Tuesday, October 31, 2006

Da vigliacco a vigliacco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla Repubblica di oggi: 

 

 
MADRID - Multa e allontanamento dalla prima squadra per “indisciplina” fino a data da destinarsi. Finisce così la ribellione di Antonio Cassano al suo tecnico Fabio Capello per non averlo fatto giocare sabato sera con il Real nella gara vinta 3-1 con il Terragona. La società ha preso provvedimenti e per il barese, che aveva contestato il tecnico durante la gara, il futuro tra i galacticos appare sempre più problematico.

Secondo quanto pubblicato da vari media, Cassano non ha aspettato nemmeno di arrivare negli spogliatoi per affrontare il tecnico a muso duro: “Vergognati, hai una bella faccia tosta, è questo il modo di ripagarmi? Così mi ringrazi, dopo che ti ho sempre difeso anche nei momenti difficili, dopo che alla Roma sono sempre stato dalla tua parte?”.

 

 Non so voi, ma io rido. Me la rido di gusto osservando la fine di Cassano “El gordo”, rattristandomi che non segua ad esso la fine di Capello. Antonio, ma che ti pensavi? Lo so che non sei mai stato uno sveglio, ma non avevi capito a che razza di uomo ti stavi affidando? Te lo ricordi chi é Fabio Capello, sì?E allora, cosa vuoi?Altro non ti potevi aspettare da un personaggio del genere. E, direi, ti sta più che bene, visto il tuo comportamento degli ultimi tempi. C’é qualcosa di consolante, in questa storia di poveracci (di spirito), una sorta di giustizia divina esercitata a metà. Il top sarebbe che alla fine di Cassano faccia eco la fine di Capello, anche se ovviamente non sarà così. Ed i fatto che questa “giustizia” sia in fin dei conti esercitata dall’allenatore del Real la rende decisamente amara.Ma é già qualcosa. Che intanto paghi Cassano l’avventatezza e la scorrettezza delle sue azioni, e speriamo che presto abbia compagnia adeguata.

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Friday, October 27, 2006

Fine del sollievo, arriva Costanzo

E dopo il sollievo, ahimè, rieccoci allo sdegno.

Per l’infallibile legge del contrappasso, i conti dovevano tornare.

Ci ha pensato, manco a dirlo, il Costanzo nazionale. Rimasto evidentemente a corto di fenomeni da baraccone da far danzare sul Palco del Parioli o essendosi conto che nessuno se ne interessa più, il grasso vampiro dell’audience italiana ha avuto una delle sue nuove idee geniali.

 

Da Repubblica on-line: http://www.repubblica.it/2006/06/sezioni/spettacoli_e_cultura/reality-costanzo-carcere/costanzo-altrove/costanzo-altrove.html

 

Secondo la moderna evoluzione della spazzatura televisiva, formato come il Grande Fratello o simili durano (in termini di interesse che possono suscitare) quanto la pipì di una farfalla. Per questo si ricorre al reality con i personaggi famosi, al reality nel luogo intrigante, al reality con omosessuali e via dicendo, in una continua tendenza a produrre il format che possa, maggiormente di altri, sobillare il lato più morboso dello spettatore.

Chiaramente Costanzo, che all’epoca della prima edizione del GF ebbe toni abbastanza polemici sul suo “valore televisivo” (per questo arrogante maiale la merda è valida solo quando è lui stesso a produrla, lo ricordiamo), sentitosi troppo a lungo escluso dalla mania del reality, cerca di immettersi nel circuito con Altrove, il reality dalle carceri.

Nell’articolo di Repubblica ne viene esposto un abbozzo di sceneggiatura:

 

I detenuti che hanno accettato di parlare sono microfonati, e non ci sono interventi di sceneggiatura. “La cosa che più mi interessa - ha sottolineato il giornalista-conduttore - è il rapporto tra il detenuto e la polizia penitenziaria, che fa un lavoro molto complicato. La contiguità è proprio fisica, e stare con persone sfiorate dal male almeno una volta non è facile. E’ importante che ci sia collaborazione e non prevaricazione”.

 

Ecco, è per cose come questa che Costanzo mi fa veramente rabbia e schifo. Ha sempre bisogno di nobilitare la schifezza che produce travestendola da indagine giornalistica, allo stesso modo in cui cercava di spacciare per cultura quel sensazionalismo di bassa lega che contraddistingueva il suo show serale.

E visto che gli albori della cronaca fanno da sempre bene all’audience, ecco chi viene tirato in ballo per dare un tono al programma:

 

Quando parla di “percorso accidentato”, Costanzo si riferisce alle polemiche della scorsa estate, quando il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, aveva presentato un’interrogazione parlamentare contro il progetto “di realizzare un reality show” sui detenuti, paventando il rischio di spettacolarizzazione della vita dei detenuti e di violazione della loro riservatezza.
Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione del programma, ha detto che “quando Costanzo è venuto a spiegarmi di cosa si trattava ho capito che non c’è mai stato un equivoco. Un equivoco nasce quando c’è qualcuno che non vuole una cosa”. Le telecamere, ha spiegato Costanzo, saranno in tre celle “con la possibilità di spegnere l’audio e di uscire dalle immagini facendo un cenno”.
 

 

In pratica, due facce di bronzo al costo di una.

L’attuale ministro della Giustizia passa dall’irresponsabile spettacolarizzazione della propria immagine politica, culminata in quel modello di indulto che ancora mi fa venire i brividi, alla spettacolarizzazione delle carceri ad uso e consumo del morboso teledipendente.

 

E ancora:

 

In quanto agli ascolti, “quello che voglio suscitare è conoscenza, e sono contento che vada in onda su Italia 1. Altrove non è per il pubblico classico di questa rete ma spero che arrivi altro pubblico. Ho detto al direttore, Luca Tiraboschi, di non aspettarsi grandi ascolti.

 

Un format sulle carceri non sarebbe per il pubblico classico di Italia Uno? No, certamente no, non per la rete più”giooooovane” Mediaste, quella che ospita altri format di pesudo-approfondimento beceri alla Lucignolo e dove la morbosità del pubblico può essere meglio sobillata.

 

E’ finita qui? No, che scherzi…

 

Ma è un programma civile. Non voglio stupire, ma invitare a porsi delle domande. E’ un’esperienza forte, una delle più emozionanti che abbia fatto. La censura sul linguaggio la farò solo nel caso di una bestemmia perché viviamo in un Paese cattolico”.

 

 

 Il paese è cattolico? Ma non era laico? Hanno cambiato qualcosa? No, non è cambiato nulla, ma guai a non strizzare l’occhio alla Chiesa, guai a ferire l’animo di qualche credente. In TV puoi far passare tonnellate di sangue e organi sminuzzati, ma niente bestemmie o sei fottuto. E Costanzo lo sa. Del resto, lui non vuole stupire, vuole che lo spettatore si ponga delle domande. Certo. 

 

Ecco, questo è Maurizio Costanzo.Uno che ha dedicato la sua carriera di conduttore televisivo ad appiattire il livello culturale, a spacciare le chiacchiere da autobus per cultura. A questo punto, trovo più dignitoso Gianni Boncompagni, che non fa nulla di diverso ma lo fa con tette e culi, senza quell’arroganza di fondo nel dire che lui “vuole tracciare uno spaccato della società attuale” e non mettere in bella vista un po’ di ragazzine per fare audience.Sì, lo preferisco decisamente.

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Wednesday, October 25, 2006

SOLLIEVO!

Fra Pupe e secchioni, Uomini e donne, Grandi fratelli e altra mondezza, una solida ancora di speranza. Godete, secondo quella particolarità che ci consente di stare meglio noi quando gli altri stanno peggio. Capelli, da te voglio il meglio quanto a commenti. Sempre che non sia opera tua. Da stasera inizio a cercare di procurarmi almeno il pilota. Cliccate sull’immagine e commentate, commentate, commentate…

 

 

 

 

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Burloni in guerra

Dal sito di Repubblica:

BERLINO - L’esercito tedesco travolto da uno scandalo pari a quello che investì gli Stati Uniti per le foto scattate nella prigione di Abu Ghraib, in Iraq. Il quotidiano Bild pubblica oggi in prima pagina immagini di soldati tedeschi in Afghanistan, che si fanno ritrarre con un teschio, e sottolinea: “I soldati del contingente tedesco hanno disonorato un cadavere in modo ripugnante”.

Il quotidiano riferisce che le foto sono state scattate da soldati di pattuglia nelle vicinanze di Kabul e che sono state diffuse dallo stesso comando del contingente. la reazione del governo di Berlino è stata immediata: il ministro della Difesa, Franz Josef Jung, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta. “E’ chiaro che un tale comportamento da parte di militari tedeschi non può in nessun caso essere tollerato” ha detto il ministro alla Bild, definendo le immagini “detestabili e assolutamente incomprensibili”. Jung ha aggiunto che se le accuse dovessero essere confermate “misure disciplinari con conseguenze anche penali verranno adottate con la massima fermezza”.

Per quanto trovi macabra la cosa, non mi pare si possa dire che ci troviamo davanti ad uno scandalo del livello di Abu Grahib. Mettiamo le due cose sulla bilancia. Da una parte: maltrattamenti, abusi ed umiliazioni nei confronti di persone vive e vegete, perpetrate con un divertito sorriso nei confronti della telecamera, come se si stesse giocando.

Dall’altra, dei giovani (deficienti) che fanno gli scemi con un cranio.

Non so a voi, ma a me non sembra esattamente la stessa cosa. A prescindere dal fatto che non potrei mai concepire una cosa del genere, io penso sempre che la permanenza in guerra (così come negli ospedali) genera automaticamente il cinismo. La vedo come una forma di sopravvivenza per non lasciarsi travolgere dall’orrore e dal dolore cui si é giocoforza costretti ad assistere. Sia chiaro, non cerco assolutamente di giustificare l’avvenimento. Ma da qui a richiamare Abu Grahib ce ne passa, e anche tanto. Ben vengano, insomma, le misure disciplinari (se ci saranno) soprattutto perché saranno d’esempio per i soldati che commettono reati ben più gravi di questo (ogni riferimento é puramente voluto).

 

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Ungheria, vinti di ieri e vincitori di oggi

Su Repubblica di oggi, a pg. 11 é possibile leggere un articolo che merita attenzione.

Bertinotti ha commemorato i fatti d’Ungheria del 1956 affermando che si trattò di una rivoluzione democratica e che l’URSS ha una colpa storica.

La questione d’Ungheria é certamente una delle macchie più pesanti nella storia del Partito Comunista Italiano. Molti iscritti all’epoca riconsegnarono le tessere, molti furono additati come traditori, ed ancora oggi il peso di quei giorni si fa sentire, specie adesso che il cinquantenario della rivoluzione é stato insozzato dagli estremisti di destra che ne hanno fatto l’occasione di una manifestazione contro l’attuale governo socialista.

Le “scuse” di Bertinotti non sono una cosa nuova, più volte fra le file di Rifondazione c’é stata una condanna di quei giorni. Tuttavia, l’affermazione rilasciata in qualità di Presidente della Camera e le successive reazioni meritano attenzione.

Leggiamo:

 

 

“La repressione da parte dell’Unione Sovietica si é macchiata di una grave ed indelebile colpa storica: ha distrutto la speranza di una riforma democratica, ha calpestato i diritti di un popolo e i diritti della persona [...] il potere non può essere difeso, per nessuna ragione, senza e contro il consenso popolare [...] i vinti di ieri sono i vincitori di oggi.”

 

 

Come ho già detto, si tratta in sostanza di cosa già sentite. Ma la differenza, in questo caso, la fa la sede in cui vengono pronunciate. Difatti, a partire dagli applausi scroscianti dalle file di AN, comincia subito il solito circo:

 

 

“Forza Italia e Lega non condividono l’entusiasmo di AN. Stefania Craxi si rivolge indignata a Bertinotti: ‘Il suo sarebbe stato un gesto politicamente significativo se avesse detto che avevano ragione Craxi e Nenni!”

 

 

L’agguerrita Stefania ama accostare il padre, da lei definito eufemisticamente “esule”, ora accanto a Nenni, ora a Pertini, prossimamente probabilmente al padreterno. Avrebbe un vero successo, se dicesse le stesse cose in una serata di cabaret, ma difetta del fatto che probabilmente ci crede fermamente. Ma del resto, Montecitorio spesso fa le funzione del cabaret.

Difatti:

Anche il leghista Bricolo non va per il sottile: “L’unica cosa che possiamo dire a Rifondazione, ai comunisti italiani e ai DS é vergognatevi, vergognatevi della vostra storia!”

 

 

Qualcuno dovrebbe spiegare a Bricolo che avere una storia come partito politico che in Italia parte dagli anni venti fino ad oggi con una guerra mondiale di mezzo non é proprio come l’essere nati l’altro ieri a Pontida scomodando qualche confuso mito celtico nel patetico tentativo di darsi un tono.

Arriviamo al punto in cui prende la parola Pino Sgobio, capogruppo dei Comunisti Italiani.

 

 

“Nessuna lezione di democrazia può venire da chi affonda le sue radici nel fascismo il ricordo dei fatti d’Ungheria non può essere strumentalizzato dagli eredi degli assassino di Gramsci e Matteotti.”

 

 

Ecco, questo a casa mia é parlare.

Con buona pace dei soliti urlatori “foibe, foibe”, con buona pace di tutti i ripuliti di destra che ora fanno i democratici. E’ sempre opportuno ricordare quale sia la matrice di un movimento politico, o si rischia di fare confusione. In AN ci sono postfascisti e neofascisti che con la democrazia non hanno nulla a che vedere. Solo la faccia di culo di certi elementi può portare a certe affermazioni.

Ma la parte migliore dell’intervento di Sgobio non é tanto la critica alla destra:

 

 

“I fatti d’Ungheria vanno collocati in quagli anni di guerra fredda, dove purtroppo si uccideva a Suez, in Corea, in Vietnam, drammi dove il socialismo e il comunismo c’entrano poco.”

 

 

E’ un’affermazione senza dubbio controversa, sulla quale però é possibile intavolare una discussione. Anche se Repubblica non manca di notare come le parole di Sgobio rappresentino una velata critica a Bertinotti, la relativizzazione di un evento storico rischia sempre di essere un passo pericolosa. I moderno revisionismo di destra trova le sue basi, oltre che nella mistificazione totale del passato, anche nella relativizzazione del ventennio.

Relativizzare la repressione sovietica in Ungheria tirando in ballo la guerra fredda potrebbe sembrare l’aggiramento di un boccone amaro, aggiramento effettuato in alternativa alla pubblica condanna espressa dal Presidente della Camera.

Non ho mancato in passato, su questo blog, di osservare come i rapporti fra il Pdci e RC siano ben lungi dall’essere rosei, ma non mi sentirei di ascrivere le parole di Sgobio a queste ruggini.

A caldo, non mi sentirei di condividere la seconda parte delle sue affermazioni. Ma c’é dal materiale per discuterne, se qualcuno ne ha voglia.

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Come ti ammazzo Rilke

Ieri sera, in vena di snobismo intellettuale, sono andato con un’amica ad una lettura di alcuni brani delle poesie di Rainer Maria Rilke presso il teatro Eliseo su via Nazionale.

Delle poesie di Rilke conservavo un ricordo molto vago, risalente ai tempi del liceo, quando ero solito girare con libri di poesia per darmi un tono (certe cose a distanza di secoli si possono anche ammettere, ed almeno io ho smesso…) leggiucchiandoli senza troppa convinzione. Ero più incline ai cosiddetti “poeti maledetti” francesi, probabilmente cercando si sintonizzare su di loro l’asocialità di allora. Inutile dire che si tratto di un’esperienza fallimentare, già allora ero fin troppo florido per poter passare per “maledetto” ed in questo la cuperosi non ha mai aiutato un granché. Ma non divaghiamo.

Il ricordo di Rilke, come dicevo, é così labile che é meglio che non mi spinga a fare della critica. Il post vuole essere un commento alle impressioni suscitatemi dalla serata.

Ovviamente, essendo la serata gratuita, c’é stato il solito mare di persone (età media: 60 anni) tra cui farsi strada e il solito caos.

Il mantenimento dello stato vigile della maggior parte degli spettatori più attempati evidentemente richiedeva una temperatura di 40 gradi all’interno del teatro, da cui siamo prontamente fuggiti dopo aver occupato i posti per uscire a respirare.

I lettori erano Massiliano Finazzer Flory (di cui l’informazione più completa che ho trovato é questa intervista sul sito di Enel Gas) e Galatea Ranzi (altra intervista qui).

Il palco era allestito in maniera abbastanza spartana, Finazzer Flory a sinistra e Galatea Ranzi a destra, nel mezzo una giovane che suonava un violoncello fra la lettura di un estratto e l’altra.

Inizia Finazzer Flory, e lo fa a mio parere nel peggiore dei modi.

La sua voce é piatta, l’interpretazione assente. Sembra di sentire le previsioni del tempo dal cantilenante Giuliacci. Mi guardo attorno per cercare di capire se lo penso solo io, e colgo una o due facce aggrottate. La mia amica mi guarda con un espressione spaesata.

Il primo atto di violenza su Rilke dura una decina di minuti, poi la violoncellista fa un breve stacco e subentra Galatea Ranzi.

Il cambiamento é palpabile.

Rilke, affidato alla voce della giovane attrice, si riprende e respira. Posso finalmente permettermi di fare una cosa che facevo di solito in occasioni simili, chiudo gli occhi e mi lascio guidare dalla voce. La giovane interpreta Rilke, solleva la voce dove sembra ritenere che ve ne sia bisogno. Ascoltarla é un piacere. Temporaneo.

Galatea Ranzi finisce la sua lettura, stacco di violoncello ed ecco di nuovo Finazzer Flory che legge.

Nel suo secondo passaggio sembra aver capito che qualcosa non andava nella sua prima lettura e quindi si alza in piedi, prima era seduto al tavolino a capo chino.

La sua interpretazione della lettura, però, non mi piace nemmeno stavolta. Il suo tono é in qualche modo artificioso, e non riesce a non dare la spiacevole sensazione di star nuovamente leggendo il meteo. Alza un po’ la voce, fa qualche gesto, ma nulla, proprio non riesce a piacermi. La mia amica sembra pensarla come me e scuote la testa.

Violoncello.

Galatea Ranzi.

Ancora una volta la giovane dà una buona prova, s’impappina su una parola, capita a tutti. Ancora una volta mi lascio guidare.

Violoncello.

Massimiliano Finazzer Flory.

Che stavolta, deciso a riscattarsi, recita a memoria.

Ma lo sforzo della concentrazione é evidente, la scioltezza delle parole ne risente. Anche lui s’impappina.

E’ andata avanti così per altri due o tre passaggi, sempre inframezzati dal violoncello.

Fino alla lettura dell’epitaffio che Rilke volle sulla sua tomba, affidato a Galatea Ranzi.

Ve lo lascio nella forma originale, giacché la traduzione pare sia controversa. Anzi, se quacuno sa il tedesco, può provare a tradurlo.

Rose, oh reiner Widerspruch, Lust,
Niemandes Schlaf zu sein unter soviel

Lidern
Mi resta solo un dubbio. Nella piccola biografia di Flory si parla della sua attività di saggista, editorialista de Il Sole 24 ore e direttore di rassegne culturali, ma nessuna esperienza sul palcoscenico. Perché dunque affidare a lui una lettura di poesie?

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Sunday, October 22, 2006

Scoop, Allen ritorna ai suoi classici

Attendevo con molta impazienza una nuova regia di Woody Allen. Con Match Point ci aveva dimostrato che, nonostante l’età ed il peso della sua carriera, è ancora possibile cambiare genere con risultati a mio parere ottimi. Tuttavia, come ogni film in cui lui stesso non recita, mi era mancato.

Ora, con Scoop, Allen si porta dietro Scarlett Johhansson in una commedia che riprende i suoi film più classici.

La storia prende le mosse dal contatto stabilito fra una giovane apprendista giornalista non proprio brillante (la Johansson) e lo spirito di un grande giornalista d’inchiesta deceduto, fuggito (letteralmente) dal suo viaggio verso l’aldilà per comunicare alla collega informazioni circa il caso di un killer che sta terrorizzando la città di Londra. Allen interpreta la parte di un mago logorroico e cialtrone che un po’ per caso e un po’ per curiosità assiste la ragazza nella sua indagine che la porta a sospettare di un membro dell’alta società britannica.

Il tema dell’assassino misterioso, già presente in più di una delle opere di Allen, qui funge solo da sfondo per il costituirsi del rapporto fra la Johansson e Allen, investigatori in erba senza alcuna capacità che non sia la tendenza a bisticciare come comari. Sembra quasi di essere davanti ad uno di quei vecchi sketch comici delle coppie storiche come Stanlio e Ollio, sempre impegnati in qualcosa che è decisamente più grande di loro senza che se ne rendano assolutamente conto.

La recitazione di Woody Allen in alcuni punti può apparire stiracchiata, ma le sue battute, delle quali potrebbe a mio avviso campare di rendita per i prossimi cento anni, contribuiscono a dargli spessore. Da notare che il suo ruolo nella pellicola è completamente subordinato rispetto a quello di Scarlett Johnasson. Si ha infatti la sensazione che il ruolo di Allen, se non fosse anche il regista del film, sarebbe uno di quelli che nei titoli appaiano preceduti dalla dicitura “e con la partecipazione di…” Probabilmente è una mia fisima, ma io sono abituato alla centralità di Allen nei suoi film, e vederlo cedere la scena a qualcun altro mi fa quest’effetto.

La Johansson, a cui è affidata la gran parte del film, offre nel complesso una buona prova. In realtà mi costa dirlo, perché di base tendo a fissarmi su un’interpretazione in particolare, e nel suo caso la parte in Lost in translation è quella che me l’ha fatta adorare. Così, a vederla nella parte della svampita storco un po’ il naso. Vero è però che sembra DAVVERO svampita, quindi posso sempre in sua difesa che recita bene la sua parte.

La coppia, insomma, funziona e rende il film più che godibile.

Qua e là quale accenno dell’Allen dei tempi d’oro, che sembra in alcuni punti essere lì lì per partire in uno dei suoi masochistici monologhi, ma tira sempre il freno o viene zittito dalla sua Johansson. E visto che svelare le battute di Allen lo reputo un crimine imperdonabile e penso anche che sia il sentirle da lui che le rende così esilaranti, mi limito a suggerirvi di non perdere la risposta di Woody Allen a Hugh Jackman che gli chiede se “suona qualcosa”.

Da segnalare, infine, la rappresentazione del traghetto delle anime verso l’aldilà all’inizio del film, un piccolo esilarante spezzone in cui Woody ha voluto lasciare la sua inequivocabile firma.

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Friday, October 20, 2006

Il diavolo veste Prada, ma diverte comunque

Mi é stato presentato da un’amica disinformata come “un film sulla moda”. Ovviamente la mia prima reazione é stata una risata.

“Cosa c’entro io con un film del genere, visto che il mio armadio per varietà dei contenuti ricorda quello di Paperino?” le ho risposto, immaginando un documentario di sfilate e di stilisti incartapecoriti intervistati.

Poi, leggendo la trama, ho capito che il tema della moda era solo la cornice del film. E mi sono convinto.

Il diavolo veste Prada di David Frankel, regista a me finora completamente sconosciuto, é una divertente commedia di quasi due ore che passeranno via come acqua fresca.

Tratto dal libro omonimo di Lauren Weisberger che afferma di essersi ispirata alla sua esperienza di assistente di Anna Wintour, direttrice di Vogue America, il film ci regala una cinica e insopportabile Meryl Streep nei panni del boss della sua giovane assistente Andrea, interpretata da Anne Hataway, reduce dalla buona prestazione ne I segreti di Brokeback Mountain.

Il film non vuole assolutamente essere un documentario e non si concede mai alla facile lusinga del videoclip, pratica piuttosto comune nei film dove si parla di moda e modelle, ma mantiene dall’inizio alla fine il suo carattere di commedia.

Inizialmente si é portati a godere del ridicolo di quel microcosmo rappresentato dalla rivista Runaway in cui la tirannica Meryl Streep é capace di provocare scene di panico collettivo solo comunicando il suo imminente arrivo in sede, almeno fino a quando il personaggio principale di Andra, nell’ennesima crisi provocatale dal suo capo, decide di passare dall’altra parte della barricata e di adeguarsi agli standard estetici del luogo in cui lavoro, sfoggiando vestiti di Valentino e borse di Gucci, guidata in questa sua metamorfosi da uno stereotipato intenditore effeminato interpretato da Stanley Tucci.

La banalità della trama (sì, va a finire esattamente come state immaginando) viene compensata da una regia molto scorrevole e divertente, soprattutto se vi fissate nel confrontare la bellezza naturale di Anne Hataway con quella artificiale delle sue colleghe di lavoro.

Qualche luogo comune di troppo, forse, come l’immancabile fidanzato simil-fricchettone che non approva la mutazione della sua compagna o lo spaccato di vita domestica di Meryl Streep, ma anche su questo si può soprassedere.

Del resto, é un film che non vuole dar da pensare quanto intrattenere facendoci sorridere, con il finale favoletta.

Girare commedie semplici senza incappare in una sequela di banalità che ne compromettano la godibilità non é sempre facile, al giorno d’oggi. A David Frankel va comunque riconosciuto il merito di esservi riuscito, probabilmente essendo partito alla base da un buon libro, che mi sono riproposto di leggere.

Se avete voglia di rilassarvi e sorridere per un paio d’ore, é il film adatto.

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Thursday, October 19, 2006

Come dio comanda, il ritorno di Ammaniti

Ogni volta che mi capita di affrontare un viaggio in treno, non posso fare a meno di farmi un giro nella libreria Borri di Termini. Ho un conto in sospeso con quella libreria, un curriculum rifiutato anni fa dal Sig. Borri in persona, ergo non gli farò pubblicità. Anzi, se cercate un libro che non sia commerciale, andate subito da un’altra parte. Ma la posizione strategica mi frega sempre, ed in genere compro sempre qualcosa.

Qualche tempo fa é stata la volta di Come dio comanda, di Niccolo Ammaniti.

Di Ammaniti ho letto quasi tutto, dai romanzi ai racconti. Ultimamente si era dedicato a questi, pubblicandone sulle raccolte Crimini e collaborando al romanzo a più mani Il mio nome é nessuno.

Aspettavo con ansia un suo nuovo romanzo, e con una certa sorpresa me lo sono trovato davanti nella libreria Borri artigliandolo con quella tipica frenesia dei bambini che non sanno aspettare.

Dopo la pubblicazione di Io non ho paura non ero sicuro di cosa mi sarei potuto aspettare. Mi ero goduto sia l’antologia Fango e ancora di più Ti prendo e ti porto via, apprezzandone lo stile pulp e quella comicità che più di una volta sconfinava nel tragico e provocava allo stesso tempo risate e brividi, ma ancora di più mi ero innamorato del romanzo successivo, da cui tra l’altro é stato tratto quello che a parer mio é il miglior film di Gabriele Salvatores.

Mi ponevo dunque il quesito se io non ha paura fosse l’inizio di un nuovo percorso dello scrittore od un meraviglioso e felicissimo unicum.

Mi é bastata la lettura di poche pagine per rispondermi, così come basterà a tutti quelli che hanno letto Ammaniti. Come dio comanda é un ritorno allo stile di Ti prendo e ti porto via, un po’ più maturo e cattivo nelle descrizioni e, conseguentemente, un po’ meno divertente.

La prima sensazione é stata una sottile ed inconfessata delusione. Inconfessata, perché a me lo stile di Ammaniti piace comunque, che sia quello dei suoi primi romanzi o quello di Io non ho paura, ma mi sono reso conto che speravo avesse attinto più dal secondo che dai primi.

Anche se il romanzo riprende l’impostazione che ritrae un interno familiare violento e “problematico”, la mancanza della figura materna (presente invece anche se marginalmente in Ti prendo e ti porto via e Io non ho paura) riduce il rapporto ad un binomio padre/figlio dettato dalla violenza quotidiana, concepita anche come mezzo per la comunicazione dell’affetto.

Come dio comanda, non appassiona quanto gli altri lavori dell’autore. L’handicap principale é forse una sorta di senso dell’inevitabile che connatura la narrazione, dando al lettore il modo di esercitare una sorta di preveggenza su ciò che deve ancora accadere. Handicap che non viene compensato dalla fervida inventiva di Ammaniti, che ancora una volta intreccia a doppio filo le vite dei suoi personaggi, lasciando che sia il caso stesso a manipolare i loro destini.

Anche in questo caso l’autore concede parte della narrazione all’onirico ed alle fantasie dei protagonisti, ma é forse l’aspetto meno innovativo del suo stile, in quanto riscontrabile in grandissima parte della narrativa contemporanea.

L’elemento pulp, più presente che mai, é godibile, anche se in questa affermazione c’é molto di personale, in quanto appassionato del genere sia televisivo che letterario. Ad alcuni potrebbe non piacere, oppure, nell’abbondanza di pulp cinematografico e televisivo degli ultimi tempi, potrebbe risultare scontato.

Nulla di nuovo rispetto all’Ammaniti che già conosciamo, insomma. Solo un altro buon romanzo.

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Tuesday, October 3, 2006

Il Sig. Amleto, un eroe moderno

Oggi su Repubblica troverete un articolo a dir poco surreale.

A pagina 9 Alberto Statera intervista un commerciante in vena di rivelazioni, uno di quegli eroi di cui s’é persa anche la memoria. Il commerciante Amleto, proprietario di un bar tabacchi nel quartiere Prati di Roma, ci illustra il perché egli ritenga giusto dichiarare solo la metà del suo guadagno.

Fra i toni arroganti e ingiusti di Statera e la legittima rabbia di questo gentiluomo, vediamo di evidenziare i tratti più importanti di questo testamento di eroicità.

 

 
Amleto: Facciamo a cambio, io le do il bar-tabacchi e lei mi dà un lavoro dipendente dove si lavora poco, si viene qui a prendere il cappuccino come fanno i dipendenti dei tribunali e alle cinque di sera, se non prima, si stacca e si va a casa o si fa un doppio o triplo lavoro in nero [...] O ancora meglio se mi dà il lavoro di qualche cazzone maschio o femmina della Rai che porta a casa milioni di euro per raccontarci frescacce (arriverà una querela da parte di Vespa?, nda). Dai notai del quartiere c’é una fila per le donazioni che non si vedeva da anni. 

Quel cuore di pietra di Statera qui s’é addirittura preso gioco della giusta indignazione del Sig. Amleto con un laconico “Belle, le leggende metropolitane”. Statera, vergognati!

 

Fno ad ora il Sig. Amleto si mantiene sul generico, lamentando con eleganza la sua condizione di lavoratore disagiato in un mondo di furboni. Andiamo avanti.

 

Statera: Ci dica quanto paga di tasse.

 

Amleto: Il mio reddito lordo dichiarato é di 51 mila euro l’anno. Pagate le tasse, ne restano circa 32000, 2500 euro al mese o poco più.

 

Statera: Abbia pazienza, signor Amleto, ma lei non guadagna 50.000 euro. Quanti ne guadagna?

 

Amleto: Centomila.

 

Statera: Capperi. Dichiara la metà!

 

Sig. Amleto: Sì, ma quanto dichiarano ufficialmente i miei colleghi baristi secondo i dati di Visco? 15.852 euro, come dire che vivono sotto i ponti del Tevere col materasso ammuffito, perché al netto fa meno di mille euro al mese. Le pare che io possa essere il barista più ricco di Roma? Le pare che questo sia un posto dove valgono le regole della concorrenza? Se non paga tutto nessuno perché dovrei farlo io. 

E a ragione? E’ forse un imbecille, il Sig. Amleto? No che non lo é? Dunque, perché dovrebbe?

 

Statera: Ma sa che se la scoprono con la nuova Finanziaria le possono chiudere il bar?

 

Sig. Amleto: Lo so e mi convinco sempre più che viviamo in uno stato sovietico. Non mi piace proprio, nonostante io abbia sempre votato a sinistra. 

Naturalmente. Il Sig. Amleto é preoccupato dello Stato Sovietico, dell’eventualità che gli venga tolto il suo bar del quale egli denuncia solo metà guadagno in favore di qualche bolscevico snaturato e sanguinario che invece denuncia il guadagno intero. Come non capirlo e condividerne l’indignazione?

 

Statera: Se lo stato sovietico le mettesse un agente della Guardia di Finanza davanti al bar?

 

Sig. Amleto: Ma che mi porta jella? Per favore, nun scherzamo! La Guarda di Finanza m’ha già fatto un’ispezione. Una tragedia. Ma sa come vanno queste cose? 

Statera: No, per mia fortuna non lo so.

 Sig. Amleto: Beh, io ho dovuto spendere 15 mila euro di avvocato per difendermi dalle contestazioni, anche se avrei avuto metodi meno costosi, più semplici, come fanno tanti altri, quelli che dichiarano 15.000 euro. 

Povero, povero Sig. Amleto. Piange i soldi che ha speso per perseguire nell’illegalità guadagnandone più del doppio. E rivendica anche di essersi mosso in maniera legale, ricorrendo ad un avvocato e non a qualche sotterfugio non meglio specificato cui ricorrono i suoi criminosi colleghi. Lodevole prova di senso civico!

 

Statera: Ricapitoliamo i fatti, pur con beneficio d’inventario, visto che di ciò che lei dice non ho prove: lei guadagna centomila euro, ne denuncia cinquantamila, per cui di fatto ha un guadagno netto di circa ottantamila euro, cinquantamila puliti di tasse per evasione e trentamila dopo le tasse. Fanno all’ingrosso un reddito netto di seimilacinquecento euro al mese. Lei si sente davvero povero?

 

Sig. Amleto: Ci viviamo in quattro. Secondo lei sono ricco? 

Ah, ecco perché. Il Sig. Amleto é uno di quegli eroi da romanzo, che compie il crimine perché la sua famiglia possa sopravvivere. Un benefattore, insomma. Ci scusi, Sig. Amleto, non avevamo capito.

 

Statera: Basta, signor Amleto, non sarà lei un pazzo irresponsabile, che evade sulla metà del suo reddito e pensa pure di avere ragione?

 

Sig. Amleto: Eh no, caro signore, io ho sessant’anni andrò in pensione con 700 euro al mese, se starò male dovrò pagarmi le cure, se non avrò messo via qualcosa morirò in una casa di riposo per poveri, se mi prenderanno. Quelli per cui ho votato mi avevano promesso che questa volta avrebbero preso i proprietari di yacht (lo so che non é uno yacht ma una barca a vela, ma non potrebbero cominciare da D’Alema? Nda)  e che si prendono milioni di stock option – come si chiamano? – per gestire aziende decotte come le Ferrovie o l’Alitalia. 

 

Ancora, proviamo pena per il Sig. Amleto. Gli avevano detto lo avrebbero capito, che avrebbero chiuso un occhio sugli uomini costretti ad agire contro la legge perché la loro famiglia sopravviva. Manco un riconoscimento, che so, una medaglietta, un’esenzione totale. Questo farabutti lo tassano!

Ma il Sig. Amleto é stanco e deluso, e ormai ha capito: 

 

 

Sig. Amleto: La prossima volta sto a casa, Né Tremonti, né Visco.  

Bravo, Signor Amleto, bravo! Non si fidi di questi politicanti succhiasoldi! Destra e sinistra sono la stessa cosa, rossi e neri si assomigliano e non esistono più le mezze stagioni! E iniziamo a dire le cose come stanno, perbacco!

 

***

 

Ragazzi, io leggo e rileggo questa pagina, e non mi fa per nulla bene.

Roma é una città in cui sui commercianti se ne raccontano tantissime (ma credo che sia un trend nazionale), al punto che spesso mi viene da pensare che vadano ascritte a quelle leggende urbane di cui parla Statera.

Non siamo verginelle, però, lo sappiamo che buona parte dei commercianti dichiara il falso. Ma da qui al sentirsene legittimati, affrontando un’intervista sul tema, ce ne passa.

Questo folle (perché non esiste un altro termine per definirlo) ripete ancora ed ancora che lui é di sinistra. Io non so davvero a quale sinistra però si riferisca. Forse al PSI dei bei tempi, con Craxi a capotavola e i commensali intorno. Quello che é certo é che il Sig. Amleto ha perfettamente imparato la lezione berlusconiana, e l’ha elevata a stile di vita.

Non sai se stringergli la mano per la sincerità o sputargli in faccia per la medesima.

Suggerirei ai finanzieri di percorrere avanti e indietro l’intero quartiere Prati, occhi aperti su un bar tabacchi di due vetrine gestito da un sessantenne che la mattina si fa aiutare dal figlio e da una ragazza part-time e il pomeriggio dalla moglie. Altro non so dire.

 

 

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