Thursday, November 8, 2007

Ratatouille, la cucina come creatività

Pixar, Pixar sempre e comunque Pixar.

Ogni nuovo film della Pixar per me merita di essere celebrato con il canestrone di popcorn, la bibita con cannuccia e lo spirito di un dodicenne. Ratatouille, l’ultimo gioiello, non fa eccezione. Anzi, va oltre ogni più rosea aspettativa.

E’ un film in cui l’animazione della Pixar ha raggiunto livelli di perfezione, con una cura del particolare impressionante, dalle inquadrature della Parigi notturna alla panoramica sulla cucina del ristorante.

Remì, il ratto con il pallino per la cucina, sembra ispirato in parte a Gonzo dei Muppets ed ogni suo particolare è curato fino all’inverosimile, dalla coloritura del pelo alle espressioni.

Ratatouille è un film dove si ride e ci si commuove mentre si cerca di cogliere le numerosissimi citazioni dai classici del cinema che sono ormai il biglietto da visita dei film di animazione di oggi.

Allo stesso tempo, e questo è un qualcosa in più rispetto alle pellicole precedenti, è una riflessione sulla cucina come processo creativo ed espressione artistica. Sorvolando sulla frase di apertura “…tutti sanno che la cucina francese è la migliore del mondo” all’ascolto della quale la mia esperienza della suddetta francese mi ha fatto pronunciare un romanissimo “maddeché?”, la “cucina di una volta” viene contrapposta al fast-food e alla logica del guadagno uscendone, come in tutte le favole, vincente.

Al di fuori del buonismo, la cui presenza è normale e non stona nel film, il film ci regala personaggi unici, come il critico culinario Anton Ego, inflessibile distruttore di carriere di ristoratori. Proprio questo personaggio dà luogo a due dei momenti migliori del film, l’assaggio della ratatouille e la recensione del ristorante diretto in incognito da Remì.

Il primo momento l’ho trovato particolarmente toccante, sintesi di quella “cucina di una volta” ormai (tristemente) divenuta un luogo comune e graziosamente celebrata nella breve sequenza.

Il secondo è la seconda riflessione del film, quella sul mestiere del critico, in questo caso relativa alla cucina ma applicabile all’esercizio della critica come “mestiere”.

Insomma, i temi sono attualissimi e trattati con garbo, il ritmo del film non cala mai.

Un successo, nella mia modesta opinione il migliore della casa.

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Wednesday, November 7, 2007

Sleuth, un giallo da teatro

Sleuth è un remake di un film del 1972 tratto da una piéce teatrale di Anthony Shaffer. L’originale vedeva Michale Caine nella parte del protagonista contrapposto all’allora già affermatissimo Lawrence Oliver. 

Il film, la cui regia è affidata a Kenned Branagh, vede lo stravolgimento dei ruoli rispetto all’originale: Caine infatti fa la parte che fu di Oliver mentre quella del giovane viene affidata a Jude Law. I due uomini danno luogo ad una sorta di sfida/gioco al massacro il cui premio ultimo sembrerebbe essere una donna, moglie dell’uno (Caine) e amante dell’altro (Law), donna che non vedremo mai e la cui importanza nella contesa fra i due perde valore sin dall’inizio, lasciando che a farla da padrone sia la contrapposizione fra i due, una sorta di contesa a metà fra il machismo e l’ostentazione della ricchezza.

Il testo teatrale di origini si avverte chiaramente sin dall’inizio, con un susseguirsi di battute che valgono come introduzione ai personaggi stessi, una sorta di loro presentazione allo spettatore.

Dal momento in cui la “sfida” comincia, il film prende decisamente il volo. Lo spettatore assiste al continuo alternarsi dei ruoli di vittima e carnefice, in una sequela di colpi di scena la cui artificiosità non disturba più di tanto principalmente a causa dell’ottima recitazione dei protagonisti. Se in un primo momento si è portati a parteggiare (inevitabilmente) per il giovane Law, oggetto di battute razziste da parte di un serafico quanto superbo Caine, nel giro di mezz’ora il gioco si inverte e soffriremo per il secondo.

La conclusione del film, per me un colpo di scena, arriva quasi come una brusca interruzione di qualcosa che sarebbe potuto procedere ancora a lungo, per la gioia dello spettatore.

Fra le varie critiche rivolte a questo film, la maggior parte riguarda la sua “attualizzazione” rispetto all’originale del 1972; a quanto sembra l’ultima parte del gioco, in cui dai machismi si passa ad un clamoroso e vicendevole outing, è stata inserita solo nel remake, e detta di alcuni appare un po’ forzata. A me invece è sembrata pertinente, anzi, sommamente ironica considerato che fino a quel punto Caine e Law hanno basato la loro contrapposizione sul duello per la donna amata.

A livello di recitazione, non so dire chi dei due sia il migliore: forse il ruolo di Law risulta in qualche modo più complesso di quello di Caine, che in molte scene può permettersi di limitare la sua performance ad un sorriso sornione, ma nel complesso i due funzionano come coppia prima che come singoli attori.

Da non perdere.

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Tuesday, November 6, 2007

6-11-2007

«Ci sono momenti in cui si ha il dovere di non piacere a qualcuno, e noi non siamo piaciuti. [...] Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita. Personalmente sono convinto che quello che manca agli italiani è la speranza. Posso fare soltanto una promessa. Mia madre, terza elementare, mi diceva: ‘Mai dire bugie’. Ho sempre cercato e cercherò di darle ancora retta».

Enzo Biagi

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