sia piaciuto del tutto. Questo, però, é un mio problema, in quanto io mi aspettavo un film o storico o “di indagine” alla JFK, tutti aspetti che Estevez ha deciso di trascurare, lasciando che a sparare a Kennedy sia un personaggio completamente anonimo, del quale non si conoscono né la storia né le motivazioni che lo hanno portato a quel gesto. Ad Estevez sembra non interessare, lui preferisce concentrarsi su altri aspetti, su una giornata raccontata da più persone, vissuta nell’attesa del discorso del senatore. E’ una scelta di regia che può non piacere, ma che tuttavia produce un buon risultato, evitando le deviazioni fumettare alla Munich e consegnandoci un film in cui il cordoglio per il senatore Robert Fitzgerald Kennedy appare sentito e sincero.

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Saturday, March 10, 2007

Saturno contro, Ozpetek torna alle origini

Dopo il fortunato excursus sul tema del volontariato in Cuore sacro, Ozpetek ritorna al tema del rapporto di coppia, affrontandolo con la consueta grazi e partecipazione.

Saturno contro è la storia di un gruppo di amici, incentrata sul rapporto che lega la coppia Favino/Argentero e sul suo triste epilogo.

Rispetto a Le fate ignoranti, Ozpetek abbandona quella descrizione dell’omosessualità fatta di promiscuità e scenografie dai colori forti e allegri, e si concentra su una coppia omosessuale perfettamente integrata nella società, che sembra non avere bisogno di ribadire la propria natura sessuale in alcun modo. Una sorta di evoluzione, forse, un voler dire che quello che prima era un tema da poco fuoriuscito dall’oscurantismo dell’odierna società, ora è parte della società stessa e non presenta più alcuna particolarità.

Permangono alcune caratteristiche, come l’eccentricità dei personaggi che compongono il gruppo, fra i quali spicca, come sempre, la simpaticissima Serra Yilmaz, cui Ozpetek ricorre quasi sempre nei suoi film.

Sul cast, è d’obbligo menzionare, oltre alla sempre bravissima Margherita Buy, le ottime performances di Ambra Angiolini e di Ennio Fantastichini.

Su Ambra, forse il problema è generazionale. Parlandone con un’amica più giovane, mi è stato detto il perché fossi così scettico nei suoi confronti. Ci ho messo un pochino a capire che non aveva idea di cosa fosse Non è la Rai. Prima o poi dovrò fargli vedere qualche spezzone da Youtube.

Sta di fatto, però, che nel film Ambra ha una recitazione fresca e divertente, spesso tendente ad un romanesco spontaneo che non stona. Preoccupa un po’ quel suo aver detto che la parte era tagliata esattamente su di lei, in quanto nel film Ambra è una tossica che va in giro con una borsetta che sembra riempita dopo un raid della Narcotici. Una prova più che positiva per l’ex-showgirl alla quale, lo confesso, ho augurato il male per anni.

Fantastichini, dal canto suo, è di una simpatia unica. Rappresenta, per sua stessa ammissione in una memorabile battuta, il modello di omosessuale che tende a nascondersi, bersaglio di quei pregiudizi tuttora vigenti per cui i gay sono sempre e comunque “i froci”. E’ un personaggio estremamente malinconico, che riesce tuttavia a conquistare lo spettatore con la sua simpatia.

Degno di nota anche il cameo di Milena Vukotic, l’immortale Pina, nei panni di un’infermiera dell’ospedale in cui viene ricoverato il compagno di Favino.

L’impressione generale è che il film sia un po’ tirato via. Ozpetek si è concentrato più sulla recitazione dei personaggi che sulla trama, ottenendo comunque buoni risultati, ma spesso si ha la sensazione che la storia alla base sia veramente inconsistente. Saturno contro è più che altro un insieme di volti, espressioni e situazioni rese godibili dal talento dei protagonisti e da qualche buona idea, prima fra tutte la negazione del dolore che vede protagonista Ambra Angiolini, scena molto toccante che resterà impressa nella memoria.

Da vedere, se amate la regia di Ozpetek.


 

Potrebbe finire qui, ma chi mi conosce sa benissimo che manca un punto fondamentale nella mia recensione. E quindi, non volendo disattendere le aspettative di amici e conoscenti, do il via con sommo piacere alla lapidazione metaforica di STEFANO ACCORSI, l’attore più sopravvalutato del cinema italiano.

Resosi improvvisamente conto che il tempo passa e che iniziano a comparire le prime rughe sul suo volto espressivo come un foglio bianco, il bel Stefano opta per il trucco. I più attenti noteranno come si assista alla recitazione di una maschera di cerca, con l’immancabile inquadratura a torso nudo per strizzare l’occhio alle ragazzine che ancora ricordano la pubblicità del Maxibon.

Ovviamente, tenta come al solito (involontariamente) di sabotare l’intero film (come già fece con il capolavoro Romanzo criminale) facendo la consueta parte del bambacione trascinato dagli eventi, tirato per la manca dall’una e dall’altra parte e sempre ovviamente immoto nel mezzo.

Ci risparmia, fortunatamente, la piazzata accorsiana, quell’insieme di stentati saltelli e urletti acuti che lo contraddistingue da L’ultimo bacio (Premio Nalia 2001 per il film più irritante), ma riesce comunque ad infastidire sufficientemente lo spettatore.

Attendo con ansia una sua partecipazione nei film di Natale, come momento culminante della sua carriera.

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Thursday, March 8, 2007

Borat, il nuovo orizzonte del politicamente scorretto

Il politicamente scorretto ha ufficialmente un nuovo alfiere: Sacha Baron Cohen, in arte Borat. Ma in arte anche Ali G, Bruno e tutti gli altri personaggi che questo comico di origine inglese mette in scena in brevi sketch sin dal 1998.

Educato in una famiglia ebrea ortodossa, lo stesso Sacha risulta essere osservante ed anche attivo in diversi gruppi di matrice sionista.

Secondo una formula che in Italia ho visto praticare già da Moni Ovadia, Sacha dimostra di saper fare dell’umorismo sulla sua stessa religione. Ma se il primo, più intellettuale, presenta al pubblico una forma di autoironia molto sottile e pungente, il secondo ha una comicità aggressiva e dissacrante, al punto che un mio amico, dopo la proiezione, ha detto “Certe battute può permettersele solo uno che di cognome fa Cohen”. E forse é davvero così, perché quella forma di antisemitismo violento e surreale che contraddistingue il personaggio di Borat messo in scena da un non ebreo sarebbe stato un caso inernazionale.

In Borat - Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, Sacha veste i panni di Borat Sagdiyev, celebre giornalista del Kazako, e della realizzazione di un documentario sull’America.

Già dalle sequenze iniziali, in cui Borat presenta il suo villaggio (che in realtà é il villaggio rumeno di Glod) si viene travolti da un umorismo al vetriolo, spietato e crudele, ma soprattutto politicamente scorretto. Non c’é un solo centimetro di questa esilarante pellicola che non lo sia.

Il sempre sorridente Coehn non risparmia nessuno: ebrei, americani, zingari, omosessuali e donne si alternano nelle sue battute sempre impostate sulla base del confronto fra culture differenti, sabotato dall’agghiacciante cultura fittizia contrapposta da Borat al politically correct americano.

Di certo alcune scene risulteranno molto indigeste, non é un film per chi non ha una folta coltura di pelo sullo stomaco e pratica di sarcasmo.

 

Coehn dimostra in più parti di aver studiato il personaggio con molta attenzione, dai movimenti alle espressioni. Il passo spesso tende ad un saltello strascicato che sembra in qualche maniera ricordare Chaplin, mentre l’espressione assunta per tutta la durata del film é sempre ingenua. Borat riesce a dare l’impressione di non rendersi conto delle bestialità che afferma né dell’imbarazzo che suscita nell’interlocutore.

 

Nel film ci sono diverse interviste, fra le quali Alan Keyes, politico repubblicano di colore che mi era già noto perché spesso citato nei Boondocks. Le interviste di Borat sono una parte abbastanza controversa. Da una parte é evidente la plateale presa per i fondelli effettuata da Coehn nei confronti dell’interlocutore, dall’altra mi chiedo se la cosa non sia ben presente all’interlocutore stesso che lascia correre facendo buon viso a cattivo gioco (e facendosi pubblicità). Certo é che vedere lo stralunato Borat vestire un terrificante completo a stelle e strisce durante un rodeo nel Texas e ricevere consigli su come porsi alla gente da parte di un cowboy da cartolina per poi intonare l’inno del Kazakhistan sulle note di quello americano (in quel punto era difficile seguire le parole perché la sala stava letteralmente esplodendo dal ridere) toglie uno dubbio sulle intenzioni dell’attore.

Allo stesso tempo, é evidente che alcuni sketch siano concordati con la “celebrità” di turno. Sono convinto che se provassi a prendere in moglie Pamela Anderson seguendo il crisma del rito matrimoniale kazako illustrato (ed effettuato!) da Borat senza un minimo avviso di ciò che sta per succedere perderei ALMENO un arto.

Il film ha scatenato, come era inevitabile, diverse polemiche, delle quali é presente un piccolo sunto su Wikipedia, più completo sulla versione inglese.

 

L’insieme ci consegna un film esilarante, ma anche una comicità non a senso unico. Non si ride, difatti, solo delle battute di Borat. Anzi, il mio pensiero, di fronte a certi atteggiamenti degli americani con cui si confronta, é stato: “Cazzo, ve bene che c’é sempre uno che riprende con la telecamera…ma l’antisemitismo di Borat é recitato, le reazioni degli interlocutori no!”.

Non vedo perché, fra le varie proteste che il film ha suscitato, non ve ne siano che provengono dall’America. Forse é questo dannato essere un europeo, e prima ancora un italiano, che mi sussurra nell’orecchio che gli americani non hanno nulla da protestare perché per loro applaudire uno sgrammaticato reporter kazako vestito a stelle e strisce che afferma “Io voglio dire voi che noi kazaki sostiene vostra guerra di terrore!” é una cosa normale.

Sì, dev’essere quello.

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Tuesday, March 6, 2007

Inland Empire, Lynch sogna ancora

Per definire il mio rapporto con il cinema di David Lynch non c’é formula migliore che il binomio amore-odio. Adoro il suo talento visionario, le sue inquadrature, la suspance  che riesce ad infondere con la sua regia, ma allo stesso tempo odio da morire il sentirmi preso per il sedere ogni volta che vedo un suo film.

La sua ultima opera, Inland empire, veniva presentata come “più inquietante e misteriosa di Mullholland drive”. Me la ricordo, la volta che andai a vedere Mullholland Drive. Ero con un’amica, e per più di due ore mi lasciai sopraffare dalle immagini e dalla recitazione degli attori, per poi voltarmi verso di lei alla comparsa dei titoli di coda e registrare sulla sua faccia il mio stesso sconcerto. Esclamammo entrambi “bello” all’unisono, e quello fu l’unico commento a caldo sul film.

La stessa scena si é ripetuta la scorsa settimana con Inland empire.

Parlare di trama rispetto a questo film risulta abbastanza difficile e un po’ inutile, ma in sostanza c’é di mezzo un’attrice da un passato tormentato (forse), un film “maledetto” (un’idea se vogliamo anche cliché che tuttavia viene sfrondata da ogni banalità nella regia di Lynch), un traffico di giovani ragazze dell’est avviate alla prostituzione (forse) ed una famiglia di tre persone mascherate da conigli che irrompe nello svolgersi del film con delle brevi scenette di stampo teatrale.

Una breve consultazione di Wikipedia post-visione avanza l’ipotesi che Inland Empire rappresenti una sorta di collage di varie idee di sceneggiatura di Lynch, legate attraverso un filo rosso che, come al solito, si dipana in maniera irregolare alternando presente, passato e futuro.
Il tema del doppio, frequente in Lynch, qui si riafferma nella duplice realtà all’interno della quale si muove la protagonista. Da una parte un mondo solare e una casa sfarzosa, dall’altra interni squallidi e spogli illuminati da luci rossastre, luoghi in cui il talento visionario di Lynch si sbizzarrisce in volti ed espressioni dei protagonisti che tolgono il sonno.Se in Mullholland drive c’era una trama ravvisabile (in genere dopo la quarta visione e dopo che si aveva un’indicazione su quali indizi osservare per seguirla), in Inland Empire sembra dunque che alla trama si sia preferita la potenza delle immagini.E su questo punto il film é davvero ineccepibile.A cominciare dalla scelta della protagonista, la bionda Laura Dern, una vecchia conoscenza di Lynch che aveva già lavorato con lei in Velluto blu e Cuore selvaggio. La sua bellezza sofferta, la sua espressione sempre sull’orlo del baratro della disperazione sono il miglior sostegno alla regia di Lynch, più cupa e inquietante che mai.Come sempre, la sensazione di trovare un senso al tutto é fortissima, e se amate Lynch alla mia maniera ci proverete anche voi, nel qual caso vi auguro migliore sorte della mia.

Perché a questo genio visionario, che ho più volte apostrofato a denti stretti durante la proiezione con epiteti come “dannato pazzo” o “figlio di …”  non abbiamo ancora perdonato di averci tenuti appesi ad un filo per Laura Palmer. E all’epoca si faceva ancora comprendere…

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