Thursday, September 28, 2006

Prove di piazza per la destra

 

Da Repubblica.it:

 

 ROMA - Il primo “Girotondo” di destra ha sfilato questa mattina (giovedì 28 settembre, la notizia si riferisce all’avvenimento di ieri) davanti al ministero dell’Economia, in via XX Settembre. Per protestare contro la riforma fiscale del governo Prodi e in vista della maratona parlamentare sulla Finanziaria, i massimi esponenti di An - tranne Fini - si sono ritrovati con circa 200 militanti di Azione Giovani Roma.

In piazza sono andati Gianni Alemanno, Ignazio La Russa, Adolfo Urso, Teodoro Bontempo, e delegazioni di Forza Italia e Lega Nord. Oltre 200 i partecipanti secondo le forze dell’ordine, a scandire slogan contro il vice-ministro Vincenzo Visco (“Visco tu ci uccidi con il fisco”) e contro il premier (“Coraggio, Prodi è di passaggio”). Slogan anche sulle t-shirt indossate dai deputati (“No al Grande Fratello fiscale”) e, su una decina di monitor che espongono la scritta “F24 on line? No grazie” con riferimento all’entrata in vigore, il 2 ottobre prossimo, del fisco telematico. 

 

La destra alla riconquista della piazza, é questo il messaggio che da più parti si sente ripetere. Anche se una breve indagine sull’edizione online de “Il Tempo” e “Il Secolo d’Italia” di oggi non ha dato il rilievo che pensavo alla notizia. La cosa si mormorava comunque già da tempo, con buona pace dei dissenzienti dell’UDC che, infatti, non si sono presentati all’appuntamento.

Partiamo con l’evidenziare un nodo della questione, a mio parere fondamentale.

 

Che cosa intendiamo, figurativamente, in casi come questi, con il termine “piazza”? Il riferimento é alla agorà della polis, la piazza centrale dove si riuniva l’assemblea dei cittadini e che divenne poi con il tempo il centro culturale e commerciale della pòlis greca. Insomma, il termine viene investito di un significato politico.

La destra italiana ha una grande tradizione di piazza, ed in passato ha dimostrato di essere in grado di muovere la massa. Soprattutto il Movimento Sociale Italiano prima e Alleanza Nazionale dopo hanno sempre potuto contare su una larga risposta attiva sia da parte del ceto medio-borghese, sia dalle classi più disagiate. Era, insomma, un partito popolare.

 

L’imperfetto é d’obbligo. Perché, a mio parere, la situazione ora non é più la stessa.

Seppure vi sia ancora un largo consenso su base nazionale, fra la prima Alleanza Nazionale e quella di ora c’é stata Fiuggi, lo sdoganamento (virtuale) dei fascisti, l’inquadramento nella logica accentratrice del centrodestra berlusconiano.

Non é stata solo la parte del leone fatta da Forza Italia nella CDL a rubare spazio e visibilità ad Alleanza Nazionale, ma anche il doppiopetto politico, indossato ai danni di quella dialettica pop(ulista)olare che raccoglieva molti voti nelle periferia. Tant’é che il vuoto politico creato dallo spingersi verso il centro di AN é stato subito riempito da Rauti, Tilgher, Mussolini e altri impresentabili da 1%.

 

Ora, non essendoci più da barattare la poltrona con la permanenza nella CDL, il partito di Gianfranco Fini si riaffaccia dunque sulla piazza. Senza la piazza, però.

Duecento militanti di Azione Giovani, i colonnelli di AN, qualche forzista e un paio di leghisti non sono “la piazza”. Sono comparse schierate ad hoc, come le claque che Berlusconi si portava in giro per convegni prima della sconfitta elettorale di aprile.

Per tornare in piazza non basta un megafono, bisogna portarci la gente. I militanti di Azione Giovani non sono “la gente”, sono, appunto, militanti, che rispondono all’appello dall’interno della forza politica e non dall’esterno. Non sono, insomma, il consenso, sono solo comparse.

 

 “Questa è la dimostrazione che l’Unione è il governo delle tasse - dice Maurizio Gasparri -, siamo in piazza per rivendicare la guida dell’Italia, che abbiamo governato diminuendo la pressione fiscale”. E’ però Gianni Alemanno a sottolineare il cambiamento di rotta della destra: “Riprendiamo la tradizione simbolica dei Girotondi per protestare contro questo governo che è sempre più lontano dalle piazze”. E annuncia che a metà settembre saranno “i professionisti” a scendere in piazza “contro Bersani”.  

 

No, questa semmai é la dimostrazione che AN sta iniziando a percorrere una strada che per ora segue accompagnata da Forza Italia, ma che in futuro potrà percorrere anche da sola. La mancanza di Berlusconi in tutto questo potrebbe addurre i più arditi a pensare che forse si verificherà (o si sta verificando) quella riorganizzazione degli equilibri che da tempo il centrodestra avrebbe dovuto affrontare, liberandosi del macigno al collo del gaffeur  di Arcore che si diletta come un novello Trimalcione fra night club e vulcani artificiali.

 

 Un’attivismo di piazza di destra che, però, specifica La Russa, ha una sua precisa denominazione: “‘I nostri non si chiamano girotondi ma caroselli tricolori”. 

 

Stupisce che La Russa, che in genere é uno che prima di parlare pensa, non colga il senso del ridicolo che ispirano le sue parole.Sorvoliamo sul termine “caroselli tricolori”, che a me evoca l’immagine di pony e pennacchi, perché l’esigenza di una specificazione del genere? Il marchio dei “girotondi” é stato forse registrato da Nanni Moretti e dai girotondisti di sinistra? O forse non si vuole essere accomunati con qualcosa su non si é mai risparmiato, durante il governo Berlusconi, sarcasmo e volgarità?

Non abbia timore La Russa ad usare la parola “girotondi”, visto che a quanto pare di quello si é trattato. Dubito riceverà una citazione per plagio.

 

Resta un dato di fatto. La destra non é tornata in piazza, ci si é solo affacciata. Queste sono delle prove su strada, dei tentativi per verificare la risposta della gente. Duecento persone sono, ovviamente, una cifra ridicola, ma sufficiente per lanciare un messaggio che rimanda ai vecchi tempi, quando i “raduni azzurri” non esistevano e la politica la si faceva realmente nella piazza e non nei palazzi, da cui, c’é da dire, l’MSI veniva accuratamente tenuto lontano se si fa esclusione per qualche democristiano poco accorto.

L’operazione potrebbe anche avere successo ed Alleanza Nazionale, ormai superato il veto della presenza al governo, potrebbe finalmente incassare la ricompensa per essersi per tutti questi anni sottomessa a Forza Italia, e ridiventare il partito che era. Ma ho l’impressione che tutto questo si potrà solamente compiere sulla tomba (politica o reale) di Berlusconi.

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Wednesday, September 27, 2006

Diliberto tende la mano a Bertinotti (forse)

Riporto fedelmente parte del testo di un’intervista di Concetto Vecchio a Oliviero Diliberto, segretario del Partito dei Comunisti Italiani, pubblicata su La Repubblica di oggi, p. 33

Diliberto: Sarebbe ora di smetterla con queste liti. E’ ora di pensare all’unità della sinistra. Una sinistra laburista nel senso riginario del termine: nulla insomma che abbia a che vedere con la politica condotta in questi anni da Tony Blair. Penso ad una coalizione che possa rappresentare un punto di riferimento per il mondo del lavoro. 

Diliberto fa riferimento ai ben noti dissapori con i DS ma soprattutto con Rifondazione, una serie di ripicche e ripicchette nel complesso abbastanza fastidiose e inutili, come i mancati auguri ad Armando Cossutta per i suoi 80 anni da parte di Bertinotti. Ma, al di là di queste deprimenti beghe, ci sono altri punti dell’intervista che meritano attenzione.

Diliberto: Non vogliamo fare il nuovo PCI. Questo s’ che sarebbe velleitario. Ciascuno rimanga con la propria identità e organizzazione. Non propongo di sciogliere il mio partito, né quelli degli altri. Non posso costringere nessuno a diventare comunista. (la sottolineatura é mia)

Alla faccia. Se questo voleva essere un richiamo all’unità delle sinistre, o le sue parole non sono state riportate fedelmente o qui c’é una frecciata, anzi, un affondo di sciabola. Che significa “diventare comunista”? E’ chiaro, i DS sono oggi lontani anni luce dalla strada segnata dal PCI, ma resta la questione della “eredità contesa” fra PdCI e PRC. Evidentemente Diliberto valuta che anche nel PRC ci sia chi comunista non é, e non oso pensare a cosa scatenerà una simile affermazione fra i rifondaroli.

Poi, riemergono le vecchie beghe:

Vecchio: Aderire alla Sinistra europea di Fausto Bertinotti non sarebbe in questa fase un percorso un po’ più immediato?

Diliberto: Noi siamo pronti. E non da ieri. E’ Rifondazione che ci esclude. Dicono pregiudizialmente no ad un partito strutturato come il nostro che ha 900 mila voti.

Ancora? Ma allora questo non é un richiamo all’unità, comincia davvero a sembrare un atto d’accusa nei confronti del PRC che all’epoca, lo rciordiamo, definì gli scissionisti che diedere vita al PdCI “traditori”! 

Dunque, fra il ripercorrere di vecchie ruggini e la (per ora accennata con buona volontà) delineazione di una possibile unità delle sinistra, come dobbiamo prendere le parole di Diliberto? 

Probabilmente l’analisi che propongo é dettata dalle mie idee personali. Io, a tutt’oggi, credo molto poco, anzi nulla, nell’idea del Partito Democratico che viene sventolata da Fassino e altri esponenti DS, a meno che con esso non si intenda il calderone in cui confluiscono tutte le diversità e le particolarità delle forze politiche di sinistra per eliminarsi/nascondersi a vicenda in un indistinto minestrone di ideologie.  A conti fatti, tutto ciò che DS, PdCI e PRC hanno in comune sono le origini, un collante ormai sfibrato e sottoposto continuamente alla tensione delle opinioni e delle linee politiche contrastanti. Su queste basi, é facile capire perché io consideri l’idea del PD fallace.

Diliberto tende la mano, ma non risparmia la critica, indirzzandola principalmente a Rifondazione, quasi a sottolineare che la distribuzione delle responsabilità sia attribuibile principalmente al partito di Bertinotti. Da ex elettore di Rifondazione, passato poi ai Comunisti Italiani in seguito alla caduta del governo Prodi, sento di poter condividere una visione del genere. Mi viene solamente da chiedermi quanto questa mano tesa, viste le premesse, sia opportuna e soprattutto reale. A meno che con quest’intervista non si voglia sottolineare la disponibilità dal PdCI a dialogo, sempre e immancabilmente “in contrapposizione a…”.

Insomma, ‘unica sensazione effettiva e reale che l’intervista di Diliberto mi ha dato é che per l’unità della sinistra i tempi siano ancora decisamente lontani. Ma a questo punto, non sarei troppo frettoloso nel definirlo un male.

 

 

 

 

 

 

 

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Tuesday, September 26, 2006

Thank you, for smoking, l’irresistibile fascino delle canaglie

E’ stato detto di questo film, non ricordo da chi, che dopo averlo visto o smetti di fumare o continui con maggiore sprezzo del pericolo di prima. Su di me, non ha avuto né l’uno né l’altro effetto, alla fine della pellicola il mio unico pensiero é stato “Bel film.” Thank you for smoking ha diverse caratteristiche che incontrano il mio favore nella cinematografia di oggi: l’umorismo cinico, il contatto con la realtà e, non ultima, Kathy Holmes maltrattata. Ma vi concedo che l’ultimo punto é molto personale, e dedicherò ad esso nella recensione solo un piccolo spazio.

Il film é intepretato e commentato spesso in prima persona dal lobbista Nick Naylor (Aaron Eckhart), uomo di punta della multinazionali del tabacco e vice presidente di un fumoso “Istituto per gli studi sul tabacco”, una sorta di ente pseudo scientifico il cui ruolo é sostanzialmente quello di mistificare i danni delle sigarette sulla salute.

Sorriso smagliante e completo griffato, Naylor fa parte insieme ai suoi inseparabili amici (Maria Bello e David Koechner, rispettivamente lobbisti dell’alcool e delle armi) di un team identificato dalla sigla MDM, i “Mercanti di morte”. Seppure la finzione é d’obbligo ed il film non pretende di essere un documentario, i numeri e le statistiche delle morti causate da tabacco, alcool e armi sono veri, e diventano negli incontri del cinico trio il loro modo di confrontarsi, in una gara a chi lavora per la multinazionale che uccide più gente. 

La trama del film é in un certo senso secondaria, forse anche prevedibile per certi versi, eppure poco importa. Dal primo all’ultimo momento la nostra attenzione e il nostro cinismo (sempre che siamo abbastanza sinceri con noi stessi per portarlo a galla) vengono solleticati da ogni parte. Si parte dal ragazzo malato di tumore (“Che interesse può avere la mia multinazionale nell’uccidere questo giovane? - esclama Nayor davanti ad una platea attonita - Noi vogliamo che viva, e che continui a fumare!”) fino alla descrizione di un rapporto padre-figlio che sembra ricordare l’episodio de “L’educazione” ne “I mostri” di Dino Risi.

Si capisce sin da subito una cosa. Nick Naylor sa perfettamente cosa fa, e non si fa alcun scrupolo nel farlo. Egli sembra rifarsi ad un normale ordine delle cose per cui, attraverso i mezzo che egli definisce “discussione” il nero diventa bianco e la realtà viene completamente travisata a vantaggio della multinazionale che egli rappresenta. Paradossalmente tale disumanità, che dovrebbe risultare ancora più esasperata dalla consapevolezza di chi a esercita, diventa il punto di forza della simpatia di Naylor, divenuto da anticristo spacciatore eroe mediatico che irride un’opposizione debole, poco convincente e, diciamolo pure, antiestetica. Perché Thank you for smoking resta pur sempre un film e non un documentario, e la controparte risente dei cliché affibbiati ai cattivi da commedia: sciocchi, vanesi ed oltre ogni misura brutti. 

Nella catarsi finale si ha la fastidiosa sensazione di essere ormai dentro allo schermo, nella parte dell’ennesimo ingenuo manipolato dal carismatico Naylor e dalle sue demagogiche argomentazioni. 

Aaron Eckart ritorna con questo film al cinico yuppie di Nella società degli uomini. Un film com questo gli vale il perdono per aver cavalcato (seppure solo in parte) l’onda cinematografico-catastrofista con The Core. Perfetto emblema di adorabile canaglia, Eckart si dimostra più che all’altezza del suo ruolo ed anche se la reazione più normale alle sue battute sarebbe quello di mollargli un ceffone, a metà strada si trsformerà in un buffetto in virtù della simpatia che esercitano le facce da schiaffi come la sua. 

Il film é praticamente incentrato su Eckart e gli altri attori non hanno molto spazio per esprimersi. Da notare solo la buona prestazione di Cameron Bright, il giovane attore già visto in Birth - Io sono Sean  e Godsend, che in quanto ad attori giovanissimi sicuramente é preferibile alla faccia da cane bastonato dell’odiatissimo (da me) Haley Joel Osment, il bambino de Il sesto senso.

Ora, chi odia Katie Holmes prosegua, chi la ama si vergogni e vada su un altro post.

E’ imbarazzante. Insopportabile. Scandalosa. Ha il malefico potere di trasformare in Dawson’s Creek ogni pellicola in cui compare, appena la vedi ti pare già di sentire in sottofondo “I don’t want to wait” e aleggiano le espressioni blese di James Van Der Beek e Joshua Jackson, al secolo Dawson e Pacey, o come li chiamiamo a Roma Dòson e Pizzi. Quando deve essere sensuale smorza ogni appetito, quando fa la cattiva sembra una bambina di quattro anni che non ti vuole ridare la caramella. Anche se raggiunge il fondo del barile in The Gift, dove gli fanno fare la sensuale/cattiva, questo pesce lesso con un principio di strabismo non smette mai di stupire. Ed anche qua ci mette del suo. Anche se il suo ruolo marginale non gli consente di sputtanare completamente i film, riesce a dare comunque la sgradevole sensazione che Naylor sia un pedofilo, caratterizzazione non prevista né richiesta. Vederla nell’ultima scena é un placebo per l’anima, resta solo la delusione che quella scena sia finzione e non realtà.

 

 

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Un bello SPLOTCH! per l’On. Gianfranco Fini

Che rumore fa una gaffe? Ero indeciso fra il “pffft”, il rumore della puzzetta traditrice e letale e lo “SPLOTCH!”, l’inconfondibile suono dell’escremento di cane pestato. Ho optato per la seconda, in ossequio al modo di dire non proprio francese di “pestare una merda” per simili occasioni.

Ora, in Italia pestare merde é qualcosa in più che un occasionale incidenza. E’ un’arte, una tradizione storica che ha i suoi maestri e soprattutto in politica raggiunge cime inarrivabili.

L’On. Gianfranco Fini non é mai stato un grandissimo gaffeur. In effetti, se consideriamo l’ultimo decennio di politica italiana, sarebbe davvero difficile trovare qualcuno che possa solamente avvicinarsi all’On. Silvio Berlusconi in questa disciplina, fatta eccezione per qualche occasionale dichiarazione del nutrito serraglio della Lega. Evidentemente l’On. Fini, a lungo assente dalla gloria della stampa, ci teneva particolarmente a salire sul palcoscenico.

Da “La Repubblica” di oggi, versione cartacea, p. 13:

“Non tutte le pagine del colonialismo sono negative. L’Europa ritengo sia stata un elemento di grande civilizzazione e se guardiamo a come sono ridotte oggi Etiopia, Somalia e Libia e a come stavano quando c’era l’Italia credo che ci sarà una rivalutazione del nostro ruolo in questi paesi.”

Fresca. A leggerlo non ci si crede. La dichiarazione sta lì, nero su bianco, come nero su bianco sta il termine “colonialismo”. Che, per chi non lo avesse ancora capito, include prima la guerra e poi a conquista della suddetta colonia. Ed era considerato già finito nel 1935, l’anno dell’invasione dell’Etiopia. Fini sembra non curarsene, e ricicla il tormentone “ha fatto delle cose buone” prendendolo in prestito dalla più vetusta e pretestuosa difesa del ventennio e di Mussolini. Giacché difendere l’operato del primo (il più grande statista del noevecento, come lo stesso Fini ebbe a definiro, lo ricordiamo) non é più visto di buon occhio, tanto vale utilizzare le stesse argomentazioni per smussare gli irsuti angoli del colonialismo italiano. Ci si chiede: perché? Perché un politico che era un tempo accorto come Fini fa una simile gaffe? La risposta la offre l’articolo stesso:

“I nostalgici tra il pubblico apprezzano”.

Ah, ecco. Già, i “nostalgici”. Questo gruppo di personaggi ormai completamente fuori dalla storia del paese, persone senza né capo né coda, cristallizzati nel ricordo del Ventennio e della Repubblica di Salò a causa di imietosa arteriosclerosi o vergognosa ignoranza. Gente a cui gli accorati siparietti di Alessandruccia Mussolini, “la donna del popolo”, strappano ancora una lacrimuccia. Quindi quest’anomalia storica, oltre a perseguire, quando ancora capace di un discorso compiuto, la mistificazione storica dei “bei tempi” sarebbe anche responsabile per una gaffe così vergognosa. Tant’é che Fini sente il dovere di chiarire subito, forse presagendo il feto sotto i suoi piedi:

“Non ho mai detto che le ex colonie italiane stavano meglio prima (eppure quello sembrava, nda). Ho solo detto che non tutto ciò che va sotto il nome di colonialismo é stato negativo. Alcune pagine possono essere state caratterizzate negativamente ma é altrettanto vero che molte delle infrastrutture di cui oggi c’é traccia, sono retaggio della presenza di paesi europei, e questo vale sicuramente per l’Italia.”

Questa tecnicamente si chiama “mezza smentita”. E le mezze smentite, come tutte le cose fatte a metà, non convincono molto. In quell’ “alcune pagine possono essere state caratterizzate negativamente”, per esempio, ci sono alcuni morti, i nostri e i loro, riassunti in maniera piuttosto fumosa. Il resto del discorso é l’eco della famosa argomentazione revisionista n. 23-bis “Il Duce ha bonificato le Paludi Pontine”, che da un po’ non si sente in giro.

Una domanda per l’On. Fini. Perché nell’ambito del centrodestra europeo frasi come le sue non si sono mai sentite? I francesi non compirono forse massacri in Algeria? Gi inglesi non fecero lo stesso in Africa? Perché Chirac, che pure dovrebbe appartenere ad uno schieramento riflettente la linea di pensiero e politica dell’On. Fini non s’é mai sognato di dire una cosa del genere?

Do la mia risposta. La destra francese non é esattamente come quella italiana. Se si escludono i crminiali che si aggregano al pupazzo che risponde al nome di Jean Marie Le Pen, la destra francese non deve confrontarsi con i “nostalgici”. O, almeno, sa nasconderli meglio, do atto ai nostri cugini d’oltralpe sono abbastanza bravi nel nascondere al resto dell’Europa le loro marachelle ed i loro peccatucci. Sta di fatto, però, che simili affermazioni non ci sono state, e dubito che ve ne saranno in futuro, anche se é sempre opportuno non fare troppo affidamenteo sull’umana decenza.

In Italia, invece, un partito come Alleanza Nazionale, che dà ancora ospitalità ad individui il cui unico rapporto con il concetto di democrazia é quello di vivere in un paese che ne ha fatto il proprio sistema politico, deve per forza di cose, di tanto in tanto, dare un piattino di minestra a qualche simpatico vecchietto che ha dimenticato a casa il suo Gerovital. E quindi eccoti il colonialismo e “le sue cose buone”, per dirla alla Fini.

Si dice comunemente che chi va con lo zoppo imparaza a zoppicare. Evidentemente “l’unto del signore” di cui s’era fregiato l’On. Berlusconi si é diffuso ai suoi alleati politici più vicini. Con i medesimi risultati.

 

 

 

 

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Monday, September 18, 2006

Colazione da Kendall

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continuiamo la rassegna dei fumetti, che pare abbiano incontrato almeno parzialmente il piacere dei pochi lettori. Mi ero prefisso, dopo i Boondocks e Doonesburry, di recensire un titolo italiano. Il cuore mi avrebbe portato a recensire Dylan Dog, il primo fumetto della Bonelli che abbia mai collezionato, ma mi rendo conto che avrei avuto ben poco da aggiungere a quanto scritto sul blog di un amico, http://genius-talent.splinder.com/. Ho scelto allora di recensire il fumetto che di questi giorni più attendo nelle edicole: Julia, le avventure di una crminologa.
Si tratta di una passione abbastanza recente, dovuta probabilmente alla dipendenza da C.S.I. e surrogati. Insomma, non mi sono perso una sola delle serie poliziesco/scientifiche degli ultimi anni, e in una situazione del genere era praticamente impossibile mancare il fumetto della Bonelli.
Le avventure di Julia Kendall, criminologa il cui aspetto è dichiaratamente ispirato ad Audrey Hepburn (e questo è già un ENORME punto a favore del fumetto, almeno per me) si svolgono in una metropoli americana “standard” che prende il nome di Garden City che contiene tutte le tematiche ed i problemi sociali dell’America contemporanea, dai conflitti razziali agli attacchi teroristici. Ogni caso recente (ma anche storico) che abbia interessato l’America trova prima o poi la sua eco nel fumetto.
Una simile presentazione farebbe pensare che siamo davanti all’ennesima riedizione di un fumetto alla Nick Rider studiato però per le donne. L’impressione che ne ho ricavato io e che non vi può essere affermazione più inesatta di questa.

Julia si distacca dal concetto di action-comic, in quanto la giovane criminologa, che pure in alcuni casi viene costretta a menar le mani (anche se in genere l’ingrato compito viene lasciato agli occasionali comprimari uomini), è fondamentalmente una psicologa, che cerca principalmente di capire il perché delle azioni del criminale, partendo da questo dato per arrivare poi all’identificazione del criminale stesso.
Dovendo essere il punto di forza del fumetto l’analisi psicologica (anche se ci sono diversi albi in cui quest’elemento non compare), spesso le riflessioni prendono il via da un elemento narrativamente banale: il sogno premonitore o la visione. Queste sequenze spesso offrono allo sceneggiatore la possibilità di inserire elementi cruenti (ma sempre in maniera molto soft, per chi è abituato ai primi Dylan Dog) o di “spezzare” la narrazione con una sequenza imprevista. Di solito infatti i sogni premonitori di Julia nelle prime due o tre strisce non vengono riconosciuti come tali e traggono in inganno fino a che l’elemento anomalo non chiarisce al lettore che Julia sta sognando. In un fumetto del genere, che non è eminentemente d’azione, una simile soluzione può essere giustificata. E così ho fatto finché non ho avuto la possibilità di leggere i primi tre albi pubblicati, due di quali portano il tratto inconfondibile e da me amatissimo di Corrado Roi.
La sceneggiatura di questi albi è molto più vicina all’hard-boiled che al giallo e, quindi, molto più vicina alla realtà contemporanea in cui dovrebbe muoversi Julia. Complice sicuramente il suddetto tratto di Roi, complice la presenza nei primi albi del personaggio di Myrna Harrod, che è per Julia quello che è Xabaras per Dylan Dog, mi sono (amaramente) reso conto che come al solito l’idea dello sceneggiatore finisce a fare a pugni con la religione del dio denaro. Gli ultimi numeri di Julia, benché ancora capaci di appassionarmi, hanno la caratteristiche del “sangue annacquato”. C’è il criminale, c’è il brutale omicidio(i), ma viene a mancare quella crudezzza nella sua descrizione, che poi secondo il mio modesto parere è l’elemento più vicino alla realtà. Non è difficile immaginare che alla base di questa scelta ci sia la ricerca di un mercato più ampio, in particolare verso i lettori più impressionabili.

Un’altra caratteristica che inizialmente non sopportavo ma che, con il tempo, ho imparato ad apprezzare, è l’elemento telenovela. A tutti i casi e gli omicidi su cui Julia indaga corrispondo anche diversi spaccati della sua vita domestica, incentrati sulle sue indecisioni sentimentali e sui suoi continui ripensamenti sui vari pretendenti che una giovane che assomiglia alla Hepburn è normale abbia. Anche se la vita sentimentale di Julia è sempre quella da fumetto dove tutti gli uomini che la approcciano sembrano usciti da Vogue (e spesso anche i criminali sembrano provenire da lì), ci si affeziona abbastanza facilmente a questi stralci di vita quotidiana, alla gatta Toni o alla governante-generalessa di colore Emily che storpia le parole.
Non so se è un dato connaturato al non essere più un ragazzino ( si dice che la passione per le telenovelas sia più facile a presentarsi da adulti), ma anch’io mi sono affezionato alle costanti indecisioni di Julia (che poi nella realtà farebbero bestemmiare comunque) ed a tutti i suoi siparietti quotidiani.
Traspare, a volte, quella fastidiosa impressione che la polizia, i detective, i “buoni” per intenderci, siano una combriccola di mattacchioni che portano la pistola solo perché il loro ruolo glielo impone, che capiscono subito se un criminale non lo è del tutto e non gli sparano et similia.
Ma è pur sempre un fumetto, e anche se io apprezzo il realismo in storie che di “soprannaturale” non hanno nulla, qualche piccola licenza la si può anche concedere.
Se il fumetto riprendesse lo stile più pulp dei primi albi senza perdere nessuna delle altre caratteristiche (includendo qui anche il fattore “telenovela”) la mia opinione è che migliorerebbe di certo. La crudezza del crimine non stona con i sentimentalismi di una single trentenne, entrambe le cose possono sussistere e convivere all’interno di un fumetto che potrebbe essere un’altalena fra il dramma e la farsa. Entrambe godibili.

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