Wednesday, December 6, 2006

Ecce Bombo trent’anni dopo

A trent’anni dalla sua uscita, Ecce Bombo torna nelle sale in versione restaurata. Paolo D’Agostini, su Repubblica, intervista Nanni Moretti in merito.

 D’agostini: Pensava di aver fatto un film drammatico e per pochissimi: fu subito percepito come un film comico e come specchio di una generazione intera, o quasi.

Moretti: “Questa è la fortuna del cinema. E poi sarebbe ridicolo se il regista pretendesse di fare il censore, il controllore o il vigilante delle reazioni del pubblico. Dal momento in cui un film è proiettato su uno schermo il pubblico lo vede come vuole. Rivedendolo mi è saltata addosso la consapevolezza che quei personaggi oggi potrebbero essere miei figli: il mio, quelli di Fabio Traversa o di Paolo Zaccagnini. La stessa compagnia di amici di Io sono un autarchico”.

Chiaramente, non ho nessun ricordo dell’impressione che fece Ecce Bombo, avendo a quel tempo un solo anno di vita. Il film l’ho scoperto attorno ai 14-15 anni, in preda alla fase intelletualistico-indumentale-sinistrorsa che mi ha fatto compagnia fino alla fine degli studi superiori. Leggere che Ecce Bombo fu percepito come un film comico mi ha stupito non poco. Io, personalmente, lo definirei in qualche maniera agrodolce. Ridere delle fisime di Moretti regista-attore viene spesso naturale, ma non mi sarei mai sognato allora di definire il film comico.

C’é una vena di tristezza enorme e profonda che attraversa tutto il film, il cui punto culminante é forse quel terribile, solitario urlo di spalle rivolto ad una cucina illuminata da una lampadina, una delle cose che mi é rimasta più impresso. Si ride dell’alba a Ostia (soprattutto perché ancora oggi é una proposta che ogni tanto, inevitabilmente, riemerge con esilaranti commenti da parte di chi ricorda i film e di chi ha un QI superiore al mio), della delirante telefonata in cui si parla del fantomatico “compagno etiope”, ma l’insieme del film é un dramma in cui l’incomunicabilità padre-figlio (e più in generale, generazione-generazione) la fa da padrona.

I malulore di Moretti-figlio viene incanalato in gesti plateali e aggressivi nei confronti della famiglia (sempre con la consueta aria di superiorità che mai lo ha abbandonato) e la scena in cui Moretti-padre, stremato, si stende sulla poltrona coprendosi il volto con un plaid io la vidi come un punto fermo, un “non esiste dialogo” ribaduto attraverso una scena che può anche divertire, ma nei fatti é a dir poco amara.

Più avanti, nell’intervista:

Paolo d’Agostini: Insomma come si trova a rivedersi? Non arrossisce per la presunzione o l’ingenuità di quel Moretti?

Moretti: “Io ho verso il film le stesse reazioni che avevo un anno dopo averlo fatto. Quello che mi emozionava mi emoziona oggi. Casomai ci vedo qualcosa in più. L’aver colto cose che mi apparivano ovvie, come l’emergere delle radio e delle tv “libere” (si diceva così, non sapevamo che sarebbero diventate tutt’altra cosa). E mi viene in mente un’altra cosa, che non c’entra col film: 30 anni fa c’era un’opinione pubblica che reagiva e si scandalizzava, oggi non esiste più. Si digerisce tutto e le due frasi più ricorrenti sono: “La coerenza è la virtù degli imbecilli”, stupida e prepotente. E l’altra: “Io non voglio dare giudizi”. E perché? Te lo ha vietato il dottore?”.

E’ il cosiddetto tastum dolens, il confronto fra la coda di un periodo segnato da grossi sommovimenti intellettuali (gli anni ‘70) e la società dei furbi nostrana. Ma la differenza, mi viene da osservare, non é nel fatto che allora non le frasi “incriminate” non si pensassero. Semplicemente, vuoi per una società ancora piuttosto “inibita”, vuoi per una televisione “diversa” (sì, televisione, avete letto bene: il suo ruolo odierno nella proposizione di modelli e mode é quantomeno criminale, per la qualità dei medesimi), le marachelle si facevano dietro la tenda. All’italiana insomma.

Paolo D’agostini: Non è tipo da aver fatto un’indagine di mercato: perché far riuscire Ecce Bombo a quasi trent’anni di distanza? Che cosa le fa credere che oggi possa incontrare un pubblico. E quale?

Moretti: “Penso che possa raccontare quel periodo e anche qualcosa di come siamo ancora: i rapporti tra le persone, quelli familiari, il velleitarismo…. Tra parentesi: io i film sugli anni ‘70 li ho fatti negli anni ‘70, come sugli anni ‘80 negli anni ‘80, e non dopo, quando sarebbe stato più facile.

Di questo non sono convinto. La dimensione di Ecce Bombo é familiare o comunque ristretta ad una cerchia di amici. Gli anni ‘70 sono solo lo sfondo, le dimensioni un po’ troppo chiuse perché si possa respirare il mutamento sociale. E poi, diciamocelo, Moretti già hai tempi di Ecce Bombo presenta chiaramente la patologia narcisti-egocentrica che lo contraddistingue. Le sue fisime e le sue manie, seppure siano riscontrabili anche in altri, sono comunque distintive di se stesso. Un po’ difficile, dunque, trattare il generale quando si é così naturalmente portati al particolare. Ovviamente, tutto questo senza togliere nulla al valore del film, che resta di altissimo valore.

Del resto, girare film in cui si é noi stessi protagonisti esponde decisamente a rischi del genere. E Moretti lo sa benissimo, visto che per lui é spesso più naturale raccontarsi che raccontare. 

 

 

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Thursday, November 30, 2006

Il labirinto del fauno, un’occasione sprecata

Non ho visto moltissimi film di Guillermo del Toro. A dire la verità, ho visto solo Mimic, che all’epoca mi piacque.

Il trailer del suo ultimo lavoro mi aveva decisamente affascinato, le recensioni che avevo letto, sebbene contrastanti, parlavano di “fiaba nera”, un genere che mi attrae molto. Cos’ ieri sera ho raccolto qualche amico e sono andato a vederlo al cinema.

Diciamolo da subito: sono stato davvero deluso.

Il film è pretenzioso, in molte scene lentissimo, in altre ridicolo oltre il consentito.

L’idea di base, che sono sicuro di aver già letto in qualche favola (ma è comunque piuttosto cliché), sarebbe anche carina, come interessante è la collocazione di questa fiaba in un periodo storico ben determinato, gli ultimi fuochi della guerra civile spagnola nel 1944.

Del Toro balza da un film all’altro, dal fantastico al drammatico, ed il passaggio non sempre gli riesce. Anzi, non gli riesce praticamente mai.

Fino all’ultimo questo mix di generi disorienta lo spettatore che, nel mio caso, finisce con l’abbandonare la trama per godersi le ingenuità di regia (che almeno dal mio punto di vista, non sono poche).

Di tanto in tanto il regista tira fuori qualche bella inquadratura o qualche scenografia curata, ad esempio la stanza con il mostro senza occhi (sono stato il solo a rivederci i claudicanti nemici della serie Silent Hill?) o l’interno dell’albero, ma non basta a salvare la pellicola.

Non so con che coraggio qualcuno su Filmtv abbia definito questo filmetto “un capolavoro”. A chi l’ha fatto consiglierei una cura a base di Burton, per imparare COME si gira un film da una fiaba nera.

I personaggi sono decisamente stereotipati, il cattivo è così cattivo che nelle sue efferatezze spinge al riso, la bambina talmente buona e passiva che gli allungheresti un calcio nel sedere.

La sensazione è che Del Toro abbia tirato via il film da un buon soggetto, soffermandosi su qualche effetto speciale (comunque di scarsa portata) e spennellando buonismo a destra e a sinistra.

Quello che manca al film è un po’ di sana, semplice ironia.

Le commistioni fantastico-drammatiche che ne sono prive sono in genere clamorosi buchi nell’acqua, proprio come questo.

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Friday, November 24, 2006

Adieu

Un semplice gesto, il leggero sventolio di una mano mentre ancora una volta mi risveglio più triste di quando mi sono addormentato. Sai già che succederà, sai che se la pellicola può dare la gloria eterna, la vita prima o poi finirà. Il Melandri vaga per Firenze chiedendosi dove sei finito, Michel non ha più voglia di morire di crepacuore ingozzandosi da solo, Bernard questa volta non potrà seguirti nell’ultimo viaggio levandosi il cappello ed asciugandosi gli occhi.

Addio, Philippe, mi mancherai infinitamente.

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Thursday, November 16, 2006

ADRIANAAAAA!!!! ANCORAAAAA!!!

LOS ANGELES - Il nuovo “Rocky” rimane fedele al vecchio “Rocky”: Sylvester Stallone, 60 anni. Scritto, diretto e interpretato da Stallone, Rocky Balboa uscirà in America il 22 dicembre.
 

Da tempo diverse anticipazioni davano la cose per imminente. Ho incrociato le dita, sperato e avrei anche sgranato rosari se fossi credente che si trattasse solo di una bufala, fino all’agguato tesomi oggidì dalla prima pagine di Repubblica.it.

Rocky VI é una realtà.

 

Io amo la serie di Rocky. L’ho scoperta e rivalutata in età avanzata, anche grazie a Capelli che ne é un fan. Ho potuto godermi i cinque film (il quinto l’ho solo sopportato, non cero goduto) gustandomi ogni esagerazione, ogni cliché, ogni luogo comune, ogni smargiassata made in Usa che se la vedessi dal vero mi farebbe venire le bolle.

A partire da Rocky I, che non é quella pacchianata che chi non l’ha visto potrebbe pensare fino a Rocky IV che pur raggiungendo soglie di ridicolo inaudite é sempre uno spettacolo.

 

La mia speranza era che a Stallone sarebbe bastato aver girato Rocky V per capire che non c’era nulla da aggiungere, e che qualsiasi atto in più ad allargare le vicende di Rocky Balboa non sarebbe stato mai al livello dei precedenti.

Invece, a quanto pare, é stato inutile.

 

Debiti? Voglia di rivivere il passato? Non saprei. Ma il 22 dicembre gli americano si godranno in prima visione il nuovo episodio della serie.

 

In Rocky Balboa il vecchio pugile, ritiratosi dal ring ormai da anni, tenta l’assalto al titolo dei pesi massimi detenuto da Mason “The Line” Dixon (interpretato dall’ex campione del mondo Antonio Tarver). Rimasto vedovo, Rocky non ha ancora superato il lutto e il figlio Rocky Jr. (Milo Ventimiglia) si vergogna di lui.

 

Questa sublime trama, che sarebbe forse riuscita meglio se la si fosse scritta pescando a cavolo le lettere dello Scarabeo, mi fa già gelare il sangue.

Quanti anni ha Stallone? Sessanta.

Visto e considerato che é il sesto episodio della storia, Rocky ne avrà almeno una cinquantina. E concorre al titolo dei pesi massimi.

C’é una breve intervista sull’articolo presente su Repubblica, in cui delicatamente si fa osservare a Sly:

 

 I - Non è troppo vecchio per combattere?
 
Sly - “Il tema dell’età è centrale nel film. In una scena il figlio chiede a Rocky: “Papà, non credi di essere troppo vecchio?”, Rocky gli risponde: “Sì, ma tu credi che bisogna smettere di provarci solo perché hai avuto troppi compleanni? Io no”. Che c’è di male nell’alzare la fronte e dire: “Io sono”?”.



I - È così che lei si sente?


Sly - “Ho 60 anni, e sono convinto che non s’abbandonino i sogni solo perché s’invecchia. Rocky vuole ancora partecipare. Questo è il messaggio. Rocky ha bisogno di gareggiare, a dispetto della sua età, come ha fatto George Foreman, campione del mondo a 45 anni. Vede, un pugile può perdere con gli anni il suo smalto atletico, la velocità, ma i veri combattenti possiedono ancora il pugno. La forza d’urto del pugno è l’ultima cosa che si perde. E se lo usi bene potresti anche avere fortuna”.

 

E’ vero, Foreman compì qualcosa di eroico. E anche Mohammed Alì, in passato.

Ma quella é la realtà, lo show, lo sport. Rocky é un personaggio dello schermo, interpretato da un attore di cui preferirei dimenticare le ultime apparizioni cinematografiche (ne cito solo una in Spy Kids – Game over, film in cui fa la parte del cattivo contro una banda di insopportabili pischelli).

Quand’é che un attore comincia a fare questi film? Quando non vuole arrendersi all’età ed alla fine della sua carriera, generalmente.

 

La pentalogia di Rocky non é come quella di Indiana Jones, un fumetto con effetti speciali. E’ una serie che, soprattutto nei primi due episodi, ha dei momenti di ottimo cinema e per nulla banali. Il che comporta che scadere nel ridicolo é infintamente più facile.

 

Io, per quanto mi riguarda, faccio a Sly i miei migliori auguri e so già che andrò a vedere il film (Capé, prenota le poltrone dei corazzieri all’Eurcine, un rito é un rito), ma avrei preferito si fosse risparmiato.

Magari é ancora in tempo per leggermi e ripensare a Rambo IV, che da più parte si mormora sia anch’esso in preparazione.

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Friday, November 3, 2006

La sconosciuta, Tornatore per stomaci forti

Sin da quando avevo visto il trailer dell’ultimo film di Tornatore mi ero ripromesso di andarlo a vedere il prima possibile. La mia passione per il noir era stata già solleticata dalle espressioni dell’atrice Xenia Rappoport e dalle atmosfere che il trailer lasciava intravedere.L’inutile (se non per le forme della Bellucci) Malena mi sussurrava ancora nella testa foschi presagi, ma avevo già ben chiaro che avrei assistito a tutt’altro.Da quando sono diventato cinema-dipendente, avevo attribuito il termine di “capolavoro”, che per me indica la perfezione totale, solo al sublime Eternal sunshine of the spotless mind, italianizzato con l’immondo titolo Se mi lasci ti cancello. Adesso ne ho un altro, ed é il film di Tornatore.Vi direi di andare tutti a vederlo, ma ci sono alcune controindicazioni. E’ duro. Doloroso oltremisura, per la violenza delle immagini e degli avvenimenti, e ancora per la violenza psicologica che attraversa tutto il film.

Ho difficoltà nel darvi un breve sunto della trama, in quanto é uno degli elementi che lo spettatore deve sbrogliarsi da sé. Il film procede infatti fra la narrazione del presente e i flashback della protagonista, che aggiungono particolari alla storia e fanno sempre più luce sul ruolo da lei svolto negli avvenimenti e sul perché delle sue azioni. In poche parole e senza rovinarvi nulla, la narrazione prende le mosse dalla ricerca di lavoro di una ragazza dell’est che vive in Italia già da molti anni in una Trieste grigia e piovosa. Alcune atmosfere ed alcune inquadrature sembrano richiamare il cinema di Hitchcock, altro particolare che non ha mancato di allettarmi.

Per tutta la prima parte del film la protagonista parla pochissimo, si esprime con frasi brevissime e concise e si limita ad osservare un palazzo dalla finestra del suo appartamento. E’ la sua espressione cupa e sofferente a parlare per lei, e la città, ripresa in una cornice sempre più tetra, sembra farle eco.

I flashback, che si contraddistinguono per i colori vivi e quasi infiammati della pellicola, troncano decisamente con i colori della narrazione del presente che tendono uniformemente al grigio, un accorgimento di regia che non ho mancato di apprezzare.

Procedendo nella visione, lo spettatore inizia ad ordinare ogni avvenimento, a intepretare ogni flashback fino al quadro della situazione, che Tornatore non conclude con l’ultima, illuminante pennellata se non nelle ultime sequenze della pellicola.

Per due volte sono stato sul punto di abbandonare la sala, travolto dalla violenza delle immagini che mi hanno smosso una rabbia che mi ha fatto stringere i braccioli della poltrona. Più volte mi sono voltato verso la mia amica che ha tenuto le mani incrociate davanti alla bocca e gli occhi spalancati per buoni quindici minuti sussurandole che se voleva potevamo andarcene. Vigliacchissimo, in quanto quello che non ce la faceva in quel momento ero io. Forse esagero, forse sono stato preso in contropiede su uno dei miei punti deboli, ma ad un certo punto, sì, me ne sarei andato, pur avendo in ogni momento la completa consapevolezza che mi sarei perso un capolavoro. Fortunatamente, ho resistito.

Fra gli attori, la palma va ovviamente a Xenia Rappoport.

Questa giovane magra e cupa, che da Filmtv.it risulta essere alla sua prima performance come attrice, é di una bravura impressionante. Tutto ruota attorno a lei, lei prende la mano dello spettatore e lo conduce nei meandri dei suoi ricordi più dolorosi, delle sue peggiori umiliazione, della tragicità del suo presente. Le sue espressioni, non mi stancherò mai di lodarle, potrebbero tranquillamente sostituirle le poche battute. Adombra tutti gli attori, che comunque non vanno mai oltre il ruolo di comprimari per la concezione stessa della trama.

Godibile Alessandro Haber nella parte del portiere dell’albergo, brava la Gerini e la Degli Espositi. Praticamente inesistente Favino, forse sprecato per una parte in cui gli si richiede solo un’espressione accigliata e qualche litigata con la Gerini sullo sfondo. Placido di una viscidità più che convincente, ma sempre messo in ombra dalla bravura della Rappoport.

L’unico personaggio che potrebbe reggere il confronto con la protagonista é la piccola attrice che interpreta la parte della figlia della Gerini, uno scricciolo che viene sottoposto ad una parte agghiacciante. Non me ne voglia il regista, ma mi sento di capire perfettamente chi, come me, é tentato dal fuggire dalla sala.

La sconosciuta é una gara di resistenza, un viaggio nel dolore e nella violenza che può stroncare. Però, se volete un consiglio, cercate di resistere. Fatevi forza, stringete i braccioli della poltrona, se proprio non ce la fate distogliete lo sguardo dallo schermo, ma non andatevene, non abbandonate la sala. Perché dopo il dolore, dopo la sofferenza a cui assisterete, dopo la cupezza della storia e del modo in cui viene narrata, una solare ultima scena vi salverà. Tirerete il respiro finale e verrete liberati dal peso di ciò a cui avete assistito con uno splendido, meraviglioso sorriso che asciugherà le lacrime e ridarà speranza, firma in calce ad un film che sembra volervela negare fino all’ultimo.

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Sunday, October 22, 2006

Scoop, Allen ritorna ai suoi classici

Attendevo con molta impazienza una nuova regia di Woody Allen. Con Match Point ci aveva dimostrato che, nonostante l’età ed il peso della sua carriera, è ancora possibile cambiare genere con risultati a mio parere ottimi. Tuttavia, come ogni film in cui lui stesso non recita, mi era mancato.

Ora, con Scoop, Allen si porta dietro Scarlett Johhansson in una commedia che riprende i suoi film più classici.

La storia prende le mosse dal contatto stabilito fra una giovane apprendista giornalista non proprio brillante (la Johansson) e lo spirito di un grande giornalista d’inchiesta deceduto, fuggito (letteralmente) dal suo viaggio verso l’aldilà per comunicare alla collega informazioni circa il caso di un killer che sta terrorizzando la città di Londra. Allen interpreta la parte di un mago logorroico e cialtrone che un po’ per caso e un po’ per curiosità assiste la ragazza nella sua indagine che la porta a sospettare di un membro dell’alta società britannica.

Il tema dell’assassino misterioso, già presente in più di una delle opere di Allen, qui funge solo da sfondo per il costituirsi del rapporto fra la Johansson e Allen, investigatori in erba senza alcuna capacità che non sia la tendenza a bisticciare come comari. Sembra quasi di essere davanti ad uno di quei vecchi sketch comici delle coppie storiche come Stanlio e Ollio, sempre impegnati in qualcosa che è decisamente più grande di loro senza che se ne rendano assolutamente conto.

La recitazione di Woody Allen in alcuni punti può apparire stiracchiata, ma le sue battute, delle quali potrebbe a mio avviso campare di rendita per i prossimi cento anni, contribuiscono a dargli spessore. Da notare che il suo ruolo nella pellicola è completamente subordinato rispetto a quello di Scarlett Johnasson. Si ha infatti la sensazione che il ruolo di Allen, se non fosse anche il regista del film, sarebbe uno di quelli che nei titoli appaiano preceduti dalla dicitura “e con la partecipazione di…” Probabilmente è una mia fisima, ma io sono abituato alla centralità di Allen nei suoi film, e vederlo cedere la scena a qualcun altro mi fa quest’effetto.

La Johansson, a cui è affidata la gran parte del film, offre nel complesso una buona prova. In realtà mi costa dirlo, perché di base tendo a fissarmi su un’interpretazione in particolare, e nel suo caso la parte in Lost in translation è quella che me l’ha fatta adorare. Così, a vederla nella parte della svampita storco un po’ il naso. Vero è però che sembra DAVVERO svampita, quindi posso sempre in sua difesa che recita bene la sua parte.

La coppia, insomma, funziona e rende il film più che godibile.

Qua e là quale accenno dell’Allen dei tempi d’oro, che sembra in alcuni punti essere lì lì per partire in uno dei suoi masochistici monologhi, ma tira sempre il freno o viene zittito dalla sua Johansson. E visto che svelare le battute di Allen lo reputo un crimine imperdonabile e penso anche che sia il sentirle da lui che le rende così esilaranti, mi limito a suggerirvi di non perdere la risposta di Woody Allen a Hugh Jackman che gli chiede se “suona qualcosa”.

Da segnalare, infine, la rappresentazione del traghetto delle anime verso l’aldilà all’inizio del film, un piccolo esilarante spezzone in cui Woody ha voluto lasciare la sua inequivocabile firma.

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Friday, October 20, 2006

Il diavolo veste Prada, ma diverte comunque

Mi é stato presentato da un’amica disinformata come “un film sulla moda”. Ovviamente la mia prima reazione é stata una risata.

“Cosa c’entro io con un film del genere, visto che il mio armadio per varietà dei contenuti ricorda quello di Paperino?” le ho risposto, immaginando un documentario di sfilate e di stilisti incartapecoriti intervistati.

Poi, leggendo la trama, ho capito che il tema della moda era solo la cornice del film. E mi sono convinto.

Il diavolo veste Prada di David Frankel, regista a me finora completamente sconosciuto, é una divertente commedia di quasi due ore che passeranno via come acqua fresca.

Tratto dal libro omonimo di Lauren Weisberger che afferma di essersi ispirata alla sua esperienza di assistente di Anna Wintour, direttrice di Vogue America, il film ci regala una cinica e insopportabile Meryl Streep nei panni del boss della sua giovane assistente Andrea, interpretata da Anne Hataway, reduce dalla buona prestazione ne I segreti di Brokeback Mountain.

Il film non vuole assolutamente essere un documentario e non si concede mai alla facile lusinga del videoclip, pratica piuttosto comune nei film dove si parla di moda e modelle, ma mantiene dall’inizio alla fine il suo carattere di commedia.

Inizialmente si é portati a godere del ridicolo di quel microcosmo rappresentato dalla rivista Runaway in cui la tirannica Meryl Streep é capace di provocare scene di panico collettivo solo comunicando il suo imminente arrivo in sede, almeno fino a quando il personaggio principale di Andra, nell’ennesima crisi provocatale dal suo capo, decide di passare dall’altra parte della barricata e di adeguarsi agli standard estetici del luogo in cui lavoro, sfoggiando vestiti di Valentino e borse di Gucci, guidata in questa sua metamorfosi da uno stereotipato intenditore effeminato interpretato da Stanley Tucci.

La banalità della trama (sì, va a finire esattamente come state immaginando) viene compensata da una regia molto scorrevole e divertente, soprattutto se vi fissate nel confrontare la bellezza naturale di Anne Hataway con quella artificiale delle sue colleghe di lavoro.

Qualche luogo comune di troppo, forse, come l’immancabile fidanzato simil-fricchettone che non approva la mutazione della sua compagna o lo spaccato di vita domestica di Meryl Streep, ma anche su questo si può soprassedere.

Del resto, é un film che non vuole dar da pensare quanto intrattenere facendoci sorridere, con il finale favoletta.

Girare commedie semplici senza incappare in una sequela di banalità che ne compromettano la godibilità non é sempre facile, al giorno d’oggi. A David Frankel va comunque riconosciuto il merito di esservi riuscito, probabilmente essendo partito alla base da un buon libro, che mi sono riproposto di leggere.

Se avete voglia di rilassarvi e sorridere per un paio d’ore, é il film adatto.

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Tuesday, September 26, 2006

Thank you, for smoking, l’irresistibile fascino delle canaglie

E’ stato detto di questo film, non ricordo da chi, che dopo averlo visto o smetti di fumare o continui con maggiore sprezzo del pericolo di prima. Su di me, non ha avuto né l’uno né l’altro effetto, alla fine della pellicola il mio unico pensiero é stato “Bel film.” Thank you for smoking ha diverse caratteristiche che incontrano il mio favore nella cinematografia di oggi: l’umorismo cinico, il contatto con la realtà e, non ultima, Kathy Holmes maltrattata. Ma vi concedo che l’ultimo punto é molto personale, e dedicherò ad esso nella recensione solo un piccolo spazio.

Il film é intepretato e commentato spesso in prima persona dal lobbista Nick Naylor (Aaron Eckhart), uomo di punta della multinazionali del tabacco e vice presidente di un fumoso “Istituto per gli studi sul tabacco”, una sorta di ente pseudo scientifico il cui ruolo é sostanzialmente quello di mistificare i danni delle sigarette sulla salute.

Sorriso smagliante e completo griffato, Naylor fa parte insieme ai suoi inseparabili amici (Maria Bello e David Koechner, rispettivamente lobbisti dell’alcool e delle armi) di un team identificato dalla sigla MDM, i “Mercanti di morte”. Seppure la finzione é d’obbligo ed il film non pretende di essere un documentario, i numeri e le statistiche delle morti causate da tabacco, alcool e armi sono veri, e diventano negli incontri del cinico trio il loro modo di confrontarsi, in una gara a chi lavora per la multinazionale che uccide più gente. 

La trama del film é in un certo senso secondaria, forse anche prevedibile per certi versi, eppure poco importa. Dal primo all’ultimo momento la nostra attenzione e il nostro cinismo (sempre che siamo abbastanza sinceri con noi stessi per portarlo a galla) vengono solleticati da ogni parte. Si parte dal ragazzo malato di tumore (“Che interesse può avere la mia multinazionale nell’uccidere questo giovane? - esclama Nayor davanti ad una platea attonita - Noi vogliamo che viva, e che continui a fumare!”) fino alla descrizione di un rapporto padre-figlio che sembra ricordare l’episodio de “L’educazione” ne “I mostri” di Dino Risi.

Si capisce sin da subito una cosa. Nick Naylor sa perfettamente cosa fa, e non si fa alcun scrupolo nel farlo. Egli sembra rifarsi ad un normale ordine delle cose per cui, attraverso i mezzo che egli definisce “discussione” il nero diventa bianco e la realtà viene completamente travisata a vantaggio della multinazionale che egli rappresenta. Paradossalmente tale disumanità, che dovrebbe risultare ancora più esasperata dalla consapevolezza di chi a esercita, diventa il punto di forza della simpatia di Naylor, divenuto da anticristo spacciatore eroe mediatico che irride un’opposizione debole, poco convincente e, diciamolo pure, antiestetica. Perché Thank you for smoking resta pur sempre un film e non un documentario, e la controparte risente dei cliché affibbiati ai cattivi da commedia: sciocchi, vanesi ed oltre ogni misura brutti. 

Nella catarsi finale si ha la fastidiosa sensazione di essere ormai dentro allo schermo, nella parte dell’ennesimo ingenuo manipolato dal carismatico Naylor e dalle sue demagogiche argomentazioni. 

Aaron Eckart ritorna con questo film al cinico yuppie di Nella società degli uomini. Un film com questo gli vale il perdono per aver cavalcato (seppure solo in parte) l’onda cinematografico-catastrofista con The Core. Perfetto emblema di adorabile canaglia, Eckart si dimostra più che all’altezza del suo ruolo ed anche se la reazione più normale alle sue battute sarebbe quello di mollargli un ceffone, a metà strada si trsformerà in un buffetto in virtù della simpatia che esercitano le facce da schiaffi come la sua. 

Il film é praticamente incentrato su Eckart e gli altri attori non hanno molto spazio per esprimersi. Da notare solo la buona prestazione di Cameron Bright, il giovane attore già visto in Birth - Io sono Sean  e Godsend, che in quanto ad attori giovanissimi sicuramente é preferibile alla faccia da cane bastonato dell’odiatissimo (da me) Haley Joel Osment, il bambino de Il sesto senso.

Ora, chi odia Katie Holmes prosegua, chi la ama si vergogni e vada su un altro post.

E’ imbarazzante. Insopportabile. Scandalosa. Ha il malefico potere di trasformare in Dawson’s Creek ogni pellicola in cui compare, appena la vedi ti pare già di sentire in sottofondo “I don’t want to wait” e aleggiano le espressioni blese di James Van Der Beek e Joshua Jackson, al secolo Dawson e Pacey, o come li chiamiamo a Roma Dòson e Pizzi. Quando deve essere sensuale smorza ogni appetito, quando fa la cattiva sembra una bambina di quattro anni che non ti vuole ridare la caramella. Anche se raggiunge il fondo del barile in The Gift, dove gli fanno fare la sensuale/cattiva, questo pesce lesso con un principio di strabismo non smette mai di stupire. Ed anche qua ci mette del suo. Anche se il suo ruolo marginale non gli consente di sputtanare completamente i film, riesce a dare comunque la sgradevole sensazione che Naylor sia un pedofilo, caratterizzazione non prevista né richiesta. Vederla nell’ultima scena é un placebo per l’anima, resta solo la delusione che quella scena sia finzione e non realtà.

 

 

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Wednesday, June 21, 2006

American Dreamz, parodia di un presidente

Partiamo, per onestà e correttezza, da un dato di fatto.

Il mio giudizio sul film rischia di essere pilotato dalla mia idiosincrasia per Hugh Grant. Non lo tollero, non mi piace come recita ed anche se qualche buon anima gli ha asportato (direi chirurgicamente) la scopa in culo che dall’inizio della carriera l’affliggeva, il bamboccio inglese con l’ego che se le porta appresso non lo posso vedere.

I suoi ultimi ruoli cinematografici (almeno About a boy ed il deludente sequel Che pasticcio Bridget Jones) lo hanno visto cristallizzarsi nel ruolo dell’adorabile canaglia, e forse proprio per questo la scelta del regista Paul Weitz è ricaduta su Grant per il ruolo di uno showman viscido e la cui umanità è pari a quella dell’orca assassina.

Il film di Weitz immagina un format televisivo che ricerca dei fenomeni da baraccone per farne delle star in una progressiva serie di eliminatorie (vi dice niente?). Alle vicissitudini dei due dei concorrenti allo show (un arabo terrorista in incognito ed una ragazzotta di un piccolo centro americano) si unisce la vicenda del presidente degli Stati Uniti (Dennis Quaid) che nel tentativo di migliorare la propria popolarità partecipa al programma come giudice.

Il film, la cui idea di base è buona, resta secondo me troppo chiuso nell’ambito della parodia, che pure è qualitativamente alta soprattutto grazie al duetto Quaid – DaFoe, una esilarante trasposizione sullo schermo di George Bush e della sua eminenza grigia Dick Cheney.

E’ normale pensare che Weitz, regista di American Pie e About a boy abbia voluto volontariamente permanere nel genere parodistico, anche quando i temi toccati (la situazione mediorientale, i terroristi islamici “dormienti” in America) sembrano andare in un’altra direzione.

Per alcuni versi il modello di comicità della pellicola mi ha ricordato La seconda guerra civile americana, ma dove nel film di Joe Dante il cinismo del personaggio di James Coburn svolgeva, oltre alla funzione comica, la funzione di portare lo spettatore alla riflessione, nel film di Weitz il tutto si risolve in alcune gag che di per sé sono anche godibili, ma tutto sommato abbastanza comuni. La parodia, insomma, non sconfina nella critica e nella denuncia, ma resta tale fino all’ultima scena, strappando solo qualche risata in più.

  

Con decisamente qualche chilo di troppo (particolare che non ho mancato di notare con maligna soddisfazione, probabilmente dettato da esigenze di regia) Hugh Grant in sostanza non fa che ripetere un personaggio già visto in altri film, con il valore aggiunto della trippa che rende l’insieme ancora più spregevole. Gli riesce bene (questo gli si può concedere), ma nulla che non sia stato già visto.

 

La nota di merito va a Dennis Quaid e a Willem DaFoe, in particolare alla mimica del primo, che riproduce quasi alla perfezione l’espressione assente dell’attuale presidente degli Stati Uniti e né dà l’immagine di un bambinone che non capisce bene quello che succede ed ha bisogno della balia-Cheney per evitare che il mondo intero se ne accorga. Peccato, appunto, che la parodia smussi questo aspetto al livello di semplice scherzo.

 

Da segnalare anche la performance dell’esordiente Sam Golzar, che pur aiutato dal ruolo che interpreta (un terrorista impacciato e maldestro con la passione dei musical che canta Sinatra) con la sua espressione quasi fanciullesca predispone già lo spettatore alla risata ed a parteggiare per lui.

 Nel complesso, una commedia divertente con diversi buoni spunti, peccato non siano stati sviluppati.

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Sunday, February 19, 2006

You, me and everyone we know, breve affresco sull’attrazione

Cominciamo da cosa non mi é piaciuto: ho trovato l’attrice/regista poco convincente nel suo ruolo, che pure definirei molto cliché. La sua “stranezza” mi é sembrata poco credibile e molte sue espressioni forzate al limite della parodia. La scena migliore che la vede protagonista é secondo me quella in cui si vedono solamente i suoi piedi che mimano il corteggiamento, un’idea molto simpatica che già da altri é stata fatta notare.
Anche il padre di famiglia, con quello sguardo da gufo contro cui é stata puntata una torcia, seppure sia più credibile nel suo ruolo, non mi ha particolarmente entusiasmato.
Il miglior attore del film é, a mio avviso, il figlio minore, che é bambino solo nell’aspetto, perché lo sguardo che posa sul mondo e sulla vita delle altre persone é quello di un adulto. Non ricordo di averlo visto sorridere per una scena del film, solo quello sguardo che cerca di comprendere ed interpretare ciò che accade attorno a lui.
L’’altro personaggio che secondo merita menzione a parte é la figlia della vicina! L’espressione mi ha ricordato quella della piccola Christina Ricci all’epoca della Famiglia Addams, forse un pochino più inquietante poiché inquadrata in un contesto “reale”. In riferimento alla sua attività principale, é uno di quei casi in cui trovo qualcosa a tal punto inquietante dal risultare comico. Ragionandoci, forse ci troviamo davanti ad una buona prova di ironia, l’elevazione alla massima potenza del modello “Barbie” ma senza sorriso, il che impedisce la facile equiparazione del personaggio al suddetto modello e lascia allo spettatore l’inquietante domanda “Ma perché lo fa?!”
E’ anche secondo me un film sulle attrazioni “particolari” (se così possono definirsi), dove si cerca di proporre all’occhio dello spettatore situazioni forti attraverso un’ottica che ne stempera l’effetto e le inquadra nella sfera del sentimento più che in quella del desiderio. Di tutti gli approcci “sessuali” dei personaggi del film, paradossalmente quello che maggiormente dovrebbe rappresentare il più esecrabile risulta alla fine essere il più delicato, se comparato con gli altri.
Il sesso inteso come rapporto fisico dal film mi é parso uscirne un po’ male (se non nella porta aperta sul futuro dei due protagonisti), in quanto le sue manifestazioni sono legate ora all’umiliazione (la fellatio), ora a situazioni patetiche (l’amico del padre). In tutto questa situazione, il bacio proibito per me ha rappresentato più l’espressione di una commovente e disperata ricerca d’affetto che altro.

Il risultato é un film gradevole, magari un po’ lento in un paio di scene, ma nel complesso fluido.
Ed un’ultima cosa: il simbolo
))<>(( che nell’ultima scena compare sul manifesto della mostra come logo d’unione fra arte e digitale é semplicemente spettacolare!

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