Death of a president, mai così noiosa
Capita spesso che i film più attesi si rivelino dei miseri flop.
E’ il caso, secondo me, del film dell’esordiente Gabriel Range, regista inglese alla sua prima prova sul grande schermo. E’ un cosiddetto mockumentary, cioé un documentario fittizio, ambientato nel 2008 ad un anno dalla morte di George W. Bush, ucciso da un cecchino durante un discorso nella città di Chicago.
Il film si compone di filmati di repertorio, finte interviste ed altre reali. In quelle reali, ovviamente, il nome di Bush non compare mai, ma ci si riferisce ad un presidente morto, molto probabilmente Nixon o Ford, dei quali viene mostrato il funerale secondo protocollo attribuendolo a Bush.
La prima parte narra le ultime ora di vita di Bush, il suo arrivo a Chicago e filmati di repertorio circa le varie proteste susseguitesi negli ormai sei anni di presidenza, immagini che già Micheal Moore aveva mostrato in Farenheit 9/11. Ma se il secondo legava alle immagini le ragioni della protesta, illustrando in un documentario cosa Bush avesse fatto dell’America, Range si limita a gestirle come un elemento di trama, mostrandoci gruppi di giovani e meno giovani che urlano, agitano cartelli e cercando di fermare il corto presidenziale, con una netta predilezione per tutte le tipologie di manifestanti incappucciati e violenti. Non che le proteste in occasione delle visite vedessero la prtecipazione di educande, intendiamoci. Ma il taglio della regia sembra voler privilegiare l’odio della gente mentre le motivazioni sono date per lo più scontate.
Il film é decisamente noioso, si concentra sulle indagini dopo la morte del presidente attraverso video di sicurezza, rilievi e perquisizioni, ma non riesce mai a colpire nel segno.
Non si ha nemmeno la chiara idea di dove voglia arrivare Range con il suo mockumentary, se limitarsi alla fantastoria o fare qualcosa di più.
Nemmeno la risoluzione finale dell’indagine, che dovrebbe chiamare in qualche modo alla riflessione, riesce a dare un senso a questa noioso insieme di filmati e finte interviste.
Proprio non comprendo le polemiche che l’uscita di questo film ha provocato in America, polemiche a cui si é unita anche Hilary Clinton e alcuni membri del partito democratico, se non dicendomi che evidentemente non devono aver visto il film in questione.
Perché non c’é nulla di scioccante o offensivo in questi 90 minuti di film, solo una regia lenta e che si perde su particolari a mio parere trascurabili.
Anche il post Bush risulta poco sviluppato e tirato via, se non per l’evidente dimostrazione che la deformazione del labbro di Cheney, quella che lo fa somigliare a Skeletor dei Masters, non é una prerogativa di quand’é incazzato, lui ce l’ha di base dal momento in cui si sveglia la mattina a quando va a dormire.
L’unico brivido lungo la schiena l’ho avuto quando nel film viene pronunciato il nome “Karl Rove”, ma quella é responsabilità dei Griffin, il regista non c’entra.
Un flop, evitabilissimo.
Daniele Mastrogiacomo, l’inviato di Repubblica rapito dai talebani, é stato rilasciato. Grande festa e soddisfazione in tutto il mondo politico, manifestazioni a iosa e strette di mano delle alte cariche. Ormai l’unità nazionale é un miraggio che si attesta sui cadaveri quando va male, sulle lunghe giornate di attesa quando va bene. Tuttavia, anche questa ritrovata unità nazionale pare essere un qualcosa di passeggero, come una miseranda folata di vento in un agosto torrido, subito inghiottita dal solleone.
In più di un documentario storico sulla famiglia Kennedy si fa riferimento a loro come ai “reali d’America”. Una definizione decisamente azzeccata, che parte dal mito di JFK e continua con suo fratello Robert, basandosi su una sorta di “predestinazione” che viene attribuita ai Kennedy.
Il cast é a dir poco stellare: da Anthony Hopkins a Heather Graham assistiamo ad un andirivieni di sketch che uno dopo l’altro ci conducono alla sequenza finale, il discorso di Kennedy e la sua successiva uccisione.
Si capisce abbastanza presto che Bobby é un film assolutamente non obbiettivo, una sorta di consacrazione del ricordo di RFK, del suo impegno per i diritti civili, a favore delle minoranze etniche e contro la guerra del Vietnam. La presenza di star del calibro di Hopkins, raramente coinvolte in film in cui non esistono ruoli principali ma solo marginali, fa pensare che anche da parte loro vi sia stata la volontà di celebrare il ricordo di RFK impegnandosi personalmente. Del resto, se non fosse per il cachet degli attori, il film si sarebbe potuto girare con due lire, anche se la regia risulta qualitativamente buona.
Dopo il fortunato excursus sul tema del volontariato in Cuore sacro, Ozpetek ritorna al tema del rapporto di coppia, affrontandolo con la consueta grazi e partecipazione.
Su Ambra, forse il problema è generazionale. Parlandone con un’amica più giovane, mi è stato detto il perché fossi così scettico nei suoi confronti. Ci ho messo un pochino a capire che non aveva idea di cosa fosse Non è la Rai. Prima o poi dovrò fargli vedere qualche spezzone da Youtube.
Fantastichini, dal canto suo, è di una simpatia unica. Rappresenta, per sua stessa ammissione in una memorabile battuta, il modello di omosessuale che tende a nascondersi, bersaglio di quei pregiudizi tuttora vigenti per cui i gay sono sempre e comunque “i froci”. E’ un personaggio estremamente malinconico, che riesce tuttavia a conquistare lo spettatore con la sua simpatia.
Potrebbe finire qui, ma chi mi conosce sa benissimo che manca un punto fondamentale nella mia recensione. E quindi, non volendo disattendere le aspettative di amici e conoscenti, do il via con sommo piacere alla lapidazione metaforica di STEFANO ACCORSI, l’attore più sopravvalutato del cinema italiano.
Il politicamente scorretto ha ufficialmente un nuovo alfiere: Sacha Baron Cohen, in arte Borat. Ma in arte anche Ali G, Bruno e tutti gli altri personaggi che questo comico di origine inglese mette in scena in brevi sketch sin dal 1998.
Coehn dimostra in più parti di aver studiato il personaggio con molta attenzione, dai movimenti alle espressioni. Il passo spesso tende ad un saltello strascicato che sembra in qualche maniera ricordare Chaplin, mentre l’espressione assunta per tutta la durata del film é sempre ingenua. Borat riesce a dare l’impressione di non rendersi conto delle bestialità che afferma né dell’imbarazzo che suscita nell’interlocutore.
Non vedo perché, fra le varie proteste che il film ha suscitato, non ve ne siano che provengono dall’America. Forse é questo dannato essere un europeo, e prima ancora un italiano, che mi sussurra nell’orecchio che gli americani non hanno nulla da protestare perché per loro applaudire uno sgrammaticato reporter kazako vestito a stelle e strisce che afferma “Io voglio dire voi che noi kazaki sostiene vostra guerra di terrore!” é una cosa normale.
CITTA’ DEL VATICANO - Dopo aver accettato la rinuncia per raggiunti d’età del cardinale Ruini, Benedetto XVI ha nominato oggi, a capo della Cei, l’arcivescovo di Genova monsignor Angelo Bagnasco. [...] L’arcivescovo di Genova ha 64 anni, è stato per un breve periodo vescovo di Fermo e dal 2003 al 2006 arcivescovo ordinario militare d’Italia. La sua nomina alla presidenza della Cei è stata fortemente voluta dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato.
“Il loro sacrificio non sarà vano”, ha proseguito mons. Bagnasco, ricordando il capitano Nicola Ciardelli e i marescialli Franco Lattanzio e Carlo Di Trizio. Un sacrificio, aggiunge, che contribuirà, “lentamente, ma inesorabilmente, alla costruzione di un’umanità migliore”. Quelle di Ciardelli, Lattanzio e Di Trizio sono “vite spente da un lampo, con totale disprezzo della vita umana”, prosegue ancora Bagnasco, e rappresentano “un monito per tutti”. (
Cosa aspettarci, dunque, da Angelo Bagnasco? Se siamo fortunati, una minore invadenza rispetto al suo predecessore sui temi della politica interna, giacché mi pare inutile, sulla base delle fonti raccolte, augurarci un approccio differente.