Wednesday, October 10, 2007

Marco Rizzo e i potenziali brogli

Vorrei soffermarmi su un articolo di oggi dalla prima pagina di la Repubblica , un pezzo di Edmondo Berselli dall’ammonente titolo “Chi sabota la propria casa”.

Il riferimento è ai brogli in merito al referendum sul Welfare, denunciati da Marco Rizzo dal PdCI, brogli che a quanto pare sarebbero stati concepiti allo scopo di dimostrare che la stessa votazione poteva essere inquinata.

 

Scrive Berselli:

 

“Il riflesso pavloviano della nostra sinistra è riuscito in un altro atto magistrale di autolesionismo: la parola ‘brogli’ entra spettacolarmente a far parte della dialettica interna dei partiti del centrosinistra, al movimento sindacale, al nascente partito democratico. C’è voluta  una suprema fantasia creatrice, perché quando l’ombra dei brogli veniva evocata da Silvio Berlusconi, i sospetti di un uomo spregiudicato, incapace di perdere e capace invece di proiettare il sospetto sugli avversari politici, possedevano una loro logica, per quanto strumentale e speciosa.”

 

 

Già in questo Berselli parte secondo me con il piede sbagliato. Accostare i brogli denunciati da Rizzo a quelli evocati per mesi da Silvio Berlusconi è già di per sé sbagliato. Da una parte abbiamo infatti la volontà di controllare la regolarità di un referendum di una certa importanza, dall’altro l’arroganza di un uomo che non può esimersi dal fare a pugni con democrazia e costituzione quando non viene da esse incoronato. Un paragone si presenta quindi come improvvido e ingiusto.

 

Più avanti, Berselli scrive ancora:

 

“…le accuse di Rizzo, le foto che provano la possibilità di votare tre volte, hanno più o meno l’aspetto di un atto di sabotaggio. Il referendum sindacale nelle aziende è un esercizio autogestito, in cui si mette alla prova la maturità e le scelte della base, cioè la capacità di discernere vantaggi e svantaggi di un provvedimento governativo. In questo confronto assolutamente democratico, le centrali sindacali influenzano legittimamente il voto, cercando di modellare le opinioni, plasmano il consenso nella direzione che ritengono più opportuna.”

 

 

Per carità, nulla da eccepire. Tranne per il fatto che se stiamo parlando di una consultazione democratica, allora denunciare la possibilità del voto multiplo non può essere considerata un “sabotaggio”, bensì un contributo affinché si adottino misure atte a prevenire simili fenomeni. Si può tuttalpiù affermare che il metodo utilizzato sia poco ortodosso, ma non per questo è meno valido.

 

Ma è forse la conclusione dell’articolo di Berselli la parte più chiara:

 

“…ciò  che colpisce è il caotico cupo dissolvi in uno schieramento che aveva puntato le sue carte elettorali sulla linearità, la responsabilità, la trasparenza, la razionalità. Cioè su quella rete di propensione alla fiducia reciproca che consente alleanze, solidarietà, convergenza culturale, attitudine al compromesso virtuoso.”

 

 

Perché tirare in ballo tutta queste belle parole (sembra di ascoltare Wilson alla fine del primo conflitto mondiale) come se quella di Rizzo e, per responsabilità, del PdCI fosse una colpa? La dimostrazione della possibilità di effettuare un illecito dovrebbe essere accolta con favore, se ci si tiene alla propria faccia e a quella del nascente PD (che Berselli chiama in causa ogni due per tre) nelle caratteristiche di “linearità, responsabilità e trasparenza”.

 

Bene ha fatto Rizzo, insomma, a evidenziare la questione, parlare di “autogol” mi sembra più che altro tradire una certa tensione più che palpabile in merito all’azione di governo e alla gestazione del PD.

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Monday, October 8, 2007

Di ritorno da Praga

Fresco di ritorno da Praga, meta a lungo sognata e finalmente raggiunta la scorsa settimana, provo a riordinare un attimo le idee su ciò che ho visto. E con l’occasione provo anche ad aggiornare questo blog decrepito in cui con sommo stupore ogni tanto vedo ancora passare qualcuno.

Si parte da un dato di fatto: per me Praga era qualcosa che avevo in testa da anni, un’idea (sballata) nata dai romanzi, da Praga magica di Ripellino e dai racconti dei miei che la visitarono nel 1971.

Onde evitare di scontrarmi violentemente con una realtà che sapevo essere ben diversa, mi sono concesso di spazzare via dalla testa tutto ciò che sapevo e di lasciare che la città mi venisse incontro così com’era.

 

 

Ovviamente, non è stato possibile.

Non è stato possibile perché Praga è una città duplice, come una scenografia. Davanti è tutto uno sbrilluccicare di lustrini ed ammiccare di insegne al neon, ma appena si gira sul retro cominci a capire di cosa parla Ribellino: strade buie, edifici che incombono su di te come le mura di un labirinto per giganti, sprazzi occasionali di gotico metropolitano che ti sovrastano.

E’ una città che, nonostante tutto, non ha perso quel suo carattere profondamente malinconico e misterioso celebrato da generazioni di scrittori e di poeti, carattere che in determinati luoghi sembra quasi essere preservato artificialmente, probabilmente con la consapevolezza che esiste anche quel modello di turista che non si accontenta delle luci di Piazza S. Venceslao ma ha anche piacere ad immergersi nelle stradine di Mala Strana.

 

 

L’impressione principale é che dalla Rivoluzione di Velluto la città sia stata letteralmente inondata dall’Occidente e, senza quella serie di mutamenti graduali che hanno subito i paesi dell’Europa occidentale, Praga sia diventata un ibrido, una sorta di bolla in cui ancora convivono i deprimenti casermoni comunisti insieme ai McDonald’s spuntati un po’ ovunque come funghi. Di primo acchitto é facile uscire piuttosto confusi da questo guazzabuglio fra neocapitalismo ed ex comunismo. Perché ogni grande piazza della città, ogni grande arteria che viene percorsa ha una sorta di invisibile linea di confine, oltre alla quale sei di nuovo dall’altra parte della cortina. E allora capisci di cosa parla Ripellino, quando scrive di Kafka che ancora oggi ogni notte percorre le strade della città tornando a casa. Vagando in quelle stradine, infatti, é come se il tempo in qualche modo si dilatasse, e gli stessi rumori del caos che é poche decine di metri più in là arrivano attutiti, quasi che la metaforica bolla esistesse davvero.

 

 

Anche l’architettura della città riprende lo schema dell’ibrido. Gotico e liberty si fondono in uno stile unico fino a perdere le proprie caratteristiche distintive producendo qualcosa di nuovo, di affascinante ma allo stesso tempo perennemente fuori posto.

In alcune parti della città questi stili si esprimono senza confondersi, come nel caso del Palazzo dell’Opera, una tappa fondamentale per gli appassionati del liberty, o nel gotico delle torri che si innalzano in diversi punti della città quasi a rappresentare una segnaletica stradale alternativa.

E’ una città, insomma, che apparentemente sembra piuttosto lontana dal trovare il proprio equilibrio. Una città che é concepita a misura di turista, ma allo stesso tempo custodisce con una certa gelosia il suo cuore storico per se stessa.

 

 

Per chi, come me, intende andare a Praga sulla base di quanto ha letto, affascinato dalla Città Magica e dalle claustrofobiche atmosfere kafkiane, un consiglio: cercate bene. Andate a spasso per Mala Strana di notte, aspettate che gli ultimi turisti lascino il passo alla luce dei lampioni e di tanto in tanto infilatevi in una birreria, bevete e continuate il giro. Lasciatevi ispirare dall’atmosfera e, volgete di tanto in tanto un occhio ad una delle torri. Lentamente, dovreste essere in grado di provare quella dilatazione temporale a cui ho accennato. Anche se solo per pochi secondi, avrete l’opportunità di riflettere su quale sia la “magia” di Praga.

Da un punto di vista più prosaico, invece, eccovi una piccola selezione di opportuni appunti mentali che mi sono fatto durante la vacanza: 

 

1)      se siete in viaggio con un amico, e lui vi dirà entusiasticamente che c’éunadiscotecamadonnamiachefigatapienadificaunmito dicendo che ci é stato l’ultima volta nel 1999, fategli notare che le ragazze che c’erano nel 1999 e che avevano 16-17 anni allora sono ancora lì ma l’età si é abbassata a 14-15 e finirete a prendervi a borsarte di ghiaccio i coglioni mentre lercioni cinquantenni pascolano piccoli gregge di agguerrite lolite in guepierre

 

2)      nei supermercati, date sempre la preferenza al LOVICE. Si presenta in genere come salame a fette, é buono ma chiedere cosa sia é segno di profonda scortesia. Zitti e mangiate. 

 

3)      Se per orientarvi prendete come riferimento “quella torre là” vi perderete dodici secondi dopo scambiandola per un’altra e raggiungendone una terza per tornare alla prima

 

4)      I semafori di notte durano in media dal secondo al secondo e mezzo, attraversate la strada sempre e solamente in bullet-time

 

5)      Penne a sfera e calze di nylon non funzionano più. Ma proprio per niente…

  

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Monday, May 14, 2007

L’amuleto di Samarcanda, Stroud dà respiro al fantasy

L’amuleto di Samarcanda, primo libro della trilogia ideata dallo scrittore inglese Jonathan Stroud, è un divertente romanzo che apporta alcune originali innovazioni al genere fantasy.

Il romanzo è ambientato in una Londra alternativa del XX secolo in cui il governo è retto dai maghi che ottengono il loro potere dalla capacità di asservire creature provenienti da altri piani dimensionali, rigidamente inquadrate in gerarchie di folletti, jiin ed efreti.

Queste creature, se si escludono le capacità magiche, hanno davvero poco che li differenzia dagli esseri umani, soprattutto nel loro rapportarsi gli uni con gli altri: quella immagina da Stroud è una sorta di società parallela che sembra ispirarsi alle dinamiche di quella umana.

Il protagonista, il giovane apprendista mago Nathaniel, dista anni luce dall’eroismo a cui siamo abituati da romanzi di J. K. Rowling. E’ un perspicace ragazzino insopportabilmente presuntuoso che avreste voglia di prendere a calci nel sedere, legato ad una entità proveniente da un’altra dimensione chiamata Barthimeus.

Proprio Barthimeus è il vero protagonista dell’opera, una creatura antica e potente costretta a servire il giovane Nathaniel e che non perde occasione per commentare sarcasticamente il suo padrone ed il mondo che lo circonda. I suoi contributi alla narrazione sono in prima persona e sempre corredati da note (in prima persona anch’esse) nelle quali Barthimeus non risparmia frecciate verso gli umani e si fa gioco delle tradizioni occultistiche di mezzo mondo.

Si direbbe che i maghi descritti da Stroud siano più vicini a quelli descritti da Terry Pratchett che a quelli della tradizione fantasy-epica.

Stroud ha uno stile leggero e scorrevole, di facilissima lettura, ma che non manca di creare la giusta suspense nei punti più drammatici.

C’è un che di fresco e molto innovativo nella scrittura di Stroud, un felice contributo ad un genere che rischierebbe altrimenti di ossidarsi sull’emulazione dei classici del genere, producendo infinite riscritture de Il signore degli anelli.

La trilogia prosegue con L’occhio del Golem e La porta do Tolomeo, volumi che conto di procurarmi al più presto.

Un libro che piacerà agli amanti del genere, ma che può divertire anche chi non ha la passione del fantasy.

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Thursday, April 26, 2007

I racconti di Terramare, Goro Miyazaki al banco di prova

Trovo sempre in qualche maniera riduttivo definire cinema le opere di Hayao Miyazaki. Sarà che coltivo da anni una passione sfrenata per ogni sua produzione, ma sono dell’idea che i suoi film, per l’efficace alchimia di trama / immagini / colonna sonora rientrino nella poesia.

Myiazaki é un poeta che alla penna preferisce la celluloide, e lo fa con una grazia ed una leggerezza uniche nel cinema d’animazione.

Non appena ho intravisto sul giornale che in un paio di cinema romani stavano proiettando I racconti di Terrmare (traduzione un po’ cacofonica della saga di Earthsea di Ursula Le Guin), opera ultima di Myaazaki, sono ovviamente partito in quarta. Senza rendermi conto che non di Hayao si parlava, ma di suo figlio Goro.

 

 

I racconti di Terramare é indubbiamente un film valido, anche se nemmeno paragonabile con le opere di Hayao. Disegni ad animazioni non sono all’altezza del tratto del maestro, la colonna sonora é piacevole ma non riesce a prendere lo spettatore per mano come nel sublime La principessa Mononoke  o nel sognante La città incantata. Forse il maggiore difetto di questo film non sta però nei disegni o nella musica, quanto nella regia.

La saga di Earthsea, che si compone di tre libri, viene completamente data per scontata. Il mondo in cui si muove il mago Ged, personaggio complesso che Goro sfiora appena, viene presentato di fronte allo spettatore senza che vi sia spesa una sola parole. Semplicemente, Earthsea irrompe nel film come scenario di un mare in tempesta nel quale si affrontano due enormi draghi. Si ha quasi la sensazione che questo film sia una parte di una serie già iniziata e che abbiamo saltato la presentazione dei personaggi principali, il come e il perché di quello che sta succedendo.

Si riscontrano i “marchi di fabbrica” del papà: l’onnipresente ungulato, le onnipresenti “ombre fangose” (l’efficace definizione é di un amico), il tema ecologico/vita. Probabilmente, se la regia l’avesse curata Hayao, sarebbe stato un altro capolavoro.

Invece Goro, per quanto si impegni, non riesce a fuoriuscire dalla narrazione degli eventi (fin troppo nebulosa e caotica, in alcuni punti quasi ridicola) e lascia che le animazioni di marca Ghibli provino a fare a differenza.

Gli va riconosciuto comunque il tentativo, che comunque resta valido.

Un comune modo di dire recita che il genitore “o lo si eguaglia o lo si uccide”. Goro per ora sempre protendere per la prima opzione, vedremo se sarà in grado di sviluppare uno suo stile ed una sua regia.

 

 

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Monday, April 16, 2007

Il cacciatore di aquiloni, un romanzo afghano

Khaled Hosseini, classe 1965, ha esordito sulla scena letteraria nel 2003 con il romanzo Il cacciatore di aquiloni. Si è parlato sin da subito di caso letterario, essendo di fatto la prima opera di un autore afgano pubblicata in inglese. Il libro ha cominciato ad avere un’eco in Italia negli ultimi due anni, fino ad arrivarmi fra le mani durante le vacanze pasquali.

 

La vicenda prende le mosse dalla Kabul degli anni ’70 e dall’amicizia che lega il giovane Amir, di etnia Pashtun, al coetaneo Hassan, di etnia Hazara. Hosseini ritrae con tocco malinconico e partecipatio la bellezza della Kabul di un tempo, sconvolta dall’irrompere dei russi prima e dei talebani dopo, fino alla fuga di Amir e di suo padre verso l’America. Tuttavia, sarebbe quantomeno azzardato parlare di romanzo storico, come ho sentito dire. La vicenda narrata ne Il cacciatore di aquiloni si limita infatti ad appoggiarsi sulla successione degli eventi storici di quegli anni, spesso vagamente accennati e mai analizzati, quasi si trattasse di deus ex machina ai quali viene solo conferito il ruolo di mettere i presupposti alla prosecuzione della storia. Il tema centrale del romanzo è la terribile colpa commessa da Amir in gioventù, colpa che egli cercherà di espiare attraverso un viaggio nel presente e nella memoria, guidato dal ricordo del genitore e dei suoi amici di un tempo rimasti nella natia Kabul.

 

Hosseini mi ricorda in parte Daniel Picouly nel suo Campo di nessuno, dove il rapporto padre-figlio viene narrato in maniera sognante e spesso tendente al fantastico. Ma se il giovane protagonista di Picouly richiama il passato attraverso la venerazione per il padre e gli dà le tinte del sogno, Hosseini lo colora d’incubo.

 

E’ senza dubbio un libro molto potente nel coinvolgere il lettore, il cui unico difetto sono forse le banalizzazioni tipiche di una scrittura manicheista che é più occidentale che orientale. Tuttavia, per quanto alcuni elementi siano decisamente prevedibili, non tolgono nulla alla scorrevolezza della narrazione e al valore dell’opera, che é già in procinto di diventare un film, in quanto pare che la Dreamworks ne abbia già comprato i diritti schierando lo stesso Spielberg, forse il miglior commento a quel manicheismo a cui ho accennato. Ma, Spielberg o non Spielberg, il libro é all’altezza delle buone recensioni che lo hanno accompagnato.

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Monday, April 2, 2007

L’inconfessabile verità…

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Tuesday, March 27, 2007

Death of a president, mai così noiosa

Capita spesso che i film più attesi si rivelino dei miseri flop.

E’ il caso, secondo me, del film dell’esordiente Gabriel Range, regista inglese alla sua prima prova sul grande schermo. E’ un cosiddetto mockumentary, cioé un documentario fittizio, ambientato nel 2008 ad un anno dalla morte di George W. Bush, ucciso da un cecchino durante un discorso nella città di Chicago.

Il film si compone di filmati di repertorio, finte interviste ed altre reali. In quelle reali, ovviamente, il nome di Bush non compare mai, ma ci si riferisce ad un presidente morto, molto probabilmente Nixon o Ford, dei quali viene mostrato il funerale secondo protocollo attribuendolo a Bush.

 La prima parte narra le ultime ora di vita di Bush, il suo arrivo a Chicago e filmati di repertorio circa le varie proteste susseguitesi negli ormai sei anni di presidenza, immagini che già Micheal Moore aveva mostrato in Farenheit 9/11. Ma se il secondo legava alle immagini le ragioni della protesta, illustrando in un documentario cosa Bush avesse fatto dell’America, Range si limita a gestirle come un elemento di trama, mostrandoci gruppi di giovani e meno giovani che urlano, agitano cartelli e cercando di fermare il corto presidenziale, con una netta predilezione per tutte le tipologie di manifestanti incappucciati e violenti. Non che le proteste in occasione delle visite vedessero la prtecipazione di educande, intendiamoci. Ma il taglio della regia sembra voler privilegiare l’odio della gente mentre le motivazioni sono date per lo più scontate.

Il film é decisamente noioso, si concentra sulle indagini dopo la morte del presidente attraverso video di sicurezza, rilievi e perquisizioni, ma non riesce mai a colpire nel segno.

Non si ha nemmeno la chiara idea di dove voglia arrivare Range con il suo mockumentary, se limitarsi alla fantastoria o fare qualcosa di più.

Nemmeno la risoluzione finale dell’indagine, che dovrebbe chiamare in qualche modo alla riflessione, riesce a dare un senso a questa noioso insieme di filmati e finte interviste.

Proprio non comprendo le polemiche che l’uscita di questo film ha provocato in America, polemiche a cui si é unita anche Hilary Clinton e alcuni membri del partito democratico, se non dicendomi che evidentemente non devono aver visto il film in questione.

Perché non c’é nulla di scioccante o offensivo in questi 90 minuti di film, solo una regia lenta e che si perde su particolari a mio parere trascurabili.

Anche il post Bush risulta poco sviluppato e tirato via, se non per l’evidente dimostrazione che la deformazione del labbro di Cheney, quella che lo fa somigliare a Skeletor dei Masters, non é una prerogativa di quand’é incazzato, lui ce l’ha di base dal momento in cui si sveglia la mattina a quando va a dormire.

L’unico brivido lungo la schiena l’ho avuto quando nel film viene pronunciato il nome “Karl Rove”, ma quella é responsabilità dei Griffin, il regista non c’entra.

Un flop, evitabilissimo.

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Monday, March 26, 2007

Bertinotti e i nodi che vengono al pettine

ROMA - “Vergogna assassino, guerrafondaio, buffone”. Frasi durissime. Accuse di voltafaccia. Di aver abbandonato in nome della realpolitik e della partecipazione al governo la scelta pacifista portata avanti da sempre come un vessillo. E anche di partecipare ad un convegno organizzato da Comunione e Liberazione. Fa scalpore la dura contestazione messa in atto da una cinquantina di studenti del Coordinamento dei collettivi all’indirizzo del presidente della Camera, Fausto Bertinotti al suo arrivo alla facoltà di Lettere dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma.




Era nell’aria già da qualche tempo. In ambito studentesco cominciava ad avvertirsi la sempre più forte presa di distanza dei collettivi di estrema sinistra universitari da Rifondazione Comunista. Per esperienza personale, essendo io stato uno studente di Lettere Filosofia della Sapienza di Roma per sei anni, non darei un estremo peso ad una simile contestazione. Chi chiama in causa la cacciata di Lama del 1977 non conosce i valore dei numeri, il gruppo di contestatori di oggi non ha nulla a che vedere con quell’evento.

I collettivi di estrema di sinistra di della facoltà di Lettere si sono da sempre contraddistinti per una linea politica molto estremista, poco incline al dialogo perché, a onor del vero, in genere é raro che il dialogo venga loro offerto come alternativa.

Normale quindi che il tentativo di Bertinotti di ascoltare le ragioni della protesta sia caduto nel vuoto:

 

Nulla da fare sul faccia a faccia proposto da Bertinotti ai contestatori: “Le uniche risposte che può
darci sono risposte politiche. Questa è la nostra unica risposta possibile”.

 

Io me ne ricordo un’altra di comparsata di Bertinotti all’Università Era il 1998, era da poco caduto il governo Prodi e Bertinotti fu invitato all’Università per tenere un discorso in merito ad uno sciopero dei mezzi pubblici. Fu il momento in cui ruppi definitivamente i miei legami con Rifondazione.

Esordì con un discorso di demagogia pura, arrivò a dire che i giovani dovevano solidarizzare con gli scioperanti e comunque potevano sempre usare i motorini. Va da sé che gli animi erano già abbastanza surriscaldati dai recenti eventi, ma fu comunque accerchiato all’uscita dell’Aula Magna da un gruppo di studenti tenuti a distanza dalla sicurezza. Ricordo che un ragazzo gli urlò contro che non avrebbe mai più avuto il suo voto, e lui elegantemente rispose allora che non l’aveva mai avuto.

Era così, il Bertinotti del 1998: estremista, ideologico, assolutista. Proprio come gli studenti che ora lo contestano, ripagandolo con il suo stesso atteggiamento di allora.

 

Valutare in senso politico una contestazione organizzata da una cinquantina di giovani di un collettivo universitario si capisce già da sé che é un’esagerazione. Tuttavia é un segno, il segno di quello che diverrà a mio parere uno strappo decisivo.

Poche personalità politiche hanno saputo gestire l’istituzionalizzazione del loro ruolo, e Bertinotti pare non sarà da meno.

Non voglio esprimere alcun giudizio di merito, né attribuirgli malafede circa il percorso politico che lo ha condotto alla carica che ricopre, sono altre le critiche che personalmente gli riserverei.

Ma sta di fatto che Bertinotti si trova ora a doversi scontrare con la parte politica che lungamente lo ha sostenuto, fornendogli il consenso e i voti che gli hanno permesso di affermarsi in una delle alte cariche dello Stato.

Cinicamente, si usa dire che l’ideologismo estremista é facile e comodo quando si é all’opposizione. Non é il caso di Bertinotti, che ha sacrificato un governo “amico” alla coerenza della propria linea politica, ma a questo punto viene da chiedersi cosa rimanga a Fausto Bertinotti una volta conclusa la sua esperienza come Presidente della Camera.

In genere su certe cose indietro non si torna, ma in Italia la marcia indietro e l’inversione a U sono discipline che vantano primati internazionali.

Ma anche così, che credibilità gli resterebbe?

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Friday, March 23, 2007

Una Big Sister per il 2008

Qualche giorno fa un telegiornale ha passato alcune immagini di un curioso filmato. Un gruppo di uomini e donne rasati assisteva ad un gigantesco schermo su cui venivano proiettata l’immagine di Hilary Rhodam Clinton in uno dei suoi messaggi elettorali. Improvvisamente in questa squallida atmosfera irrompe una donna bionda rincorsa da alcuni poliziotti, che lancia un martello contro lo schermo frantumandolo.

Il mio primo pensiero é che stessi assistendo ad una qualche trovata repubblicana da pre-campagna elettorale. Sono rimasto un po’ spaesato quando lo stesso servizio mi ha messo davanti ad un non meno stupito Barak Obama che spiegava come il suo staff non avesse assolutamente i mezzi per produrre un simile filmato, né tantomeno l’intenzione.

Al termine di questo filmato, che potete osservare qui sopra, compare infatti un Think different che fa riferimento alla candidatura di Obama per le prossime primarie.

Chiaramente il filmato ha mandato la sig.ra Clinton su tutte le furie e scatenato un bel vespaio di polemiche all’interno della coalizione democratica. Polemiche che mi sento in parte di giustificare, nonstante in passato le primarie democratiche non siano state proprio cosa da educande (basti pensare alla contrapposizione Edwards-Kerry nel 2004).

 

Ma io, pensandola da italiano, mi sono subito chiesto: ma ci abboccherà qualcuno? Davvero i democratici americano sono talmente sprovveduti da cascare in una simile trappola?

Uno dei vantaggi della rete é della diffusione del materiale sulla medesima é chiaramente l’anonimato. Io stesso, avendone i mezzi, potrei comporre un bel filmatino con lo stesso effetto, chiudendo con un invito a votare tal dei tali corredato con relativo stemma politico. Ci vorrebbe davvero poco, ma l’effetto sarebbe garantito.

A maggior ragione perché al momento le prossime primarie del partito democratico in America partono già con una contrapposizione senza precedenti.

Da una parte, una donna che che intende sfidare il prossimo candidato repubblicano in un paese che é noto per la sua politica maschilista e che possiede ancora enormi zone di territorio in cui parlare di emancipazione é ancora difficile.

Dall’altra, un afroamericano in un paese che in tutta la sua storia ha avuto solo cinque senatori di colore compreso lui (i dati sono riportati da Wikipedia) e che ha ancora contiene al suo interno sacche di ideologia razzista perfettamente integrate nella società.

Cosa può produrre un filmato del genere, se non un inasprimento dei toni all’interno dello schieramento democratico allo scopo di danneggiarne la pubblica immagine?

E soprattutto, a chi é che fa comodo dirottare i voti su Obama oltre ad Obama stesso?

 

Un eroe di guerra pluridecorato come John Kerry non é riuscito a smuovere suficientemente l’elettorato che nel 2004 ha nuovamente dato la preferenza a George W. Bush, e si sa che l’America ha il culto dei veterani e li tiene in grandissimo conto, a prescindere dalla guerra in cui abbiano combattuto. Possiamo veramente sperare che un afroamericano, nulla togliendo alle sue capacità ed ai suoi meriti, possa fare di meglio?

Se l’America si limitasse ai radical-chic di Manhattan, ai Chomsky e ai Gore-Vidal, il problema non si porrebbe. Ma, per quanto sembri oramai solamente una macchietta, l’America é anche il petroliere texano che spara i colpi in aria, il tipo con il cappello di paglia sulla sedia a dondolo che suona il banjo e i cappucci del Ku Klux Klan avvolti nella bandiera sudista in cantina. Su un territorio così vasto, le contraddizioni finiscono per fare la differenza, e l’intellighentia é sempre minoritaria.

 

Per cui, dal mio punto di vista, é evidente come anche i repubblicani abbiano tutto l’interesse a sostnere la candidatura di Barak Obama alla presidenza del Partito Democratico. E dispongono anche di mezzi più che sufficienti per una “propaganda” come il filmato in questione. Sarà già difficile convincere le fasce più retrograde della società americana a sostenere un candidato democratico donna, figurarsi un candidato democratico afroamericano.

 

Ma questo, ovviamente, é pensare da italiano. Da italiano dell’Italia dei trucchetti, degli accordi di desistenza e dei falchi tiratori. Dell’Italia in cui le cose si sanno, ma non si dicono. Non saprei se l’andreottiano “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” abbia un’equivalente tradizione in America.

 

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Thursday, March 22, 2007

Bentornato Mastrogiacomo e bentornata Italia

Daniele Mastrogiacomo, l’inviato di Repubblica rapito dai talebani, é stato rilasciato. Grande festa e soddisfazione in tutto il mondo politico, manifestazioni a iosa e strette di mano delle alte cariche. Ormai l’unità nazionale é un miraggio che si attesta sui cadaveri quando va male, sulle lunghe giornate di attesa quando va bene. Tuttavia, anche questa ritrovata unità nazionale pare essere un qualcosa di passeggero, come una miseranda folata di vento in un agosto torrido, subito inghiottita dal solleone.

C’é un prima e c’é un dopo. Prima c’é la ferma condanna del terrorismo “di qualsiasi natura” da parte dell’unità delle forze politiche, cui seguono le “ore d’attesa”, movimentate di tanto in tanto dalla mondezza con cui qualche isolato provocatore (vedo lo il deontologcissimo Feltri che definì le due Simone “due vispe terese”) cerca di aumentare le vendite del proprio giornaletto, poi la gioia e il tripudio, ed infine la solita arena a cui siamo abituati, che qualche minuto di rispettoso silenzio in più ci avrebbe fatti preoccupare.

Stavolta la destra di casa nostra non si é lasciato sfuggire il goloso boccone offerto da alcune non meglio precisate “critiche USA alla gestione del rilascio”, critiche di natura non ufficiale (che poi cosa significherà? Non sarebbe il caso di attenersi alle dichiarazioni ufficiali, per simili questioni?)

 

Arrivano le ultim’ora:

 12:28
Mastrogiacomo, la Cdl: “Il governo parli”

La Cdl chiede in aula alla Camera che il governo intervenga immediatamente sulla vicenda delle critiche degli Stati Uniti e di altri paesi alleati alla gestione della trattativa per la liberazione di Daniele Matsrogiacomo. La richiesta è stata avanzata dal repubblicano Giorgio la Malfa e dal deputato di An Roberto Salerno.

Passata la festa, gabbatu lu santu, si usa dire.

 

Non un singolo punto di appoggio deve essere ignorato al fine di far ribaltare l’odiato governo comunista, neppure alcune critiche non ufficiali  mosse verso un’azione che é andata a buon fine da parte di una nazione che, come ha ricordato lo stesso Ministro degli Esteri, era al corrente di come la trattativa stava andando avanti.

Il “si ‘o facevano fare a mme ‘o facevo mejo”, la summa della critiche mosse da chi non ha elementi né competenza per affrontare la situazioni, é pronto in tavola, e tutti contribuiscono. Poco importa che in passato in situazioni del genere l’opposizione abbia annoverato due morti, Fabrizio Quattrocchi e Enzo Baldoni. Ovvio che le situazioni differiscono, ma una piccola misura di umiltà sarebbe molto gradita in simili sutazioni. Macché.

 

Nella maggioranza, invece, il solito noto si dà da fare:

 12:29 Mastella: “Evitare frizioni con Usa”

“Bisogna evitare a tutti i costi di mettere a repentaglio i rapporti tra Italia e Stati Uniti”. Intervistato da Repubblica tv, il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, commenta le frizioni diplomatiche originate dal sequestro Mastrogiacomo. Bocciata anche l’idea di una conferenza di pace con i talebani.

 

Figurarsi. ASSOLUTAMENTE evitare di mettere a repentaglio i rapporti fra Italia e USA! Si sa, oggi é una critica non ufficiale, domani un broncio della Rice e va a finire che ci ritroviamo a non essere citati nella lista dei paesi che si battono per la libertà. Paura, eh?

 

Da diverse parti viene sottolineato come quella americana sia un’ingerenza incomprensibile, persino il baffetto nazionale si stupisce. In realtà, più che un’ingerenza, a me sembra il classico richiamo all’americana. Critiche non ufficiali a scopo intimidatorio, come la famosa letterina che alcuni ricorderanno. Certe cose é meglio farle al di fuori dei canali appropriati.

 

Nel frattempo, non si conoscono le sorti dell’interprete di Mastrogiacomo mentre si conoscono fin troppo bene, ahimé, quelle dell’autista. Ma a noi ce ne frega poco, noi il punto a casa l’abbiamo portato, e adesso abbiamo tutto il tempo di toglierci ogni sfizio seguendo vallettopoli. Viva l’Italia.

              

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