Thursday, March 8, 2007

Borat, il nuovo orizzonte del politicamente scorretto

Il politicamente scorretto ha ufficialmente un nuovo alfiere: Sacha Baron Cohen, in arte Borat. Ma in arte anche Ali G, Bruno e tutti gli altri personaggi che questo comico di origine inglese mette in scena in brevi sketch sin dal 1998.

Educato in una famiglia ebrea ortodossa, lo stesso Sacha risulta essere osservante ed anche attivo in diversi gruppi di matrice sionista.

Secondo una formula che in Italia ho visto praticare già da Moni Ovadia, Sacha dimostra di saper fare dell’umorismo sulla sua stessa religione. Ma se il primo, più intellettuale, presenta al pubblico una forma di autoironia molto sottile e pungente, il secondo ha una comicità aggressiva e dissacrante, al punto che un mio amico, dopo la proiezione, ha detto “Certe battute può permettersele solo uno che di cognome fa Cohen”. E forse é davvero così, perché quella forma di antisemitismo violento e surreale che contraddistingue il personaggio di Borat messo in scena da un non ebreo sarebbe stato un caso inernazionale.

In Borat - Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, Sacha veste i panni di Borat Sagdiyev, celebre giornalista del Kazako, e della realizzazione di un documentario sull’America.

Già dalle sequenze iniziali, in cui Borat presenta il suo villaggio (che in realtà é il villaggio rumeno di Glod) si viene travolti da un umorismo al vetriolo, spietato e crudele, ma soprattutto politicamente scorretto. Non c’é un solo centimetro di questa esilarante pellicola che non lo sia.

Il sempre sorridente Coehn non risparmia nessuno: ebrei, americani, zingari, omosessuali e donne si alternano nelle sue battute sempre impostate sulla base del confronto fra culture differenti, sabotato dall’agghiacciante cultura fittizia contrapposta da Borat al politically correct americano.

Di certo alcune scene risulteranno molto indigeste, non é un film per chi non ha una folta coltura di pelo sullo stomaco e pratica di sarcasmo.

 

Coehn dimostra in più parti di aver studiato il personaggio con molta attenzione, dai movimenti alle espressioni. Il passo spesso tende ad un saltello strascicato che sembra in qualche maniera ricordare Chaplin, mentre l’espressione assunta per tutta la durata del film é sempre ingenua. Borat riesce a dare l’impressione di non rendersi conto delle bestialità che afferma né dell’imbarazzo che suscita nell’interlocutore.

 

Nel film ci sono diverse interviste, fra le quali Alan Keyes, politico repubblicano di colore che mi era già noto perché spesso citato nei Boondocks. Le interviste di Borat sono una parte abbastanza controversa. Da una parte é evidente la plateale presa per i fondelli effettuata da Coehn nei confronti dell’interlocutore, dall’altra mi chiedo se la cosa non sia ben presente all’interlocutore stesso che lascia correre facendo buon viso a cattivo gioco (e facendosi pubblicità). Certo é che vedere lo stralunato Borat vestire un terrificante completo a stelle e strisce durante un rodeo nel Texas e ricevere consigli su come porsi alla gente da parte di un cowboy da cartolina per poi intonare l’inno del Kazakhistan sulle note di quello americano (in quel punto era difficile seguire le parole perché la sala stava letteralmente esplodendo dal ridere) toglie uno dubbio sulle intenzioni dell’attore.

Allo stesso tempo, é evidente che alcuni sketch siano concordati con la “celebrità” di turno. Sono convinto che se provassi a prendere in moglie Pamela Anderson seguendo il crisma del rito matrimoniale kazako illustrato (ed effettuato!) da Borat senza un minimo avviso di ciò che sta per succedere perderei ALMENO un arto.

Il film ha scatenato, come era inevitabile, diverse polemiche, delle quali é presente un piccolo sunto su Wikipedia, più completo sulla versione inglese.

 

L’insieme ci consegna un film esilarante, ma anche una comicità non a senso unico. Non si ride, difatti, solo delle battute di Borat. Anzi, il mio pensiero, di fronte a certi atteggiamenti degli americani con cui si confronta, é stato: “Cazzo, ve bene che c’é sempre uno che riprende con la telecamera…ma l’antisemitismo di Borat é recitato, le reazioni degli interlocutori no!”.

Non vedo perché, fra le varie proteste che il film ha suscitato, non ve ne siano che provengono dall’America. Forse é questo dannato essere un europeo, e prima ancora un italiano, che mi sussurra nell’orecchio che gli americani non hanno nulla da protestare perché per loro applaudire uno sgrammaticato reporter kazako vestito a stelle e strisce che afferma “Io voglio dire voi che noi kazaki sostiene vostra guerra di terrore!” é una cosa normale.

Sì, dev’essere quello.

Posted by in 09:44:50
Comments

6 Responses

  1. StefsTM says:

    BLAME CANADA!BLAME CANADA!!!

  2. Franciov says:

    L’ho visto anche io e mi è piaciuto (a parte la scena dei nudi…….). D’accordo con te su tutto o quasi. Ti ho inserito tra i link interessanti. Ciao ;)

  3. Nalia says:

    Sì, effettivamente la scena dei nudi ha il difetto di essere tirata un po’ troppo per le lunghe. L’irruzione nella Congresso dei bancari diverte, ma di buona parte della scena nella camera d’albergo avrei volentieri fatto a meno.

  4. sermau says:

    …si, dev’essere proprio quello!

  5. Artemisia says:

    ma come siete schizzinosi, a me quella scena ha fatto solo morire dal ridere.. evviva il corpo nudo non necessariamente bello!!! :P

  6. Nalia says:

    Oddio, Misia, fra il “non necessariamente bello” e il 69 maschile ce ne passa, eh ^^”

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