Thursday, January 11, 2007

Le ali della sfinge, Montalbano perde colpi?

Sono un grande fan di Andrea Camilleri e del suo personaggio più conosciuto, il Commissario Salvo Montalbano di Vìgata, salito ancora di più alla ribalta negli ultimi anni anche grazie ad una serie televisiva davvero di qualità.

Camilleri, che più volte ha pubblicamente affermato alla sua maniera di essersi “rotto i cabbasisi” della sua creatura (salvo poi pubblicare l’ennesimo nuovo romanzo), si é in questi anni dedicato anche ad altre opere. I suoi altri romanzi che non vedono Montalbano protagonista, ad esempio, sono spesso stilisticamente più curati ed originali, accomunati con il ciclo di Montalbano solo dalla presenza di quel dialetto siciliano a metà fra tradizione e fantasia letteraria che é una delle ragioni che mi fa apprezzare così tanto i suoi scritti.

L’ultima romanzo di Montalbano, Le ali della sfinge, é la cronaca dell’ennesima indagine siciliania che questa volta prende le mosse dal rinvenimento del cadavere di una giovane ragazza in una discarica.

Montalbano indaga come sempre alla sua maniera, coadiuvato dagli immancabili Fazio, Augello e Galluzzo e costretto a confrontarsi con il solerte ed incomprensibile Catarella ed il suo misterioso linguaggio. La trama procede tutto sommato abbastanza prevedibilmente con la comparsa delle solite macchiette di cavalieri, ragionieri, commendatori e magazzinieri che abbiamo già imparato a conoscere, fino alla conclusione dell’indagine ma non della vicenda di Montalbano, che resta come al solito sospeso nel suo rapporto con la compagna Livia e pronto, ci giurerei, a risbucare fra massimo un anno con una nuova indagine.

Detta così, siamo di fronte al solito Montalbano. Perché, dunque, questo libro più degli altri mi ha dato l’impressione di essere stato “tirato via”? La causa potrebbe essere l’intreccio, che mi é parso essere più immediato e semplificato delle altre volte, eppure mi sono reso conto che se confrontato con altri non é né più semplice né più intricato. Forse la ragione é una stanchezza di fondo che mi pare di aver ravvisato nell’autore. Le macchiette sono divertenti, il dialetto come sempre ne amplifica la vis comica e le rende più godibili, ma questa volta hanno il sapore del già sentito, che é sempre sciapo. Anche Catarella, che nelle sue definizioni assurde riesce sempre a divertire, questa volta sembra sotto tono.

Sono piuttosto affezionato a Salvo Montalbano e al microuniverso teatrale dell’immaginaria Vìgata, e non ho voglia di vederlo invecchiare come certi consunti attori che non accettano l’avanzare dell’età e spingono il loro ruolo oltre il ridicolo, cristallizzati nel personaggio che hanno intepretato quindici anni prima.

Forse il problema non é il personaggio, ma la forma della narrazione. Camilleri potrebbe ancora scrivere di Montalbano, magari rinunciando alla forma del romanzo e prediligendo quella del racconto breve, come ha già fatto per Gli arancini di Montalbano e Un’estate con Montalbano, raccoltre di brevi avventure del commissario che, senza dilungarsi troppo nella trama, consentivano all’autore di concentrarsi anche sugli altri personaggi che lo accompagnano. Tirare per le lunghe una storia, invece, apre la strada a quello che per me é la peggiore accusa della quale possa essere tacciato un autore di romanzi: la mancanza di ideee.

Non mi sento, ovviamente, di rivolgere un’accusa del genere a Camilleri, che ha più volte dimostrato come la sua Sicilia non si fermi a Montalbano. Il birraio di Preston ed il più recente Il re di Girgenti, ad esempio, sono degli ottimi romanzi in cui del commissario non c’é traccia e che ci presentano una Vìgata dell’800 teatro di eventi a metà fra l’avvenimento storico e la finzione letteraria.

Ma forse il personaggio di Montalbano, dopo la perfezione raggiunta ne Il cane di terracotta, a mio parere la migliore delle sue indagini, avrebbe bisogno di un piccolo “aggiustamento”. Camilleri potrà essersi rotto i cabbasisi di lui quanto vuole, ma lasciarlo svolgere indagini che non riescono più a coinvolgere il lettore sarebbe davvero un peccato.

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Morte malinconica del bambino ostrica, Tim Burton si reinventa poeta

Nella tradizione delle fiabe italiane, quelle che non sognereste mai di raccontare ai vostri figli per il timore che passino la notte tremndo dal terrore, abbondano sangue, mostri, fantasmi, mutilazioni ed altri orrori. Italo Calvino raccoglieva nel 1956 molte fiabe provenienti dalla varie regioni nel volume Fiabe italiane, un’antologia che per le efferatezze narrate e descritte ci rimanda ai moderni maestri dell’horror.

Tim Burton, il regista che oggi più di tutti a mio parere eccelle nel genere fantasy-gotico, si riscopre poeta e firma una raccolta di brevissime poesie e ballate incentrate sui bambini. E, ovviamente, lo fa alla sua maniera.

I bambini descritti da Burton sono a dir poco particolari: uno ha la testa di un’ostrica, un altro ha due grossi chiodi conficcati negli occhi. Una bambina ama fissare tutto ciò che la circonda con occhi sgranati, un’altra si trasforma in un letto. Una galleria di creature bizzarre, che ancor prima della loro particolarità sono bambini che cercano di vivere la loro vita esattamente come i loro coetaeni. Alcune delle sue poesie potranno sembrarvi struggenti, altre sconfinano nel sadismo. Se non avete familiarità con il cinema di Burton e con quella che potremmo definire la sua poetica dell’anormalità alcune di queste potranno risultarvi indigeste. Non é, difatti, un libro per bambini, ma per adulti che lo sono ancora. E, per coloro che lo sapranno apprezzare, ecco che si presenterà l’immancabile stravolgimento del concetto di normalità, nel quale le caratteristiche dei giovani protagonisti, per disturbanti o esilarati che siano, finiscono inevitabilmente per essere preda della normalità conformizzata, che in Burton viene ad essere l’unica a generare i veri e propri mostri.

La traduzione, non sempre fedele al testo, é di Nico Orengo, che ha scelto di reinterpretare in parte l’opera di Burton elaborandola attraverso la propria poetica e, in alcuni casi, inserendo riferimenti geografici italiani nella descrizione dei luoghi. Il libro presenta comunque il testo originale dell’opera in appendice, con le poesie nella loro versione inglese. Se avete familiarità con la lingua, vi consiglio di cominciare da là, nulla togliendo all’elaborazione/traduzione di Orengo che é comunque  meritevole.

Il libro é stato recentemente riedito da Einaudi e costa 9.50 euro.Per chi ha apprezzato il Natale di Jack Skeleton, é un’opera che non mancherà di divertire e commuovere, un altro tassello da aggiungere alla genialità dell’autore.

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