Ecce Bombo trent’anni dopo
A trent’anni dalla sua uscita, Ecce Bombo torna nelle sale in versione restaurata. Paolo D’Agostini, su Repubblica, intervista Nanni Moretti in merito.
D’agostini: Pensava di aver fatto un film drammatico e per pochissimi: fu subito percepito come un film comico e come specchio di una generazione intera, o quasi.
Moretti: “Questa è la fortuna del cinema. E poi sarebbe ridicolo se il regista pretendesse di fare il censore, il controllore o il vigilante delle reazioni del pubblico. Dal momento in cui un film è proiettato su uno schermo il pubblico lo vede come vuole. Rivedendolo mi è saltata addosso la consapevolezza che quei personaggi oggi potrebbero essere miei figli: il mio, quelli di Fabio Traversa o di Paolo Zaccagnini. La stessa compagnia di amici di Io sono un autarchico”.
Chiaramente, non ho nessun ricordo dell’impressione che fece Ecce Bombo, avendo a quel tempo un solo anno di vita. Il film l’ho scoperto attorno ai 14-15 anni, in preda alla fase intelletualistico-indumentale-sinistrorsa che mi ha fatto compagnia fino alla fine degli studi superiori. Leggere che Ecce Bombo fu percepito come un film comico mi ha stupito non poco. Io, personalmente, lo definirei in qualche maniera agrodolce. Ridere delle fisime di Moretti regista-attore viene spesso naturale, ma non mi sarei mai sognato allora di definire il film comico.
C’é una vena di tristezza enorme e profonda che attraversa tutto il film, il cui punto culminante é forse quel terribile, solitario urlo di spalle rivolto ad una cucina illuminata da una lampadina, una delle cose che mi é rimasta più impresso. Si ride dell’alba a Ostia (soprattutto perché ancora oggi é una proposta che ogni tanto, inevitabilmente, riemerge con esilaranti commenti da parte di chi ricorda i film e di chi ha un QI superiore al mio), della delirante telefonata in cui si parla del fantomatico “compagno etiope”, ma l’insieme del film é un dramma in cui l’incomunicabilità padre-figlio (e più in generale, generazione-generazione) la fa da padrona.
I malulore di Moretti-figlio viene incanalato in gesti plateali e aggressivi nei confronti della famiglia (sempre con la consueta aria di superiorità che mai lo ha abbandonato) e la scena in cui Moretti-padre, stremato, si stende sulla poltrona coprendosi il volto con un plaid io la vidi come un punto fermo, un “non esiste dialogo” ribaduto attraverso una scena che può anche divertire, ma nei fatti é a dir poco amara.
Più avanti, nell’intervista:
Paolo d’Agostini: Insomma come si trova a rivedersi? Non arrossisce per la presunzione o l’ingenuità di quel Moretti?
Moretti: “Io ho verso il film le stesse reazioni che avevo un anno dopo averlo fatto. Quello che mi emozionava mi emoziona oggi. Casomai ci vedo qualcosa in più. L’aver colto cose che mi apparivano ovvie, come l’emergere delle radio e delle tv “libere” (si diceva così, non sapevamo che sarebbero diventate tutt’altra cosa). E mi viene in mente un’altra cosa, che non c’entra col film: 30 anni fa c’era un’opinione pubblica che reagiva e si scandalizzava, oggi non esiste più. Si digerisce tutto e le due frasi più ricorrenti sono: “La coerenza è la virtù degli imbecilli”, stupida e prepotente. E l’altra: “Io non voglio dare giudizi”. E perché? Te lo ha vietato il dottore?”.
E’ il cosiddetto tastum dolens, il confronto fra la coda di un periodo segnato da grossi sommovimenti intellettuali (gli anni ‘70) e la società dei furbi nostrana. Ma la differenza, mi viene da osservare, non é nel fatto che allora non le frasi “incriminate” non si pensassero. Semplicemente, vuoi per una società ancora piuttosto “inibita”, vuoi per una televisione “diversa” (sì, televisione, avete letto bene: il suo ruolo odierno nella proposizione di modelli e mode é quantomeno criminale, per la qualità dei medesimi), le marachelle si facevano dietro la tenda. All’italiana insomma.
Paolo D’agostini: Non è tipo da aver fatto un’indagine di mercato: perché far riuscire Ecce Bombo a quasi trent’anni di distanza? Che cosa le fa credere che oggi possa incontrare un pubblico. E quale?
Moretti: “Penso che possa raccontare quel periodo e anche qualcosa di come siamo ancora: i rapporti tra le persone, quelli familiari, il velleitarismo…. Tra parentesi: io i film sugli anni ‘70 li ho fatti negli anni ‘70, come sugli anni ‘80 negli anni ‘80, e non dopo, quando sarebbe stato più facile.
Di questo non sono convinto. La dimensione di Ecce Bombo é familiare o comunque ristretta ad una cerchia di amici. Gli anni ‘70 sono solo lo sfondo, le dimensioni un po’ troppo chiuse perché si possa respirare il mutamento sociale. E poi, diciamocelo, Moretti già hai tempi di Ecce Bombo presenta chiaramente la patologia narcisti-egocentrica che lo contraddistingue. Le sue fisime e le sue manie, seppure siano riscontrabili anche in altri, sono comunque distintive di se stesso. Un po’ difficile, dunque, trattare il generale quando si é così naturalmente portati al particolare. Ovviamente, tutto questo senza togliere nulla al valore del film, che resta di altissimo valore.
Del resto, girare film in cui si é noi stessi protagonisti esponde decisamente a rischi del genere. E Moretti lo sa benissimo, visto che per lui é spesso più naturale raccontarsi che raccontare.
Non ho visto moltissimi film di Guillermo del Toro. A dire la verità, ho visto solo Mimic, che all’epoca mi piacque.
Non so con che coraggio qualcuno su Filmtv abbia definito questo filmetto “un capolavoro”. A chi l’ha fatto consiglierei una cura a base di Burton, per imparare COME si gira un film da una fiaba nera.
Un semplice gesto, il leggero sventolio di una mano mentre ancora una volta mi risveglio più triste di quando mi sono addormentato. Sai già che succederà, sai che se la pellicola può dare la gloria eterna, la vita prima o poi finirà. Il Melandri vaga per Firenze chiedendosi dove sei finito, Michel non ha più voglia di morire di crepacuore ingozzandosi da solo, Bernard questa volta non potrà seguirti nell’ultimo viaggio levandosi il cappello ed asciugandosi gli occhi.
LOS ANGELES - Il nuovo “Rocky” rimane fedele al vecchio “Rocky”: Sylvester Stallone, 60 anni. Scritto, diretto e interpretato da Stallone, Rocky Balboa uscirà in America il 22 dicembre.
Debiti? Voglia di rivivere il passato? Non saprei. Ma il 22 dicembre gli americano si godranno in prima visione il nuovo episodio della serie.
La pentalogia di Rocky non é come quella di Indiana Jones, un fumetto con effetti speciali. E’ una serie che, soprattutto nei primi due episodi, ha dei momenti di ottimo cinema e per nulla banali. Il che comporta che scadere nel ridicolo é infintamente più facile.
Sin da quando avevo visto il trailer dell’ultimo film di Tornatore mi ero ripromesso di andarlo a vedere il prima possibile. La mia passione per il noir era stata già solleticata dalle espressioni dell’atrice Xenia Rappoport e dalle atmosfere che il trailer lasciava intravedere.L’inutile (se non per le forme della Bellucci) Malena mi sussurrava ancora nella testa foschi presagi, ma avevo già ben chiaro che avrei assistito a tutt’altro.Da quando sono diventato cinema-dipendente, avevo attribuito il termine di “capolavoro”, che per me indica la perfezione totale, solo al sublime Eternal sunshine of the spotless mind, italianizzato con l’immondo titolo Se mi lasci ti cancello. Adesso ne ho un altro, ed é il film di Tornatore.Vi direi di andare tutti a vederlo, ma ci sono alcune controindicazioni. E’ duro. Doloroso oltremisura, per la violenza delle immagini e degli avvenimenti, e ancora per la violenza psicologica che attraversa tutto il film.
Questa giovane magra e cupa, che da Filmtv.it risulta essere alla sua prima performance come attrice, é di una bravura impressionante. Tutto ruota attorno a lei, lei prende la mano dello spettatore e lo conduce nei meandri dei suoi ricordi più dolorosi, delle sue peggiori umiliazione, della tragicità del suo presente. Le sue espressioni, non mi stancherò mai di lodarle, potrebbero tranquillamente sostituirle le poche battute. Adombra tutti gli attori, che comunque non vanno mai oltre il ruolo di comprimari per la concezione stessa della trama.
Attendevo con molta impazienza una nuova regia di Woody Allen. Con Match Point ci aveva dimostrato che, nonostante l’età ed il peso della sua carriera, è ancora possibile cambiare genere con risultati a mio parere ottimi. Tuttavia, come ogni film in cui lui stesso non recita, mi era mancato.
La recitazione di Woody Allen in alcuni punti può apparire stiracchiata, ma le sue battute, delle quali potrebbe a mio avviso campare di rendita per i prossimi cento anni, contribuiscono a dargli spessore. Da notare che il suo ruolo nella pellicola è completamente subordinato rispetto a quello di Scarlett Johnasson. Si ha infatti la sensazione che il ruolo di Allen, se non fosse anche il regista del film, sarebbe uno di quelli che nei titoli appaiano preceduti dalla dicitura “e con la partecipazione di…” Probabilmente è una mia fisima, ma io sono abituato alla centralità di Allen nei suoi film, e vederlo cedere la scena a qualcun altro mi fa quest’effetto.
La coppia, insomma, funziona e rende il film più che godibile.
Mi é stato presentato da un’amica disinformata come “un film sulla moda”. Ovviamente la mia prima reazione é stata una risata.
Qualche luogo comune di troppo, forse, come l’immancabile fidanzato simil-fricchettone che non approva la mutazione della sua compagna o lo spaccato di vita domestica di Meryl Streep, ma anche su questo si può soprassedere.
E’ stato detto di questo film, non ricordo da chi, che dopo averlo visto o smetti di fumare o continui con maggiore sprezzo del pericolo di prima. Su di me, non ha avuto né l’uno né l’altro effetto, alla fine della pellicola il mio unico pensiero é stato “Bel film.” Thank you for smoking ha diverse caratteristiche che incontrano il mio favore nella cinematografia di oggi: l’umorismo cinico, il contatto con la realtà e, non ultima, Kathy Holmes maltrattata. Ma vi concedo che l’ultimo punto é molto personale, e dedicherò ad esso nella recensione solo un piccolo spazio.
La trama del film é in un certo senso secondaria, forse anche prevedibile per certi versi, eppure poco importa. Dal primo all’ultimo momento la nostra attenzione e il nostro cinismo (sempre che siamo abbastanza sinceri con noi stessi per portarlo a galla) vengono solleticati da ogni parte. Si parte dal ragazzo malato di tumore (“Che interesse può avere la mia multinazionale nell’uccidere questo giovane? - esclama Nayor davanti ad una platea attonita - Noi vogliamo che viva, e che continui a fumare!”) fino alla descrizione di un rapporto padre-figlio che sembra ricordare l’episodio de “L’educazione” ne “I mostri” di Dino Risi.
Aaron Eckart ritorna con questo film al cinico yuppie di Nella società degli uomini. Un film com questo gli vale il perdono per aver cavalcato (seppure solo in parte) l’onda cinematografico-catastrofista con The Core. Perfetto emblema di adorabile canaglia, Eckart si dimostra più che all’altezza del suo ruolo ed anche se la reazione più normale alle sue battute sarebbe quello di mollargli un ceffone, a metà strada si trsformerà in un buffetto in virtù della simpatia che esercitano le facce da schiaffi come la sua.
Partiamo, per onestà e correttezza, da un dato di fatto.
Cominciamo da cosa non mi é piaciuto: ho trovato l’attrice/regista poco convincente nel suo ruolo, che pure definirei molto cliché. La sua “stranezza” mi é sembrata poco credibile e molte sue espressioni forzate al limite della parodia. La scena migliore che la vede protagonista é secondo me quella in cui si vedono solamente i suoi piedi che mimano il corteggiamento, un’idea molto simpatica che già da altri é stata fatta notare.
E’ anche secondo me un film sulle attrazioni “particolari” (se così possono definirsi), dove si cerca di proporre all’occhio dello spettatore situazioni forti attraverso un’ottica che ne stempera l’effetto e le inquadra nella sfera del sentimento più che in quella del desiderio. Di tutti gli approcci “sessuali” dei personaggi del film, paradossalmente quello che maggiormente dovrebbe rappresentare il più esecrabile risulta alla fine essere il più delicato, se comparato con gli altri.