I racconti di Terramare, Goro Miyazaki al banco di prova
Trovo sempre in qualche maniera riduttivo definire cinema le opere di Hayao Miyazaki. Sarà che coltivo da anni una passione sfrenata per ogni sua produzione, ma sono dell’idea che i suoi film, per l’efficace alchimia di trama / immagini / colonna sonora rientrino nella poesia.
Myiazaki é un poeta che alla penna preferisce la celluloide, e lo fa con una grazia ed una leggerezza uniche nel cinema d’animazione.
Non appena ho intravisto sul giornale che in un paio di cinema romani stavano proiettando I racconti di Terrmare (traduzione un po’ cacofonica della saga di Earthsea di Ursula Le Guin), opera ultima di Myaazaki, sono ovviamente partito in quarta. Senza rendermi conto che non di Hayao si parlava, ma di suo figlio Goro.
I racconti di Terramare é indubbiamente un film valido, anche se nemmeno paragonabile con le opere di Hayao. Disegni ad animazioni non sono all’altezza del tratto del maestro, la colonna sonora é piacevole ma non riesce a prendere lo spettatore per mano come nel sublime La principessa Mononoke o nel sognante La città incantata. Forse il maggiore difetto di questo film non sta però nei disegni o nella musica, quanto nella regia.
La saga di Earthsea, che si compone di tre libri, viene completamente data per scontata. Il mondo in cui si muove il mago Ged, personaggio complesso che Goro sfiora appena, viene presentato di fronte allo spettatore senza che vi sia spesa una sola parole. Semplicemente, Earthsea irrompe nel film come scenario di un mare in tempesta nel quale si affrontano due enormi draghi. Si ha quasi la sensazione che questo film sia una parte di una serie già iniziata e che abbiamo saltato la presentazione dei personaggi principali, il come e il perché di quello che sta succedendo.
Si riscontrano i “marchi di fabbrica” del papà: l’onnipresente ungulato, le onnipresenti “ombre fangose” (l’efficace definizione é di un amico), il tema ecologico/vita. Probabilmente, se la regia l’avesse curata Hayao, sarebbe stato un altro capolavoro.
Invece Goro, per quanto si impegni, non riesce a fuoriuscire dalla narrazione degli eventi (fin troppo nebulosa e caotica, in alcuni punti quasi ridicola) e lascia che le animazioni di marca Ghibli provino a fare a differenza.
Gli va riconosciuto comunque il tentativo, che comunque resta valido.
Un comune modo di dire recita che il genitore “o lo si eguaglia o lo si uccide”. Goro per ora sempre protendere per la prima opzione, vedremo se sarà in grado di sviluppare uno suo stile ed una sua regia.
Khaled Hosseini, classe 1965, ha esordito sulla scena letteraria nel 2003 con il romanzo Il cacciatore di aquiloni. Si è parlato sin da subito di caso letterario, essendo di fatto la prima opera di un autore afgano pubblicata in inglese. Il libro ha cominciato ad avere un’eco in Italia negli ultimi due anni, fino ad arrivarmi fra le mani durante le vacanze pasquali.

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