Tuesday, March 27, 2007

Death of a president, mai così noiosa

Capita spesso che i film più attesi si rivelino dei miseri flop.

E’ il caso, secondo me, del film dell’esordiente Gabriel Range, regista inglese alla sua prima prova sul grande schermo. E’ un cosiddetto mockumentary, cioé un documentario fittizio, ambientato nel 2008 ad un anno dalla morte di George W. Bush, ucciso da un cecchino durante un discorso nella città di Chicago.

Il film si compone di filmati di repertorio, finte interviste ed altre reali. In quelle reali, ovviamente, il nome di Bush non compare mai, ma ci si riferisce ad un presidente morto, molto probabilmente Nixon o Ford, dei quali viene mostrato il funerale secondo protocollo attribuendolo a Bush.

 La prima parte narra le ultime ora di vita di Bush, il suo arrivo a Chicago e filmati di repertorio circa le varie proteste susseguitesi negli ormai sei anni di presidenza, immagini che già Micheal Moore aveva mostrato in Farenheit 9/11. Ma se il secondo legava alle immagini le ragioni della protesta, illustrando in un documentario cosa Bush avesse fatto dell’America, Range si limita a gestirle come un elemento di trama, mostrandoci gruppi di giovani e meno giovani che urlano, agitano cartelli e cercando di fermare il corto presidenziale, con una netta predilezione per tutte le tipologie di manifestanti incappucciati e violenti. Non che le proteste in occasione delle visite vedessero la prtecipazione di educande, intendiamoci. Ma il taglio della regia sembra voler privilegiare l’odio della gente mentre le motivazioni sono date per lo più scontate.

Il film é decisamente noioso, si concentra sulle indagini dopo la morte del presidente attraverso video di sicurezza, rilievi e perquisizioni, ma non riesce mai a colpire nel segno.

Non si ha nemmeno la chiara idea di dove voglia arrivare Range con il suo mockumentary, se limitarsi alla fantastoria o fare qualcosa di più.

Nemmeno la risoluzione finale dell’indagine, che dovrebbe chiamare in qualche modo alla riflessione, riesce a dare un senso a questa noioso insieme di filmati e finte interviste.

Proprio non comprendo le polemiche che l’uscita di questo film ha provocato in America, polemiche a cui si é unita anche Hilary Clinton e alcuni membri del partito democratico, se non dicendomi che evidentemente non devono aver visto il film in questione.

Perché non c’é nulla di scioccante o offensivo in questi 90 minuti di film, solo una regia lenta e che si perde su particolari a mio parere trascurabili.

Anche il post Bush risulta poco sviluppato e tirato via, se non per l’evidente dimostrazione che la deformazione del labbro di Cheney, quella che lo fa somigliare a Skeletor dei Masters, non é una prerogativa di quand’é incazzato, lui ce l’ha di base dal momento in cui si sveglia la mattina a quando va a dormire.

L’unico brivido lungo la schiena l’ho avuto quando nel film viene pronunciato il nome “Karl Rove”, ma quella é responsabilità dei Griffin, il regista non c’entra.

Un flop, evitabilissimo.

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Monday, March 26, 2007

Bertinotti e i nodi che vengono al pettine

ROMA - “Vergogna assassino, guerrafondaio, buffone”. Frasi durissime. Accuse di voltafaccia. Di aver abbandonato in nome della realpolitik e della partecipazione al governo la scelta pacifista portata avanti da sempre come un vessillo. E anche di partecipare ad un convegno organizzato da Comunione e Liberazione. Fa scalpore la dura contestazione messa in atto da una cinquantina di studenti del Coordinamento dei collettivi all’indirizzo del presidente della Camera, Fausto Bertinotti al suo arrivo alla facoltà di Lettere dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma.




Era nell’aria già da qualche tempo. In ambito studentesco cominciava ad avvertirsi la sempre più forte presa di distanza dei collettivi di estrema sinistra universitari da Rifondazione Comunista. Per esperienza personale, essendo io stato uno studente di Lettere Filosofia della Sapienza di Roma per sei anni, non darei un estremo peso ad una simile contestazione. Chi chiama in causa la cacciata di Lama del 1977 non conosce i valore dei numeri, il gruppo di contestatori di oggi non ha nulla a che vedere con quell’evento.

I collettivi di estrema di sinistra di della facoltà di Lettere si sono da sempre contraddistinti per una linea politica molto estremista, poco incline al dialogo perché, a onor del vero, in genere é raro che il dialogo venga loro offerto come alternativa.

Normale quindi che il tentativo di Bertinotti di ascoltare le ragioni della protesta sia caduto nel vuoto:

 

Nulla da fare sul faccia a faccia proposto da Bertinotti ai contestatori: “Le uniche risposte che può
darci sono risposte politiche. Questa è la nostra unica risposta possibile”.

 

Io me ne ricordo un’altra di comparsata di Bertinotti all’Università Era il 1998, era da poco caduto il governo Prodi e Bertinotti fu invitato all’Università per tenere un discorso in merito ad uno sciopero dei mezzi pubblici. Fu il momento in cui ruppi definitivamente i miei legami con Rifondazione.

Esordì con un discorso di demagogia pura, arrivò a dire che i giovani dovevano solidarizzare con gli scioperanti e comunque potevano sempre usare i motorini. Va da sé che gli animi erano già abbastanza surriscaldati dai recenti eventi, ma fu comunque accerchiato all’uscita dell’Aula Magna da un gruppo di studenti tenuti a distanza dalla sicurezza. Ricordo che un ragazzo gli urlò contro che non avrebbe mai più avuto il suo voto, e lui elegantemente rispose allora che non l’aveva mai avuto.

Era così, il Bertinotti del 1998: estremista, ideologico, assolutista. Proprio come gli studenti che ora lo contestano, ripagandolo con il suo stesso atteggiamento di allora.

 

Valutare in senso politico una contestazione organizzata da una cinquantina di giovani di un collettivo universitario si capisce già da sé che é un’esagerazione. Tuttavia é un segno, il segno di quello che diverrà a mio parere uno strappo decisivo.

Poche personalità politiche hanno saputo gestire l’istituzionalizzazione del loro ruolo, e Bertinotti pare non sarà da meno.

Non voglio esprimere alcun giudizio di merito, né attribuirgli malafede circa il percorso politico che lo ha condotto alla carica che ricopre, sono altre le critiche che personalmente gli riserverei.

Ma sta di fatto che Bertinotti si trova ora a doversi scontrare con la parte politica che lungamente lo ha sostenuto, fornendogli il consenso e i voti che gli hanno permesso di affermarsi in una delle alte cariche dello Stato.

Cinicamente, si usa dire che l’ideologismo estremista é facile e comodo quando si é all’opposizione. Non é il caso di Bertinotti, che ha sacrificato un governo “amico” alla coerenza della propria linea politica, ma a questo punto viene da chiedersi cosa rimanga a Fausto Bertinotti una volta conclusa la sua esperienza come Presidente della Camera.

In genere su certe cose indietro non si torna, ma in Italia la marcia indietro e l’inversione a U sono discipline che vantano primati internazionali.

Ma anche così, che credibilità gli resterebbe?

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Friday, March 23, 2007

Una Big Sister per il 2008

Qualche giorno fa un telegiornale ha passato alcune immagini di un curioso filmato. Un gruppo di uomini e donne rasati assisteva ad un gigantesco schermo su cui venivano proiettata l’immagine di Hilary Rhodam Clinton in uno dei suoi messaggi elettorali. Improvvisamente in questa squallida atmosfera irrompe una donna bionda rincorsa da alcuni poliziotti, che lancia un martello contro lo schermo frantumandolo.

Il mio primo pensiero é che stessi assistendo ad una qualche trovata repubblicana da pre-campagna elettorale. Sono rimasto un po’ spaesato quando lo stesso servizio mi ha messo davanti ad un non meno stupito Barak Obama che spiegava come il suo staff non avesse assolutamente i mezzi per produrre un simile filmato, né tantomeno l’intenzione.

Al termine di questo filmato, che potete osservare qui sopra, compare infatti un Think different che fa riferimento alla candidatura di Obama per le prossime primarie.

Chiaramente il filmato ha mandato la sig.ra Clinton su tutte le furie e scatenato un bel vespaio di polemiche all’interno della coalizione democratica. Polemiche che mi sento in parte di giustificare, nonstante in passato le primarie democratiche non siano state proprio cosa da educande (basti pensare alla contrapposizione Edwards-Kerry nel 2004).

 

Ma io, pensandola da italiano, mi sono subito chiesto: ma ci abboccherà qualcuno? Davvero i democratici americano sono talmente sprovveduti da cascare in una simile trappola?

Uno dei vantaggi della rete é della diffusione del materiale sulla medesima é chiaramente l’anonimato. Io stesso, avendone i mezzi, potrei comporre un bel filmatino con lo stesso effetto, chiudendo con un invito a votare tal dei tali corredato con relativo stemma politico. Ci vorrebbe davvero poco, ma l’effetto sarebbe garantito.

A maggior ragione perché al momento le prossime primarie del partito democratico in America partono già con una contrapposizione senza precedenti.

Da una parte, una donna che che intende sfidare il prossimo candidato repubblicano in un paese che é noto per la sua politica maschilista e che possiede ancora enormi zone di territorio in cui parlare di emancipazione é ancora difficile.

Dall’altra, un afroamericano in un paese che in tutta la sua storia ha avuto solo cinque senatori di colore compreso lui (i dati sono riportati da Wikipedia) e che ha ancora contiene al suo interno sacche di ideologia razzista perfettamente integrate nella società.

Cosa può produrre un filmato del genere, se non un inasprimento dei toni all’interno dello schieramento democratico allo scopo di danneggiarne la pubblica immagine?

E soprattutto, a chi é che fa comodo dirottare i voti su Obama oltre ad Obama stesso?

 

Un eroe di guerra pluridecorato come John Kerry non é riuscito a smuovere suficientemente l’elettorato che nel 2004 ha nuovamente dato la preferenza a George W. Bush, e si sa che l’America ha il culto dei veterani e li tiene in grandissimo conto, a prescindere dalla guerra in cui abbiano combattuto. Possiamo veramente sperare che un afroamericano, nulla togliendo alle sue capacità ed ai suoi meriti, possa fare di meglio?

Se l’America si limitasse ai radical-chic di Manhattan, ai Chomsky e ai Gore-Vidal, il problema non si porrebbe. Ma, per quanto sembri oramai solamente una macchietta, l’America é anche il petroliere texano che spara i colpi in aria, il tipo con il cappello di paglia sulla sedia a dondolo che suona il banjo e i cappucci del Ku Klux Klan avvolti nella bandiera sudista in cantina. Su un territorio così vasto, le contraddizioni finiscono per fare la differenza, e l’intellighentia é sempre minoritaria.

 

Per cui, dal mio punto di vista, é evidente come anche i repubblicani abbiano tutto l’interesse a sostnere la candidatura di Barak Obama alla presidenza del Partito Democratico. E dispongono anche di mezzi più che sufficienti per una “propaganda” come il filmato in questione. Sarà già difficile convincere le fasce più retrograde della società americana a sostenere un candidato democratico donna, figurarsi un candidato democratico afroamericano.

 

Ma questo, ovviamente, é pensare da italiano. Da italiano dell’Italia dei trucchetti, degli accordi di desistenza e dei falchi tiratori. Dell’Italia in cui le cose si sanno, ma non si dicono. Non saprei se l’andreottiano “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” abbia un’equivalente tradizione in America.

 

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Thursday, March 22, 2007

Bentornato Mastrogiacomo e bentornata Italia

Daniele Mastrogiacomo, l’inviato di Repubblica rapito dai talebani, é stato rilasciato. Grande festa e soddisfazione in tutto il mondo politico, manifestazioni a iosa e strette di mano delle alte cariche. Ormai l’unità nazionale é un miraggio che si attesta sui cadaveri quando va male, sulle lunghe giornate di attesa quando va bene. Tuttavia, anche questa ritrovata unità nazionale pare essere un qualcosa di passeggero, come una miseranda folata di vento in un agosto torrido, subito inghiottita dal solleone.

C’é un prima e c’é un dopo. Prima c’é la ferma condanna del terrorismo “di qualsiasi natura” da parte dell’unità delle forze politiche, cui seguono le “ore d’attesa”, movimentate di tanto in tanto dalla mondezza con cui qualche isolato provocatore (vedo lo il deontologcissimo Feltri che definì le due Simone “due vispe terese”) cerca di aumentare le vendite del proprio giornaletto, poi la gioia e il tripudio, ed infine la solita arena a cui siamo abituati, che qualche minuto di rispettoso silenzio in più ci avrebbe fatti preoccupare.

Stavolta la destra di casa nostra non si é lasciato sfuggire il goloso boccone offerto da alcune non meglio precisate “critiche USA alla gestione del rilascio”, critiche di natura non ufficiale (che poi cosa significherà? Non sarebbe il caso di attenersi alle dichiarazioni ufficiali, per simili questioni?)

 

Arrivano le ultim’ora:

 12:28
Mastrogiacomo, la Cdl: “Il governo parli”

La Cdl chiede in aula alla Camera che il governo intervenga immediatamente sulla vicenda delle critiche degli Stati Uniti e di altri paesi alleati alla gestione della trattativa per la liberazione di Daniele Matsrogiacomo. La richiesta è stata avanzata dal repubblicano Giorgio la Malfa e dal deputato di An Roberto Salerno.

Passata la festa, gabbatu lu santu, si usa dire.

 

Non un singolo punto di appoggio deve essere ignorato al fine di far ribaltare l’odiato governo comunista, neppure alcune critiche non ufficiali  mosse verso un’azione che é andata a buon fine da parte di una nazione che, come ha ricordato lo stesso Ministro degli Esteri, era al corrente di come la trattativa stava andando avanti.

Il “si ‘o facevano fare a mme ‘o facevo mejo”, la summa della critiche mosse da chi non ha elementi né competenza per affrontare la situazioni, é pronto in tavola, e tutti contribuiscono. Poco importa che in passato in situazioni del genere l’opposizione abbia annoverato due morti, Fabrizio Quattrocchi e Enzo Baldoni. Ovvio che le situazioni differiscono, ma una piccola misura di umiltà sarebbe molto gradita in simili sutazioni. Macché.

 

Nella maggioranza, invece, il solito noto si dà da fare:

 12:29 Mastella: “Evitare frizioni con Usa”

“Bisogna evitare a tutti i costi di mettere a repentaglio i rapporti tra Italia e Stati Uniti”. Intervistato da Repubblica tv, il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, commenta le frizioni diplomatiche originate dal sequestro Mastrogiacomo. Bocciata anche l’idea di una conferenza di pace con i talebani.

 

Figurarsi. ASSOLUTAMENTE evitare di mettere a repentaglio i rapporti fra Italia e USA! Si sa, oggi é una critica non ufficiale, domani un broncio della Rice e va a finire che ci ritroviamo a non essere citati nella lista dei paesi che si battono per la libertà. Paura, eh?

 

Da diverse parti viene sottolineato come quella americana sia un’ingerenza incomprensibile, persino il baffetto nazionale si stupisce. In realtà, più che un’ingerenza, a me sembra il classico richiamo all’americana. Critiche non ufficiali a scopo intimidatorio, come la famosa letterina che alcuni ricorderanno. Certe cose é meglio farle al di fuori dei canali appropriati.

 

Nel frattempo, non si conoscono le sorti dell’interprete di Mastrogiacomo mentre si conoscono fin troppo bene, ahimé, quelle dell’autista. Ma a noi ce ne frega poco, noi il punto a casa l’abbiamo portato, e adesso abbiamo tutto il tempo di toglierci ogni sfizio seguendo vallettopoli. Viva l’Italia.

              

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Tuesday, March 13, 2007

Short notes

Una serata a casa passata a chiacchierare via MSN con un amico ha prodotto questa breve serie di notizie riguardanti la mia persona, i commenti in corsivo sono miei.

AnSA:  Ordigno a Cinecittà.
“Cinematest un par de palle!” ha dichiarato il folle appena tratto i arresto dai Carabinieri

Non sono così ossessioanto dal cinematest, un gioco che va avanti da un paio d’anni su un forum che frequento. Tutte le voci circa la mia competitività in merito non sono da ritenersi fondate.

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Roma - Crea un buco nero con un cd rom e un cacciavite. L’ insolito fenomeno allo studio della comunità internazionale
“Coi tasti non si apriva!” queste le prime parole di I.L.

Chiedi aiuto una volta per installare un programma e ti prendono ancora per il culo. Anche in questo caso, é da considerarsi infondata la voce secondo cui avrei scambiato il cassettino del lettore CD per un portabibite.

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Roma - Simula un allarme bomba per evacuare un intero quartiere e cercare meglio la sua gatta. “Se c’e’ gente in giro mi è più difficile trovarla!”

Ennesima esagerazione. In genere mi limito ad attaccarmi al pulsante di allarme dell’ascensore e i miei condomini si attivano immediatamente riconoscendo il segnale. E’ forse condannabile voler bene al proprio animale domestico?

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Ostia Lido - Ritrovato sulla spiaggia in stato confusionale, mentre cercava di costruirsi una capanna con dell’immondizia l’uomo che ha aggredito a colpi di manico di scopa gli occupanti di un campo nomadi alle porte di Roma apostrofandoli come “gli altri”.

Che bassezza! Se si considera, poi, che chi la scrive é colui che mi ha iniziato a LOST, costringendomi praticamente a diventarne dipendente proponendolo come unico argomenti di conversazione possibile. Vergogna!

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Fano - Svaligiata la gastronomia del paese. Due giovani di cui ancora non si conosce l’identità si sono serviti di un orso bruno ammaestrato per farsi strada attraverso le lamiere della saracinesca del negozio “Fritto è meglio”. “Sono rovinato!” ha dichiarato il proprietario.

Qui, addirittura, si chiamano in causa anche i miei amici. Io e Capelli siamo solo due buone forchette, é assolutamente falso che al nostro comparire nella strada del paesello dove sverniamo i negozi di alimentari chiudono le serrande all’unisono e tutti gli animali edibili fuggono verso la montagna. Malignità.

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Roma - “Non siamo riusciti a fermarlo in tempo” non riescono a farsene una ragione gli infermieri in lacrime dopo l’atroce strage compiuta da un folle che zoppicando per un reparto di un noto ospedale della capitale ha staccato la spina a 25 pazienti dicendo che le diagnosi erano errate.

Anche qui, altre fandonie. House non mi scatena alcuna crisi emulative, mi serve solo per sottoporre al mio medico nuove malattie per nutrire la mia ipocondria. Ha anche detto che se non la pianto mi imbottisce di tranquillanti, ma questa é un’altra faccenda.

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Ovviamente ho ribattuto colpo su colpo. Troverete le mie short notes sul mio detrattore qua.



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Monday, March 12, 2007

Bobby, l’omaggio di Estevez a RFK

In più di un documentario storico sulla famiglia Kennedy si fa riferimento a loro come ai “reali d’America”. Una definizione decisamente azzeccata, che parte dal mito di JFK e continua con suo fratello Robert, basandosi su una sorta di “predestinazione” che viene attribuita ai Kennedy.

Quello che mi strappa una risata amara, in questi documentari, é la parte riservata alle interviste. In genere la parola che ricorre é più frequentemente é “sfortuna”. Sfortunato John, sfortunato Robert, sfortunata tutta la famiglia che, anche recentemente, ha continuato a collezionare scandali e morti improvvise. Se il termine é particolarmente azzeccato per gli ultimi tempi, parlare della sfortuna di John e Robert nell’essere uccisi il primo da un tiratore armato di carabina e il secondo da un giovane palestinese il cui movente era l’apertura di Kennedy su Israele fa un po’ ridere.

Il film di Emilio Estevez, Bobby, non si cura di tutto quello che é legato all’uccisione di Robert Fotzgerald Kennedy e a tutte le indagini ad esso legate, ma si concentra sulle ore immediatamente precedenti alla sua morte, raccontate dal personale e dagli ospiti dell’Hotel Ambassador.

Il cast é a dir poco stellare: da Anthony Hopkins a Heather Graham assistiamo ad un andirivieni di sketch che uno dopo l’altro ci conducono alla sequenza finale, il discorso di Kennedy e la sua successiva uccisione.

Estevez usa abbondantemente filmati di repertorio, fornendo un’adeguata cornice storica al periodo narrato, legando alle immagini i discorsi di RFK. Lo stesso senatore compare in volto solo nel materiale di repertorio, sicché la scena della convention alterna i volti degli attori ai filmati dell’epoca, una soluzione intelligente e funzionale.

Si capisce abbastanza presto che Bobby é un film assolutamente non obbiettivo, una sorta di consacrazione del ricordo di RFK, del suo impegno per i diritti civili, a favore delle minoranze etniche e contro la guerra del Vietnam. La presenza di star del calibro di Hopkins, raramente coinvolte in film in cui non esistono ruoli principali ma solo marginali, fa pensare che anche da parte loro vi sia stata la volontà di celebrare il ricordo di RFK impegnandosi personalmente. Del resto, se non fosse per il cachet degli attori, il film si sarebbe potuto girare con due lire, anche se la regia risulta qualitativamente buona.

A vederlo con l’occhio dello storico (e dell’europeo) si sorride più di una volta di fronte all’ingenuità di certi accostamenti e semplificazioni, ma bisogna sempre tenere conto che si tratta di un film in tutto e per tutto americano, con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Io l’ho trovato interessante e godibile, ma non posso dire che mi sia piaciuto del tutto. Questo, però, é un mio problema, in quanto io mi aspettavo un film o storico o “di indagine” alla JFK, tutti aspetti che Estevez ha deciso di trascurare, lasciando che a sparare a Kennedy sia un personaggio completamente anonimo, del quale non si conoscono né la storia né le motivazioni che lo hanno portato a quel gesto. Ad Estevez sembra non interessare, lui preferisce concentrarsi su altri aspetti, su una giornata raccontata da più persone, vissuta nell’attesa del discorso del senatore. E’ una scelta di regia che può non piacere, ma che tuttavia produce un buon risultato, evitando le deviazioni fumettare alla Munich e consegnandoci un film in cui il cordoglio per il senatore Robert Fitzgerald Kennedy appare sentito e sincero.

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Saturday, March 10, 2007

Saturno contro, Ozpetek torna alle origini

Dopo il fortunato excursus sul tema del volontariato in Cuore sacro, Ozpetek ritorna al tema del rapporto di coppia, affrontandolo con la consueta grazi e partecipazione.

Saturno contro è la storia di un gruppo di amici, incentrata sul rapporto che lega la coppia Favino/Argentero e sul suo triste epilogo.

Rispetto a Le fate ignoranti, Ozpetek abbandona quella descrizione dell’omosessualità fatta di promiscuità e scenografie dai colori forti e allegri, e si concentra su una coppia omosessuale perfettamente integrata nella società, che sembra non avere bisogno di ribadire la propria natura sessuale in alcun modo. Una sorta di evoluzione, forse, un voler dire che quello che prima era un tema da poco fuoriuscito dall’oscurantismo dell’odierna società, ora è parte della società stessa e non presenta più alcuna particolarità.

Permangono alcune caratteristiche, come l’eccentricità dei personaggi che compongono il gruppo, fra i quali spicca, come sempre, la simpaticissima Serra Yilmaz, cui Ozpetek ricorre quasi sempre nei suoi film.

Sul cast, è d’obbligo menzionare, oltre alla sempre bravissima Margherita Buy, le ottime performances di Ambra Angiolini e di Ennio Fantastichini.

Su Ambra, forse il problema è generazionale. Parlandone con un’amica più giovane, mi è stato detto il perché fossi così scettico nei suoi confronti. Ci ho messo un pochino a capire che non aveva idea di cosa fosse Non è la Rai. Prima o poi dovrò fargli vedere qualche spezzone da Youtube.

Sta di fatto, però, che nel film Ambra ha una recitazione fresca e divertente, spesso tendente ad un romanesco spontaneo che non stona. Preoccupa un po’ quel suo aver detto che la parte era tagliata esattamente su di lei, in quanto nel film Ambra è una tossica che va in giro con una borsetta che sembra riempita dopo un raid della Narcotici. Una prova più che positiva per l’ex-showgirl alla quale, lo confesso, ho augurato il male per anni.

Fantastichini, dal canto suo, è di una simpatia unica. Rappresenta, per sua stessa ammissione in una memorabile battuta, il modello di omosessuale che tende a nascondersi, bersaglio di quei pregiudizi tuttora vigenti per cui i gay sono sempre e comunque “i froci”. E’ un personaggio estremamente malinconico, che riesce tuttavia a conquistare lo spettatore con la sua simpatia.

Degno di nota anche il cameo di Milena Vukotic, l’immortale Pina, nei panni di un’infermiera dell’ospedale in cui viene ricoverato il compagno di Favino.

L’impressione generale è che il film sia un po’ tirato via. Ozpetek si è concentrato più sulla recitazione dei personaggi che sulla trama, ottenendo comunque buoni risultati, ma spesso si ha la sensazione che la storia alla base sia veramente inconsistente. Saturno contro è più che altro un insieme di volti, espressioni e situazioni rese godibili dal talento dei protagonisti e da qualche buona idea, prima fra tutte la negazione del dolore che vede protagonista Ambra Angiolini, scena molto toccante che resterà impressa nella memoria.

Da vedere, se amate la regia di Ozpetek.


 

Potrebbe finire qui, ma chi mi conosce sa benissimo che manca un punto fondamentale nella mia recensione. E quindi, non volendo disattendere le aspettative di amici e conoscenti, do il via con sommo piacere alla lapidazione metaforica di STEFANO ACCORSI, l’attore più sopravvalutato del cinema italiano.

Resosi improvvisamente conto che il tempo passa e che iniziano a comparire le prime rughe sul suo volto espressivo come un foglio bianco, il bel Stefano opta per il trucco. I più attenti noteranno come si assista alla recitazione di una maschera di cerca, con l’immancabile inquadratura a torso nudo per strizzare l’occhio alle ragazzine che ancora ricordano la pubblicità del Maxibon.

Ovviamente, tenta come al solito (involontariamente) di sabotare l’intero film (come già fece con il capolavoro Romanzo criminale) facendo la consueta parte del bambacione trascinato dagli eventi, tirato per la manca dall’una e dall’altra parte e sempre ovviamente immoto nel mezzo.

Ci risparmia, fortunatamente, la piazzata accorsiana, quell’insieme di stentati saltelli e urletti acuti che lo contraddistingue da L’ultimo bacio (Premio Nalia 2001 per il film più irritante), ma riesce comunque ad infastidire sufficientemente lo spettatore.

Attendo con ansia una sua partecipazione nei film di Natale, come momento culminante della sua carriera.

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Friday, March 9, 2007

Every sperm is sacred


Per fornire un contributo quantomai attuale all’epidemia di luxorite che c’é nell’aria, un canzone che é anche la celebrazione della prorompente comicità dei Monty Pithon, che dio sempre li preservi.

 

EVERY SPERM IS SACRED 

DAD:
There are Jews in the world,
There are Buddhists.
There are Hindus and Mormons, and then
There are those that follow Mohammed, but
I’ve never been one of them!

I’m a Roman Catholic,
And have been since before I was born,
And the one thing they say about Catholics is:
They’ll take you as soon as you’re warm!

You don’t have to be a six-footer.
You don’t have to have a great brain.
You don’t have to have any clothes on. You’re
A Catholic the moment Dad came!

Because

Every sperm is sacred.
Every sperm is great.
If a sperm is wasted,
God gets quite irate.

CHILDREN:
Every sperm is sacred.
Every sperm is great.
If a sperm is wasted,
God gets quite irate.

GIRL:
Let the heathen spill theirs
On the dusty ground.
God shall make them pay for
Each sperm that can’t be found.

CHILDREN:
Every sperm is wanted.
Every sperm is good.
Every sperm is needed
In your neighbourhood.

MUM:
Hindu, Taoist, Mormon,
Spill theirs just anywhere,
But God loves those who treat their
Semen with more care.

MEN:
Every sperm is sacred.
Every sperm is great.
 

WOMEN:
If a sperm is waaaasted,…
 

CHILDREN:
…God get quite irate.

PRIEST:
Every sperm is sacred.
 

BRIDE and GROOM:
Every sperm is good.
 

NANNIES:
Every sperm is needed…
 

CARDINALS:
…In your neighbourhood!

CHILDREN:
Every sperm is useful.
Every sperm is fine.

FUNERAL CORTEGE:

God needs everybody’s.

MOURNER #1

Mine!

MOURNER #2:
And mine!

CORPSE:

And mine!

NUN:

Let the Pagan spill theirs
O’er mountain, hill, and plain.
 

HOLY STATUES:

God shall strike them down for
Each sperm that’s spilt in vain.

EVERYONE:

 

Every sperm is sacred.
Every sperm is good.
Every sperm is needed
In your neighbourhood.

Every sperm is sacred.
Every sperm is great.
If a sperm is wasted,
God gets quite iraaaaaate!
 

 

(da Monty Python’s - The Meaning of Life 1983)

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Thursday, March 8, 2007

Borat, il nuovo orizzonte del politicamente scorretto

Il politicamente scorretto ha ufficialmente un nuovo alfiere: Sacha Baron Cohen, in arte Borat. Ma in arte anche Ali G, Bruno e tutti gli altri personaggi che questo comico di origine inglese mette in scena in brevi sketch sin dal 1998.

Educato in una famiglia ebrea ortodossa, lo stesso Sacha risulta essere osservante ed anche attivo in diversi gruppi di matrice sionista.

Secondo una formula che in Italia ho visto praticare già da Moni Ovadia, Sacha dimostra di saper fare dell’umorismo sulla sua stessa religione. Ma se il primo, più intellettuale, presenta al pubblico una forma di autoironia molto sottile e pungente, il secondo ha una comicità aggressiva e dissacrante, al punto che un mio amico, dopo la proiezione, ha detto “Certe battute può permettersele solo uno che di cognome fa Cohen”. E forse é davvero così, perché quella forma di antisemitismo violento e surreale che contraddistingue il personaggio di Borat messo in scena da un non ebreo sarebbe stato un caso inernazionale.

In Borat - Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, Sacha veste i panni di Borat Sagdiyev, celebre giornalista del Kazako, e della realizzazione di un documentario sull’America.

Già dalle sequenze iniziali, in cui Borat presenta il suo villaggio (che in realtà é il villaggio rumeno di Glod) si viene travolti da un umorismo al vetriolo, spietato e crudele, ma soprattutto politicamente scorretto. Non c’é un solo centimetro di questa esilarante pellicola che non lo sia.

Il sempre sorridente Coehn non risparmia nessuno: ebrei, americani, zingari, omosessuali e donne si alternano nelle sue battute sempre impostate sulla base del confronto fra culture differenti, sabotato dall’agghiacciante cultura fittizia contrapposta da Borat al politically correct americano.

Di certo alcune scene risulteranno molto indigeste, non é un film per chi non ha una folta coltura di pelo sullo stomaco e pratica di sarcasmo.

 

Coehn dimostra in più parti di aver studiato il personaggio con molta attenzione, dai movimenti alle espressioni. Il passo spesso tende ad un saltello strascicato che sembra in qualche maniera ricordare Chaplin, mentre l’espressione assunta per tutta la durata del film é sempre ingenua. Borat riesce a dare l’impressione di non rendersi conto delle bestialità che afferma né dell’imbarazzo che suscita nell’interlocutore.

 

Nel film ci sono diverse interviste, fra le quali Alan Keyes, politico repubblicano di colore che mi era già noto perché spesso citato nei Boondocks. Le interviste di Borat sono una parte abbastanza controversa. Da una parte é evidente la plateale presa per i fondelli effettuata da Coehn nei confronti dell’interlocutore, dall’altra mi chiedo se la cosa non sia ben presente all’interlocutore stesso che lascia correre facendo buon viso a cattivo gioco (e facendosi pubblicità). Certo é che vedere lo stralunato Borat vestire un terrificante completo a stelle e strisce durante un rodeo nel Texas e ricevere consigli su come porsi alla gente da parte di un cowboy da cartolina per poi intonare l’inno del Kazakhistan sulle note di quello americano (in quel punto era difficile seguire le parole perché la sala stava letteralmente esplodendo dal ridere) toglie uno dubbio sulle intenzioni dell’attore.

Allo stesso tempo, é evidente che alcuni sketch siano concordati con la “celebrità” di turno. Sono convinto che se provassi a prendere in moglie Pamela Anderson seguendo il crisma del rito matrimoniale kazako illustrato (ed effettuato!) da Borat senza un minimo avviso di ciò che sta per succedere perderei ALMENO un arto.

Il film ha scatenato, come era inevitabile, diverse polemiche, delle quali é presente un piccolo sunto su Wikipedia, più completo sulla versione inglese.

 

L’insieme ci consegna un film esilarante, ma anche una comicità non a senso unico. Non si ride, difatti, solo delle battute di Borat. Anzi, il mio pensiero, di fronte a certi atteggiamenti degli americani con cui si confronta, é stato: “Cazzo, ve bene che c’é sempre uno che riprende con la telecamera…ma l’antisemitismo di Borat é recitato, le reazioni degli interlocutori no!”.

Non vedo perché, fra le varie proteste che il film ha suscitato, non ve ne siano che provengono dall’America. Forse é questo dannato essere un europeo, e prima ancora un italiano, che mi sussurra nell’orecchio che gli americani non hanno nulla da protestare perché per loro applaudire uno sgrammaticato reporter kazako vestito a stelle e strisce che afferma “Io voglio dire voi che noi kazaki sostiene vostra guerra di terrore!” é una cosa normale.

Sì, dev’essere quello.

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Wednesday, March 7, 2007

Il cambio della guardia

CITTA’ DEL VATICANO - Dopo aver accettato la rinuncia per raggiunti d’età del cardinale Ruini, Benedetto XVI ha nominato oggi, a capo della Cei, l’arcivescovo di Genova monsignor Angelo Bagnasco. [...] L’arcivescovo di Genova ha 64 anni, è stato per un breve periodo vescovo di Fermo e dal 2003 al 2006 arcivescovo ordinario militare d’Italia. La sua nomina alla presidenza della Cei è stata fortemente voluta dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato.

 

Chi é costui?

Wikipedia ci offre una biografia piuttosto scarna: la trovate qui.

 

Per curiosità, ho fatto una piccola ricerca on line in cerca di informazioni su Bagnasco.

Il quotidiano La Stampa ne ha pubblicato oggi una biografia maggiormente approfondita, che potete consultare qui.

Riporto anche un articolo dall’edizione on-line del Corriere della Sera del 30 ottobre 2006, che fa riferimento ad una polemica del Monsignore nei confronti del Festival della Scienza:  

 

GENOVA - L’arcivescovo di Genova diserta il Festival della scienza, che ha richiamato nel capoluogo ligure premi Nobel e scienziati da tutto il mondo, perché - dice - «il programma è troppo laicistico. Non ci vado, la fede non ha bisogno di Festival». (testo integrale)  

 

Che immagine ricaviamo, dunque, da questo personaggio? Coloro che si aspettavano (con somma ingenuità, nota personale) una candidatura che segnasse in qualche modo un punto di rottura con la presidenza di Ruini non potranno che dirsi delusi.

Monsignor Angelo Bagnasco é un uomo legato alla vita militare. Eletto ordinario militare per l’Italia nel 2003, Bagnasco é stato presente nelle principali zone di guerra dal Kosovo fino all’Iraq. Nelle sue parole é più volte ricorso quel “costruttori di pace”, cordiale eufemismo con il quale ci si é sempre appellati ai nostri militari operativi nelle zone di guerre, che nel loro porre le fondamenta della pace mattone per mattone non é raro che abbiano sparato qualche colpo e fatto qualche morto.

 

Concetto più volte reiterato, già ai funerali dei caduti di Nassirya:

 

“Il loro sacrificio non sarà vano”, ha proseguito  mons. Bagnasco, ricordando il capitano Nicola Ciardelli e i marescialli Franco Lattanzio e Carlo Di Trizio. Un sacrificio, aggiunge, che contribuirà, “lentamente, ma inesorabilmente, alla costruzione di un’umanità migliore”. Quelle di Ciardelli, Lattanzio e Di Trizio sono “vite spente da un lampo, con totale disprezzo della vita umana”, prosegue ancora Bagnasco, e rappresentano “un monito per tutti”. (testo integrale 

 

Ancora, in seguito, per i funerali del maggiore Pibiri:

 

“Ancora una volta il sangue italiano ha bagnato il deserto di Nassiriya”, con queste parole mons. Angelo Bagnasco, l’ ordinario militare per l’ Italia, ha cominciato l’ omelia durante i funerali del caporal maggiore scelto, Alessandro Pibiri, ucciso in Iraq. 
  
“Alessandro è caduto vittima di un nuovo vile attentato. Ancora una volta il terrorismo, improvviso e proditorio, scopre il suo volto piu’ vero: il disprezzo della vita umana. E lo spregio della persona non porta lontano, non crea alcuna convivenza civile”. (T
esto integrale)

 

Un po’ diversa il suo commento al caso Caipari, dove non vi é alcun riferimento alla follia dei terroristi ed al loro disprezzo della vita, ma solo un accorato addio al funzionario del Sismi.

 

Questi primi particolari ci danno la dimensione di un uomo intelligente, che fa leva sul sentimento nazionale e sul patriottismo quando i nostri morti ce li consegnano “i nemici”, ma non va oltre l’elogio della persona quando a toglierli la vita sono “i buoni”. Mi piacerebbe, a questo punto, che ne pensa dell’atteggiamento delle forze armate americane in merito alla morte di Calipari ed alla loro ferma volontà di non voler far luce sulla questione. Sarebbe utile, visto che il Monsignore appare molto sensibile in merito al “disprezzo per la vita”.

 

Potremmo davvero cominciare a parlare di “uomo giusto al momento giusto”, la giusta sponda di cui aveva bisogno sia la Chiesa, sia questo governo, che si appresta a mantenere gli impegni presi con gli “amici” americani. Tant’é che oramai quella vecchia volpe di Ruini, inferto il colpo (fortunatamente ancora non letale) al testo dei DICO grazie ad un abile gioco di sponda in Parlamento, aveva esaurito il suo ruolo di manipolatore della politica ed iniziava ad essere anche piuttosto inviso ai credenti stessi (il riferimento é alla questione dell’appello rivolto alla CEI

 

Cosa aspettarci, dunque, da Angelo Bagnasco? Se siamo fortunati, una minore invadenza rispetto al suo predecessore sui temi della politica interna, giacché mi pare inutile, sulla base delle fonti raccolte, augurarci un approccio differente.

Insomma, ancora un punto per il gattopardo nella sua fiera ostilità alla modernizzazione del nostro Bel Paese.

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