Giovedì | Aprile 26, 2007

I racconti di Terramare, Goro Miyazaki al banco di prova

Trovo sempre in qualche maniera riduttivo definire cinema le opere di Hayao Miyazaki. Sarà che coltivo da anni una passione sfrenata per ogni sua produzione, ma sono dell’idea che i suoi film, per l’efficace alchimia di trama / immagini / colonna sonora rientrino nella poesia.

Myiazaki é un poeta che alla penna preferisce la celluloide, e lo fa con una grazia ed una leggerezza uniche nel cinema d’animazione.

Non appena ho intravisto sul giornale che in un paio di cinema romani stavano proiettando I racconti di Terrmare (traduzione un po’ cacofonica della saga di Earthsea di Ursula Le Guin), opera ultima di Myaazaki, sono ovviamente partito in quarta. Senza rendermi conto che non di Hayao si parlava, ma di suo figlio Goro.

 

 

I racconti di Terramare é indubbiamente un film valido, anche se nemmeno paragonabile con le opere di Hayao. Disegni ad animazioni non sono all’altezza del tratto del maestro, la colonna sonora é piacevole ma non riesce a prendere lo spettatore per mano come nel sublime La principessa Mononoke  o nel sognante La città incantata. Forse il maggiore difetto di questo film non sta però nei disegni o nella musica, quanto nella regia.

La saga di Earthsea, che si compone di tre libri, viene completamente data per scontata. Il mondo in cui si muove il mago Ged, personaggio complesso che Goro sfiora appena, viene presentato di fronte allo spettatore senza che vi sia spesa una sola parole. Semplicemente, Earthsea irrompe nel film come scenario di un mare in tempesta nel quale si affrontano due enormi draghi. Si ha quasi la sensazione che questo film sia una parte di una serie già iniziata e che abbiamo saltato la presentazione dei personaggi principali, il come e il perché di quello che sta succedendo.

Si riscontrano i “marchi di fabbrica” del papà: l’onnipresente ungulato, le onnipresenti “ombre fangose” (l’efficace definizione é di un amico), il tema ecologico/vita. Probabilmente, se la regia l’avesse curata Hayao, sarebbe stato un altro capolavoro.

Invece Goro, per quanto si impegni, non riesce a fuoriuscire dalla narrazione degli eventi (fin troppo nebulosa e caotica, in alcuni punti quasi ridicola) e lascia che le animazioni di marca Ghibli provino a fare a differenza.

Gli va riconosciuto comunque il tentativo, che comunque resta valido.

Un comune modo di dire recita che il genitore “o lo si eguaglia o lo si uccide”. Goro per ora sempre protendere per la prima opzione, vedremo se sarà in grado di sviluppare uno suo stile ed una sua regia.

 

 

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Lunedì | Aprile 16, 2007

Il cacciatore di aquiloni, un romanzo afghano

Khaled Hosseini, classe 1965, ha esordito sulla scena letteraria nel 2003 con il romanzo Il cacciatore di aquiloni. Si è parlato sin da subito di caso letterario, essendo di fatto la prima opera di un autore afgano pubblicata in inglese. Il libro ha cominciato ad avere un’eco in Italia negli ultimi due anni, fino ad arrivarmi fra le mani durante le vacanze pasquali.

 

La vicenda prende le mosse dalla Kabul degli anni ’70 e dall’amicizia che lega il giovane Amir, di etnia Pashtun, al coetaneo Hassan, di etnia Hazara. Hosseini ritrae con tocco malinconico e partecipatio la bellezza della Kabul di un tempo, sconvolta dall’irrompere dei russi prima e dei talebani dopo, fino alla fuga di Amir e di suo padre verso l’America. Tuttavia, sarebbe quantomeno azzardato parlare di romanzo storico, come ho sentito dire. La vicenda narrata ne Il cacciatore di aquiloni si limita infatti ad appoggiarsi sulla successione degli eventi storici di quegli anni, spesso vagamente accennati e mai analizzati, quasi si trattasse di deus ex machina ai quali viene solo conferito il ruolo di mettere i presupposti alla prosecuzione della storia. Il tema centrale del romanzo è la terribile colpa commessa da Amir in gioventù, colpa che egli cercherà di espiare attraverso un viaggio nel presente e nella memoria, guidato dal ricordo del genitore e dei suoi amici di un tempo rimasti nella natia Kabul.

 

Hosseini mi ricorda in parte Daniel Picouly nel suo Campo di nessuno, dove il rapporto padre-figlio viene narrato in maniera sognante e spesso tendente al fantastico. Ma se il giovane protagonista di Picouly richiama il passato attraverso la venerazione per il padre e gli dà le tinte del sogno, Hosseini lo colora d’incubo.

 

E’ senza dubbio un libro molto potente nel coinvolgere il lettore, il cui unico difetto sono forse le banalizzazioni tipiche di una scrittura manicheista che é più occidentale che orientale. Tuttavia, per quanto alcuni elementi siano decisamente prevedibili, non tolgono nulla alla scorrevolezza della narrazione e al valore dell’opera, che é già in procinto di diventare un film, in quanto pare che la Dreamworks ne abbia già comprato i diritti schierando lo stesso Spielberg, forse il miglior commento a quel manicheismo a cui ho accennato. Ma, Spielberg o non Spielberg, il libro é all’altezza delle buone recensioni che lo hanno accompagnato.

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Lunedì | Aprile 02, 2007

L'inconfessabile verità...

Posted by at 11:31:49 | Permanent Link | Comments (3) |