Wednesday, October 31, 2007

La giusta distanza. Mazzacurati all foce del Po

Il nuovo film di Carlo Mazzacurati mi ha dato l’idea di un tentativo non riuscito, o comunque riuscito solo a metà. Il regista sembra avere avuto in mente più di un film con La giusta distanza: da una parte il tema dell’integrazione, che fa da sfondo ma non viene mai sviluppato in maniera compiuta; dall’altra una sorta di riflessione amara sul giornalismo, ci cui però non può non colpire la tiepidezza. Infine, verso la conclusione del film, gli elementi del giallo all’italiana. Tutti e tre questi film risultano ben girati e la sceneggiatura regge, tuttavia permane un senso di incompiutezza nel voler comunicare qualcosa di definito allo spettatore, almeno per quello che ho visto io.

La trama vede la giovane e bella maestra Mara (l’esordiente Valentina Lodovini) arrivare nel paesino di Concadalbero alle foci del Po per prendere il posto della locale maestra. La presenza della giovane scatena la curiosità di tutto il paese, in particolare del meccanico marocchino Hassan e del giovane apprendista giornalista Giovanni. Fino a qui siamo al già visto e già sentito, ma Mazzacurati dimostra di saper sfruttare il potenziale del luogo oltre alla recitazione dei personaggi e piazza qua e là citazioni felliniane e affascinando il pubblico con i paesaggi della zona.

Mentre il film va avanti, ci si comincia a rendere conto che il regista non ha intenzione di sviluppare un filone della trama in particolare, ma di attraversarli in lungo e in largo mantenendo i protagonisti come punti di coesione fra la varie storie raccontate.

Proprio questo è alla base della incompiutezza di cui scrivevo poco sopra. La parola “fine” arriva allo spettatore quasi incidentalmente, benché tutte le storie si siano in qualche modo concluse. Non si noterebbe nemmeno, probabilmente, se non apparisse di tanto in tanto la volontà del regista di cercare di lasciare allo spettatore qualcosa, quel concetto di giusta distanza, che immancabilmente si perde per strada.

 

Valentina Lodovini nella parte della maestra Mara ha una buona recitazione, anche se nei suoi modi giovanili proprio non riesce a non dare l’idea di avere almeno dieci anni di meno dell’età da lei dichiarata (quasi trent’anni).

Ahmed Ahflene, anche lui alla sua prima interpretazione, è apprezzabile e credibile nella parte dell’immigrato che, seppure sia integrato nel paese e rispettato, vive ai margini di una società verso cui sembra provare un misto di senso di inadeguatezza e incomprensione.

Il giovane Giovanni Capovilla è senza infamia e senza lode e scarsamente espressivo.

 

Considerato che quello di Bentivoglio è più che altro un cameo cliché (ma comunque godibile) la palma va senza dubbio a Giuseppe Battiston, monumentale tabaccaio che sembra fare l’eco alla sua altrettanto monumentale collega di felliniana memoria. E’ Battiston infatti che regala le battute migliori e conferisce alla pellicola quel brio che altrimenti sarebbe venuto a mancare.

 

E’ un peccato che Mazzacurati non sia, a mio parere, riuscito nell’opera di coniugare più felicmente i vari aspetti di questa pellicola perché potesse rimanere qualcosa allo spettatore. Il film è buono, ma si ha la sensazione che una maggiore compiutezza l’avrebbe reso ottimo.

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Tuesday, October 30, 2007

Rossi o neri so’ a stessa cosa…

Uno dei tormentoni più cari all’odierna destra, quando si fa notare come all’interno di essa gironzolino allegramente personaggio che dovrebbero gironzolare nel cortile di un carcere, é quello di tirare fuori “gli orrori del comunismo”. Consacrati dall’ormai celebre “Libro nero del comunismo”, operazione editoriale/politica infarcita di approssimazioni e inesattezze quando non di plateali cazzate, “gli orrori del comunismo” sono diventati l’argomento preferito dei vari colonnelli, da Storace a Berlusconi stesso.

Benché la storiografia post bellica (la famosa “storia dei vincitori”) abbia peccato di oscurantismo nei confronti di diversi episodi, che negli ultimi anni sono venuti e stanno venendo comunque alla luce, la strumentalizzazione arbitraria dei crimini commessi dai regimi comunisti ha raggiunto soglie di inarrivabile squallore. Soprattutto se applicata alla tradizione comunista italiana, dove il termine “terza via” dovrebbe pur significare qualcosa.

Sarebbe sufficiente porre l’accento sulla particolarità dell’esperienza italiana per lasciar trasparire la strumentalizzazione effettuata da certi elementi della destra. Tuttavia, visto che a “sinistra” ci sono sempre le solite educande pronte a porgere l’altra guancia…

 
“VELTRONI: I CAMPI DI POL POT AGGHIACCIANTI COME AUSHCWITZ”
 
 
ROMA - “Ho visto le foto dei campi di concentramento di Pol Pot. Erano delle foto agghiaccianti non diverse da quelle che tra 10 giorni troverò andando ad Auschwitz”. Lo ha detto il segretario del Partito democratico, Walter Veltroni, spiegando che gli orrori delle dittature che hanno represso le libertà individuali sono uguali a prescindere dalle bandiere che li hanno ispirati.
 

Cazzo. Ed io che mi sono sempre eccitato a morte all’idea dello sterminio dei kulaki. Evidentemente, da feroce ed insensibile comunista quale sono (avrò anch’io il mio posto nel Libro Nero?) non mi ero mai posto il problema in questo modo. Ma proprio mai, eh!

 

“Veltroni ha affrontato la questione alla Galleria Colonna di Roma presentando l’ultimo lavoro di Cristina Comencini ‘L’illusione del bene’ insieme all’autrice e all’attrice Margherita Buy, che ne ha letto alcuni brani. [...]Una riflessione sul comunismo quella contenuta nel libro della Comencini, “un romanzo coraggioso - aggiunge Veltroni - che ci ricorda che nessuno di noi ha il diritto di rimuovere ciò che è stato che nessuno di noi ha il diritto di attribuire al tempo la possibilità di rimuovere le tracce morali di ciò che è stato, anche i vertici impensabili del male che hanno finito per macchiare il mondo intero”.

 

Sarò strano io, ma io questa urgenza di rimuovere il passato e ficcare gli scheletri sotto ai tappeti non la vedo tanto nei partiti derivati dal PCI, che si sono trovati a fare i conti con questi aspetti già ai tempi di Togliatti. Semmai il discorso mi pare rivolto più a certi eminenti destrorsi ripuliti che scacciano il loro passato con la punta del piedino.

 

Poi, la conclusione:

 

“Infine un riferimento alla necessità di fare i conti con il comunismo e con ciò che esso ha rappresentato in diversi Paesi del mondo: “Quel che bisogna dichiarare per essere creduti rispetto a ciò che è stata la storia del comunismo si trova nella vita concreta di milioni di persone. La vita non merita di essere archiviata sotto diverse specie in ragione delle motivazioni che hanno spinto a fare l’una o l’altra cosa, perché il significato di entrambe è lo stesso e cioè la riduzione della libertà, la soppressione della possibilità di vivere la propria vita manifestando le proprie idee e avendo la propria religione”.

 
E grazie, tanto finché andiamo avanti a banalità nessuno ci può dar torto. Ma un riferimento al fatto che non esiste la “storia del comunismo” quanto la “storia dei partiti comunisti”, lo vogliamo dare? O vogliamo affermare che Togliatti, Mao Tse Tung, Pol Pot, Stalin, Berlinguer e Occhetto (mi viene da ridere!)  possono essere accomunati tutti sotto la stessa idea oltre che sotto la medesima bandiera?
 
Niente. Allora forse é Veltroni quello che vorrebbe dimenticare, quello che chiuderebbe nell’armadio una tradizione politica (quella del comunismo italiano) che é ancora viva ma di cui si vorrebbero i funerali, sacrificando la sua stessa formazione, la sua precedente esperienza politica sull’altare del buonismo pacificatore. O forse sono io che non capisco che ormai é tutta una gara fra la coppia Veltroni-Bindi e la coppia Mastella-Casini a chi arriva prima al centro.
Direi a questo punto “staremo a vedere” ma é più probabile che sul momento non ce la farò e distoglierò lo sguardo. Non me ne vogliate, eh…
 
 
 
 

 

 

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Thursday, October 25, 2007

Non rompeteci i coglioni!

CITTA DEL VATICANO - “Finiamola con questa storia dei finanziamenti alla Chiesa: l’apertura alla fede in Dio porta solo frutti a favore della società”. Il segretario di Stato Tarcisio Bertone, replica con durezza all’inchiesta sui costi dell’ora di religione. “C’è un quotidiano - lamenta - che ogni settimana deve tirare fuori iniziative di questo genere. (fonte: La Repubblica)

Oh, adesso sì! Abbandonati i toni caritatevoli e la ben nota pazienza dei Santi, in merito alle recenti inchieste di Repubblica sui costi del Vatico, il segrterario pontificio Tarcisio Bertone ci regala questa lapidaria affermazione, la cui traduzione dal francese cardinalizio potete osservare a chiare lettere nel titolo di questo post.

C’é un che di così’ vetusto, così assurdo e così ferocemente retrogrado in quel commento “l’apertura alla fede in Dio porta solo frutti a favore della società”, una tristissima foglia di fico che serve a coprire l’incazzatura del porporato, quel sentimento di superiorità rispetto alle dinamiche de “l’altra parte” della società civile.
E quel disperato tenativo di mantenere la faccia non facendo nomi, affermando “…c’é un quotidiano…”, tentativo che finisce per produrre il suono di una sorta di avvertimento mafiosetto.
Francamente, vorrei che questa gente perdesse la calma più spesso. Li vorrei vedere privati da quell’aurea di santità che si sono arrogati, quell’eterno sorrisetto da uomini di pace, anzi, da uomini che si possono permettere di giudicare i loro simili.
Li vorrei vedere schiumanti, imbarbariti, gli occhi arrossati dall’affronto ricevuto, la voce strozzata in gola, i denti drigrignati. Ahimé, so bene che non accadrà mai.
Ma intanto, mi consolo con l’occasionale immagine di un uomo a cui evidentemente é sfuggita la lezione sul significato recondito delle parole con cui ci esprmiamo.

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Monday, October 22, 2007

Acqua rossa

L’ho saputo della televisione e ancora rimpiango di essermela persa perché ero fuori città. Mi consolo con le immagini.
Al momento provo dei sentimenti contrastanti. Ammetto colpevolmente che la prima reazione che ho avuto é stata “ma dai, fichissimo!” senza neanche pormi la domanda se questa bravata avrebbe danneggiato in qualche modo il monumento. Soprattutto mi piaceva l’idea del manifesto dal testo futurista, la trovavo, insomma, un’idea geniale.
Così, quando é partito il coro indignato della “città offesa”, mi é sembrato decisamente eccessivo. Si era già appurato che la sostanza non avrebbe lasciato tracce né danneggiamenti di alcun tipo, quindi le voci mi sembravano fin troppo esagerate.
Bene o male la fontana di Trevi fa parte, oltre che del patrimonio artistico della città di Roma, dell’immaginario collettivo di italiani e stranieri, dai film di Totò fino al vestimento della fontana stessa a lutto per la morte di Marcello Mastroianni.
Non deve essere stata assolutamente scelta a caso, anche come mezzo per riferisi alla polemica con il sindaco per quanto riguarda la festa del cinema.
Più volte in questo forum ho ribadito il mio amore per la mia città e la scarsa tolleranza che ho maturato negli anni nei confronti di chi non la rispetta nei suoi monumenti. Tuttavia, in questo caso, io non ci ho trovato una mancanza di rispetto, ma solo una bella idea.

Adesso della cosa stanno facendo un caso politico. Pare che l’autore del gesto sia un tale Graziano Cecchini, che attualmente nega, pittore cinquantenne che dicono sia vicino ad AN. Ovviamente é già iniziato il balletto delle indignazioni, ovviamente AN già risponde Cecchini rinfacciando D’Erme.

Vi dirò la verità, con il rischio di andare controcorrente: me ne frega davvero poco. Il gesto é stato geniale e l’immagine di Fontana di Trevi rigurgitante di acqua rossa la trovo bella.
Secondo me chi pensa che la città eterna sia anche immutabile e cristallizzata per sempre in immagini da cartolina sbaglia di grosso. Dalle statue parlati fino ad oggi, si sprecano le occasioni in cui la città é stata il mezzo per dare voce a grupi di persone o anche a singoli individui.
E il caso non mi pare faccia differenza.
Poi, sulle intenzioni si può sempre discutere, e probabilmente si finirà per farlo.
Ma per ora resta solo la genialità del gesto e, ovviamente qui il gusto é personalissimo, la bellezza dell’effetto creato.

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Thursday, October 18, 2007

In questo mondo libero, Loach sul lavoro

Iacopo: Allora Merlino, stasera si va a vedere l’ultimo di Loach, sei dei nostri?

 

Merlino: Nono, ma che sei matto?

 

Iacopo: ‘cazzo dici, Ken Loach t’é sempre piaciuto!

 

Merlino: Sì, ma mi angoscia troppo!

 

*segue una piccola pausa*

 

Iacopo: A Merlì, ci siamo visti i peggio splatter…

 

Merlino: ma che c’entra, questo é orrore vero!

 

La telefonata offre un buono spunto per parlare dell’ultimo film di Loach, In questo mondo libero (titolo originale It’s a free world). Dopo il suo ultimo appassionatissimo film sulla sanguinosa guerriglia irlandese del 1919, Loach torna alla sfera sociale, del resto mai abbandonata.

In questo mondo libero é un film attualissimo incentrato sul tema del lavoro. Protagonista é l’esordiente Juliet Ellis nei panni di una giovane donna che, licenziata dall’agenzia di reclutamento presso la quale lavora, decide di avviarne una in proprio con una sua coinquilina.

Il film trae la sua forza dall’unione delle due miserie, quella di Angie che deve dividersi fra il lavoro ed un figlio di dodici anni e quella delle persone che a lei ricorrono, immigrati in cerca di un lavoro che gli consenta di vivere e di sostenere le loro famiglie.

Già da subito si capisce che siamo agli antipodi rispetto a Bread & Roses o Un bacio appassionato. Non esiste riscatto (né giustificazione) per il freddo egoismo con cui Angie tratta le persone che a lei ricorrono come se fossero bestiame, mentre dall’altra parte la dignità si é già persa da tempo. I lavoratori infatti non risentono minimamente di questo trattamento, purché li si paghi.

E’ uno spaccato sociale brutale e deprimente da qualsiasi parte lo si guardi, una miseria che soffoca e lascia senza fiato. Arrivi a pensare che sei fortunato ad avere il tuo stramaledetto co.co.co. (effetto che probabilmente Loach non aveva previsto).

La denuncia é duplice: da un lato c’é un atto di accusa fortissimo verso la realtà delle agenzie di reclutamento, dall’altro la denuncia investe la società intera che di fatto permette l’esistenza di un simile fenomeno.

Il finale del film definisce il completo (e inevitabile) giro di un circolo vizioso che non concede la salvezza a nessuna delle parti in causa, ma solo la garanzia di un miserabile status-quo, in cui l’umanità é andata perduta da tempo.

Molto brava e molto azzeccata per il ruolo la protagonista, caratteristici tutti gli altri.

Film molto bello, ma molto, molto doloroso. Da vedere.

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Monday, October 15, 2007

W CICCIO!

Era da tutti attesa, ed alla fine la vittoria c’é stata. Una giornata febbrile, il 14 ottobre, nelle Fattoria di Nonna Papera. File di votanti hanno atteso pazientemente di fronte al silos n. 3 per esercitare il proprio diritto.

“Un risultato che fa riflettere - dichiara il toro Ermenegildo - io da parte mia sono pronto a dare a Ciccio tutto il mio contributo!”

“Un grande comunicatore, uno che sa parlare alla gente!” esclama l’outsider Tiburzio, recatosi presso la fattoria per poter votare.

“La giornata é trascorsa tranquillamente, non ci sono stati momenti di tensione - racconta una sollevata ma stanca Nonna Papera, la crocchia un po’ sfatta - Ho potuto esercitare il mio ruolo di garante della consultazione senza intoppo alcuno.”

Il gruppo PdP, com’era prevedibile, tende a minimizzare il risultato: “Per Ciccio ora cominciano i veri problemi, il suo schieramento é nei fatti in balia dal’ala massimalista extra-fattoriale capeggiata dal disobbediente Onofrio, e si sa che con quelli là é impossibile raggionare. Non dureranno un mese.”

Nel frattempo, Ciccio sembra orientato al dialogo: raccolti attorno a sé gli altri candidati, stringe la mano all’agguerrita Brigitta e ammicca ad alcune militanti dell’ovile n. 7, causando una salva di gridolini eccitati.

“Questa é una vittoria del popolo - esclama dal palco allestito un po’ frettolosamente - ed io chiedo a tutti voi di fare la vostra parte. Da oggi la fattoria farà del dialogo e della correttezza la sua bandiera, fra i vari progetti in corso c’é l’organizzazione di un’ambasciata presso le volpi. Dobbiamo ascoltare anche le ragioni di chi non la pensa come noi.”

E’ sera, alla fattoria di Nonna Papera, ma la festa sembra voler andare avanti per tutta la notte. Buona fortuna, Ciccio!

 

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Thursday, October 11, 2007

Quant’eravamo belli un tempo…

Stamattina sul consueto tragitto casa-metro mi sono trovato davanti questo goiellino:

 http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/politica/fini-manifesto/fini-manifesto/fini-manifesto.html

Che dire…cazzata é una cazzata, sono d’accordo con lui. Ma di tanto in tanto fa piacere vedere qualche vecchia foto d’epoca di quando eravamo dei giovanotti idealisti ma soprattutto innocenti…no?

Che poi non ci sarebbe nemmeno bisogno di andare così indietro col tempo, ecco come i militanti di oggi salutano l’amico Gianfranco:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Wednesday, October 10, 2007

Marco Rizzo e i potenziali brogli

Vorrei soffermarmi su un articolo di oggi dalla prima pagina di la Repubblica , un pezzo di Edmondo Berselli dall’ammonente titolo “Chi sabota la propria casa”.

Il riferimento è ai brogli in merito al referendum sul Welfare, denunciati da Marco Rizzo dal PdCI, brogli che a quanto pare sarebbero stati concepiti allo scopo di dimostrare che la stessa votazione poteva essere inquinata.

 

Scrive Berselli:

 

“Il riflesso pavloviano della nostra sinistra è riuscito in un altro atto magistrale di autolesionismo: la parola ‘brogli’ entra spettacolarmente a far parte della dialettica interna dei partiti del centrosinistra, al movimento sindacale, al nascente partito democratico. C’è voluta  una suprema fantasia creatrice, perché quando l’ombra dei brogli veniva evocata da Silvio Berlusconi, i sospetti di un uomo spregiudicato, incapace di perdere e capace invece di proiettare il sospetto sugli avversari politici, possedevano una loro logica, per quanto strumentale e speciosa.”

 

 

Già in questo Berselli parte secondo me con il piede sbagliato. Accostare i brogli denunciati da Rizzo a quelli evocati per mesi da Silvio Berlusconi è già di per sé sbagliato. Da una parte abbiamo infatti la volontà di controllare la regolarità di un referendum di una certa importanza, dall’altro l’arroganza di un uomo che non può esimersi dal fare a pugni con democrazia e costituzione quando non viene da esse incoronato. Un paragone si presenta quindi come improvvido e ingiusto.

 

Più avanti, Berselli scrive ancora:

 

“…le accuse di Rizzo, le foto che provano la possibilità di votare tre volte, hanno più o meno l’aspetto di un atto di sabotaggio. Il referendum sindacale nelle aziende è un esercizio autogestito, in cui si mette alla prova la maturità e le scelte della base, cioè la capacità di discernere vantaggi e svantaggi di un provvedimento governativo. In questo confronto assolutamente democratico, le centrali sindacali influenzano legittimamente il voto, cercando di modellare le opinioni, plasmano il consenso nella direzione che ritengono più opportuna.”

 

 

Per carità, nulla da eccepire. Tranne per il fatto che se stiamo parlando di una consultazione democratica, allora denunciare la possibilità del voto multiplo non può essere considerata un “sabotaggio”, bensì un contributo affinché si adottino misure atte a prevenire simili fenomeni. Si può tuttalpiù affermare che il metodo utilizzato sia poco ortodosso, ma non per questo è meno valido.

 

Ma è forse la conclusione dell’articolo di Berselli la parte più chiara:

 

“…ciò  che colpisce è il caotico cupo dissolvi in uno schieramento che aveva puntato le sue carte elettorali sulla linearità, la responsabilità, la trasparenza, la razionalità. Cioè su quella rete di propensione alla fiducia reciproca che consente alleanze, solidarietà, convergenza culturale, attitudine al compromesso virtuoso.”

 

 

Perché tirare in ballo tutta queste belle parole (sembra di ascoltare Wilson alla fine del primo conflitto mondiale) come se quella di Rizzo e, per responsabilità, del PdCI fosse una colpa? La dimostrazione della possibilità di effettuare un illecito dovrebbe essere accolta con favore, se ci si tiene alla propria faccia e a quella del nascente PD (che Berselli chiama in causa ogni due per tre) nelle caratteristiche di “linearità, responsabilità e trasparenza”.

 

Bene ha fatto Rizzo, insomma, a evidenziare la questione, parlare di “autogol” mi sembra più che altro tradire una certa tensione più che palpabile in merito all’azione di governo e alla gestazione del PD.

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Monday, October 8, 2007

Di ritorno da Praga

Fresco di ritorno da Praga, meta a lungo sognata e finalmente raggiunta la scorsa settimana, provo a riordinare un attimo le idee su ciò che ho visto. E con l’occasione provo anche ad aggiornare questo blog decrepito in cui con sommo stupore ogni tanto vedo ancora passare qualcuno.

Si parte da un dato di fatto: per me Praga era qualcosa che avevo in testa da anni, un’idea (sballata) nata dai romanzi, da Praga magica di Ripellino e dai racconti dei miei che la visitarono nel 1971.

Onde evitare di scontrarmi violentemente con una realtà che sapevo essere ben diversa, mi sono concesso di spazzare via dalla testa tutto ciò che sapevo e di lasciare che la città mi venisse incontro così com’era.

 

 

Ovviamente, non è stato possibile.

Non è stato possibile perché Praga è una città duplice, come una scenografia. Davanti è tutto uno sbrilluccicare di lustrini ed ammiccare di insegne al neon, ma appena si gira sul retro cominci a capire di cosa parla Ribellino: strade buie, edifici che incombono su di te come le mura di un labirinto per giganti, sprazzi occasionali di gotico metropolitano che ti sovrastano.

E’ una città che, nonostante tutto, non ha perso quel suo carattere profondamente malinconico e misterioso celebrato da generazioni di scrittori e di poeti, carattere che in determinati luoghi sembra quasi essere preservato artificialmente, probabilmente con la consapevolezza che esiste anche quel modello di turista che non si accontenta delle luci di Piazza S. Venceslao ma ha anche piacere ad immergersi nelle stradine di Mala Strana.

 

 

L’impressione principale é che dalla Rivoluzione di Velluto la città sia stata letteralmente inondata dall’Occidente e, senza quella serie di mutamenti graduali che hanno subito i paesi dell’Europa occidentale, Praga sia diventata un ibrido, una sorta di bolla in cui ancora convivono i deprimenti casermoni comunisti insieme ai McDonald’s spuntati un po’ ovunque come funghi. Di primo acchitto é facile uscire piuttosto confusi da questo guazzabuglio fra neocapitalismo ed ex comunismo. Perché ogni grande piazza della città, ogni grande arteria che viene percorsa ha una sorta di invisibile linea di confine, oltre alla quale sei di nuovo dall’altra parte della cortina. E allora capisci di cosa parla Ripellino, quando scrive di Kafka che ancora oggi ogni notte percorre le strade della città tornando a casa. Vagando in quelle stradine, infatti, é come se il tempo in qualche modo si dilatasse, e gli stessi rumori del caos che é poche decine di metri più in là arrivano attutiti, quasi che la metaforica bolla esistesse davvero.

 

 

Anche l’architettura della città riprende lo schema dell’ibrido. Gotico e liberty si fondono in uno stile unico fino a perdere le proprie caratteristiche distintive producendo qualcosa di nuovo, di affascinante ma allo stesso tempo perennemente fuori posto.

In alcune parti della città questi stili si esprimono senza confondersi, come nel caso del Palazzo dell’Opera, una tappa fondamentale per gli appassionati del liberty, o nel gotico delle torri che si innalzano in diversi punti della città quasi a rappresentare una segnaletica stradale alternativa.

E’ una città, insomma, che apparentemente sembra piuttosto lontana dal trovare il proprio equilibrio. Una città che é concepita a misura di turista, ma allo stesso tempo custodisce con una certa gelosia il suo cuore storico per se stessa.

 

 

Per chi, come me, intende andare a Praga sulla base di quanto ha letto, affascinato dalla Città Magica e dalle claustrofobiche atmosfere kafkiane, un consiglio: cercate bene. Andate a spasso per Mala Strana di notte, aspettate che gli ultimi turisti lascino il passo alla luce dei lampioni e di tanto in tanto infilatevi in una birreria, bevete e continuate il giro. Lasciatevi ispirare dall’atmosfera e, volgete di tanto in tanto un occhio ad una delle torri. Lentamente, dovreste essere in grado di provare quella dilatazione temporale a cui ho accennato. Anche se solo per pochi secondi, avrete l’opportunità di riflettere su quale sia la “magia” di Praga.

Da un punto di vista più prosaico, invece, eccovi una piccola selezione di opportuni appunti mentali che mi sono fatto durante la vacanza: 

 

1)      se siete in viaggio con un amico, e lui vi dirà entusiasticamente che c’éunadiscotecamadonnamiachefigatapienadificaunmito dicendo che ci é stato l’ultima volta nel 1999, fategli notare che le ragazze che c’erano nel 1999 e che avevano 16-17 anni allora sono ancora lì ma l’età si é abbassata a 14-15 e finirete a prendervi a borsarte di ghiaccio i coglioni mentre lercioni cinquantenni pascolano piccoli gregge di agguerrite lolite in guepierre

 

2)      nei supermercati, date sempre la preferenza al LOVICE. Si presenta in genere come salame a fette, é buono ma chiedere cosa sia é segno di profonda scortesia. Zitti e mangiate. 

 

3)      Se per orientarvi prendete come riferimento “quella torre là” vi perderete dodici secondi dopo scambiandola per un’altra e raggiungendone una terza per tornare alla prima

 

4)      I semafori di notte durano in media dal secondo al secondo e mezzo, attraversate la strada sempre e solamente in bullet-time

 

5)      Penne a sfera e calze di nylon non funzionano più. Ma proprio per niente…

  

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