Martedì | May 30, 2006

Il mio primo Vesak

E’ stato, ovviamente, più per caso che per scelta. Da ateo convinto non mi approccerei autonomamente ad una qualsiasi pratica spirituale, anche se provo una certa curiosità nei confronti della ritualistica relativa. Così, quando Stefano mi ha proposto di partecipare alla cerimonia del Vesak (per maggiori informazioni, http://www.centronirvana.it/vesak2006.htm) ho tentennato, chiesto se non ci avrebbero fatto spogliare e ballare nudi (non era un reale dubbio, ma perché perdere un’occasione per provocare?) ed alla fine ho accettato.“Ricordatevi di portare un fiore, dell’acqua in una bottiglia di vetro e qualcosa di bianco”, recitava l’SMS dell’officiante della cerimonia.Ora, io sono ateo, ma ci sono delle situazioni che mi lasciano un po’ basito e che, vuoi per inclinazione romantica o fantasiosa, non sono in grado di inserire nell’ambito della “casualità”.Questo per affermare che, mentre eravamo a Bologna insieme a qualche profugo della shard di Ultima dove giocavamo, ponendoci vicendevolmente il compito di ricordarci del fiore, dell’acqua e del vestito bianco, un bambino di colore di circa sei anni viene verso la nostra panchina con un’espressione imperscrutabile e, giunto innanzi a Stefano, apre la mano chiusa a pugno e gli offre una piccola margherita.Stefano balbetta un “grazie” a mezza voce e mi volge uno sguardo fra lo stupito e lo spaventato che non posso fare a meno di restituirgli.Consegnato il fiore, il piccolo sempre con la stessa espressione si allontana. Non un sorriso né una parola, solo il fiore che andava consegnato.Purtroppo le due ragazze che sono venute con noi ed il sottoscritto non sono stati all’altezza di Stefano. Il nostro fiore è stato vilmente trafugato da una villetta sulla strada per la cerimonia. Si fa quel che si può… Veniamo alla cerimonia.A quanto ho capito la presenza della componente floreale rappresenta una variante in un rito largamente praticato, il cui ruolo è quello di essere scambiati fra i partecipanti alla cerimonia alla sua conclusione, assieme ad un messaggio allegato.Disposti in circolo, ci siamo tolti le scarpe e abbiamo chiuso gli occhi al suono di una melodia new age, quindi abbiamo seguito le indicazioni della nostra “guida” il cui ruolo era quello di illustrarci i vari passi da seguire.Com’è normale, con l’umiltà che da sempre mi contraddistingue, ho quasi subito abbandonato le istruzioni della guida e lasciato vagolare un po’ la mente ad occhi chiusi, contando più sul mio istinto e sulla mia ispirazione che sulle istruzioni, limitandomi ad alzare le mani ed a stringere quelle delle persone adiacenti quando la guida ci invitava a farlo. Descrivere un momento del genere è particolarmente difficile, in quanto una simile esperienza risente troppo della soggettività dell’individuo perché possa essere agevolmente descritta.Diciamo che ho trovato la cosa molto rilassante, tenendo per tutto il tempo della cerimonia a bada quel sarcastico scetticismo che riservo sempre a certi aspetti della fede (cattolica, buddista, etc.) e mi sono lasciato andare. In parte ho permesso alla musica e all’atmosfera di suggestionarmi, in parte ero incuriosito dall’esperienza. Però c’è stato il formicolio.Ad un certo punto della cerimonia, la guida ci ha invitato a spiegare le ali raccolte sulle nostre spalle ed a librarci in volo per unrici agli altri convenuti per la cerimonia. In quel preciso istante, le mie scapole hanno formicolato. Per qualche minuto, ho sorriso all’idea di quanto forte sia il potere dell’autosuggestione, e mi sono concesso, giacché le avvertivo, di immaginarmi le ali. Il mio Vesak, alla fine, è stato mia nonna. Ho interpretato il mio volo metafisico come il ricongiungimento con la memoria delle persone care, e mi sono cullato nel ricordo della mia nonna materna, radunando tutti quei ricordi che ho sempre con me ma su cui non mi soffermavo da tempo. In quel momento mi si sono inumiditi gli occhi, in coincidenza con il momento in cui le mie mani si sono strette a quelle delle persone che avevo accanto. Poi, lentamente, la cerimonia si è conclusa ed abbiamo riaperto gli occhi sulla stanza nella quale sedevamo.Ho visto facce realmente sollevate da quell’esperienza, e mi è parso di non essere il solo ad essersi abbandonato alla commozione.Ci siamo scambiati i fiori e poi ovviamente c’è stato il finale con hugh therapy come nei gruppi di autosostegno.Ecco, a quello forse non ero prontissimo.Ho abbracciato Stefano e le due amiche con cui eravamo venuti, poi un amico di Stefano che conosco di vista, poi la ragazza che gli sedeva accanto, poi… Io non sono di quelle persone che non amano l’approccio fisico, ed in genere sono io il primo a ricercare il contatto. Questo, però, quando conosco già un po’ la persona. Abbracciare ed essere abbracciato da sconosciuti era qualcosa che ancora mi mancava.Insomma, alla fine sono stato definitivamente stritolato da uno dei convenuti fra i più grossi che doveva aver intuito il mio parziale imbarazzo e (credo) vuoi per sbloccarmi un po’, vuoi per divertirsi un po’, ha pensato bene di acchiapparmi e stritolarmi. Facendomi ridere, lo ammetto. Poi, conclusasi la cerimonia, passata la festa gabbatu lu santu, ho ricominciato a rompere le scatole (o a fare l’Urlapiedi, come Stefano ama definirmi).Nel bel mezzo della cerimonia, mentre la guida ci invitava ad aprire il nostro cuore e a dirigere l’energia verso le nostre mani, è sbucato, in mezzo ai vari riferimenti generali ad entità soprannaturali, la formula “nel verbo di Cristo Nostro Signore”. Il pensiero ha cominciato a macerare in me già prima della conclusione della cerimonia. Ma un riferimento così chiaro non può definirsi in qualche modo “deviante” rispetto alle persone presenti, non tutte di fede cristiana?Vero che, come mi è stato spiegato da Stefano, per partecipare alla cerimonia non occorreva necessariamente essere buddisti, ma a maggior ragione allora non capisco il perché di un richiamo così diretto al dio cristiano.Non sono stato il solo, a quanto pare, a notare la cosa con un certo stupore.Poi, parlando con una collega di lavoro che è buddista osservante e praticante da anni, mi è stato detto che il Vesak non ha una vera e proprio disciplina prescritta, e viene intepretato a seconda della persona. In questo caso, la nostra guida avrebbe solo interpretato il Vesak in base (evidentemente) alla propria fede cristiana.Però…come guida, non avrebbe dovuto essere a maggior ragione “imparziale” nel dirigere la nostra esperienza?

Forse il problema è la mia forma mentis, l’affrontare queste cose in maniera forse troppo pragmatica (e politica, anche!), ma resta il fatto che quel riferimento, in un’esperienza che alla fin fine mi ha arricchito, mi è sembrato piuttosto stonato. Mah...

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