Thursday, August 24, 2006

Mario Placanica chiede un risarcimento alla famiglia di Carlo Giuliani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GENOVA - Mario Placanica, l’ex carabiniere accusato e poi prosciolto per la morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, intende chiedere un risarcimento alla famiglia del ragazzo ucciso a Piazza Alimonda: vuole i danni per il suo mancato reintegro nell’Arma e per non aver più trovato un impiego. (da Repubblica.it)
 

 

Non so fino a quando si dovrà tornare su quei giorni maledetti. Per quanto si cerchi di chiuderla da più parte, spesso con le grottesche teorie da TG 4 che riemergono per offendere l’intelligenza di quei cittadini che ancora ne hanno una, ho la netta sensazione che la morte di Carlo Giuliani sarà un groppo che ci porteremo in gola per anni.

Ora, a rendere ancora più amara la vicenda, subentra la richiesta di Placanica riportata poco più su.

Voglio essere chiaro su un punto. Carlo Giuliani è morto ucciso dal proiettile sparato dall’arma di Placanica ma, sin dal primo momento, non ho mai pensato che questo avrebbe mai potuto fare di Mario Placanica un assassino, come è stato più volte appellato. Allo stesso modo mi sono sempre scontrato con chi propugnava teorie faziose dei fatti, che vedevano le responsabilità accentrate sul giovane carabiniere reo di aver ucciso a sangue freddo un dimostrante. Ecco, io non ritengo che il vedersi bersagliato da un estintore rappresenti una situazione in cui si uccide “a sangue freddo”.

Carlo Giuliani ha pagato sicuramente il prezzo più alto in quel giorno, è stato una vittima, sotto gli occhi di tutti. Ma anche Placanica è stato una vittima.

Per quanto possa essere difficile da accettare, entrambi sono stati vittime di una situazione che andava evitava a priori.

La cronaca di quei giorni è piuttosto confusa. All’epoca ricordo che si ebbe la sensazione che si fosse creata una situazione ad hoc, in cui la contrapposizione della polizia con i manifestanti fu, almeno nel giorno in cui morì Giuliani, favorita. L’obbiettivo che si voleva allora raggiungere era quello di dare un’immagine unica della protesta, quella violenta. E ci si riuscì, al costo di una vita perduta e di un’altra indelebilmente segnata.

Dalla morte di Giuliani la situazione sfuggì completamente di mano, fino a quella miserabile azione che fu l’aggressione ai dimostranti che pernottavano nella Diaz.

 

Vediamo qual’è stata la sorte di Placanica, dopo quegli eventi.

L’Arma, dopo un primo momento in cui gli ha fatto muro intorno, ha cercato di utilizzarlo come parafulmine della tempesta che si creò subito dopo il G8, lo ha difeso utilizzando però il suo ruolo “attivo” (il proiettile sparato) per evitare che l’attenzione fosse concentrata sulle manchevolezze del comando dell’Arma ed infine, nella primavera scorsa, lo scarica perché considerato “permanentemente non idoneo al servizio militare in modo assoluto”.

Non è azzardato pensare che il siluramento di Placanica sia una netta presa di distanza in previsione di eventuali mutamenti per quanto riguarda l’andamento del processo. Resta però il fatto che la sua carriera nell’Arma è finita lì.

 

Adesso riflettiamo su un altro dato.

Quanti anni aveva all’epoca degli eventi Mario Placanica? Poco più di 20, più o meno quanti ne aveva Giuliani. Un ragazzo insomma, a cui di certo non si può attribuire una vastissima esperienza, vista la giovane età? Perché allora si è scelto di inviare un giovane non espertissimo (e come lui ce ne saranno stati di sicuro altri) in una situazione che già era noto sarebbe stata quantomeno difficile?

La riflessione porta ad una considerazione: la responsabilità di ciò che è accaduto non tocca tanto Placanica, che ha perso la testa in una situazione di tensione a cui poteva, per le ragioni di cui sopra, non essere pronto, ma a chi ha stabilito che lui, insieme ad altri che come lui non erano dei “veterani” fosse schierato a Genova.

Questo è stato cercato di far passare sotto silenzio, prima con teorie fantascientifiche di sassi in volo che deviano proiettili sparati verso l’alto, poi scaricando quello che ormai per la maggior parte delle persone è l’uomo che assassinato Carlo Giuliani.

 

La richiesta avanzata da Placanica nei confronti della famiglia Giuliani, già gravata dal lutto del figlio, aggiunge l’ennesimo tocco di grottesco ad una vicenda che già ne ha visto abbastanza.

Placanica richiedesse il risarcimento ai veri responsabili di ciò che é successo, e non alla famiglia di chi, come lui, é stato una vittima di quell’episodio sciagurato.

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Tuesday, August 22, 2006

Vampirismo moderno, “Io sono leggenda”

Ho finito da pochi giorni questo breve romanzo, che mi ha piacevolmente sorpreso. Conoscerlo, lo conoscevo da tempo, anche se non avevo mai visto l’omonimo film con Charlton Heston la celebre frase “Io sono leggenda”, sintesi efficacissima del romanzo, mi era già nota.

Partiamo da un’affermazione di Stephen King riportata su testo. Il Re del Brivido afferma che fra tutte le sue letture l’autore di “Io sono leggenda”, Richard Matheson, é quello che più lo ha ispirato nei suoi numerosi romanzi.

Le parole di King mi hanno fatto riflettere innanzitutto sull’aspetto stilistico: sia la prosa di King che quella di Matheson, infatti, sono accomunate dall’essere molto scorrevoli, capaci di proiettare sullo schermo dell’immaginazione ciò che si sta leggendo. King poi svilupperà questa caratteristica improntandoci in genere la base della sua narrazione, mentre Matheson alterna momenti di azione a momenti di introspezione che sono comunque sempre filtrati attraverso la descrizione di cosa il protagonista sta facendo in quel momento.

L’influenza di Matheson su King può anche essere estesa ad alcuni dati narrativi. Robert Neville, l’eroe del romanzo di Matheson, nella sua lotta contro i vampiri ricorda il personaggio di Ben Mears ne Le notti di Salem, mentre una certa accuratezza nella descrizione dei particolari degli interni domestici e delle contromisura prese da Neville per trasformare la propria casa in un fortino la si trova poi in tutta l’opera narrativa del Re di Bangor. Ci sarebbe anche il dato dell’alcoolismo, che tuttavia é più da intendersi come elemento autobiografico di King stesso.

 

Il romanzo di Matheson prende le mosse da uno dei classici terrori del secondo dopoguerra, la guerra atomica. In un’America disastrata da un conflitto non meglio specificato, Robert Neville affronta quotidianamente la sua guerra contro esseri umani mutati in vampiri sanguinari. Matheson prende in prestito tutte le storiche caratterizzazioni del vampiro ed i suoi punti deboli (aglio, luce, croce cristiana) e li contestualizza in un mondo moderno. Allo scenario dei vetusti castelli della Transilvania che ci hanno consegnato l’immagine più romantica del vampiro l’autore contrappone una città semidistrutta, in cui l’aspetto fascinoso e dandy del vampiro (che per chi avrà letto Dracula di Stoker sa bene si deve più all’ottima trasposizione cinematografica di Coppola che al romanzo) viene completamente sacrificato a quello brutale e ferino.

In questo scenario, in cui sin dall’inizio trapela in più di un punto l’inutilità dell’agguerrita resistenza di Neville, gli eventi si susseguono nella contrapposizione dell’uomo contro il mostro, fino al completo ed inevitabile stravolgimento della stessa.

Il protagonista si fa forte della sua umanità, contrapponendo il pensiero logico all’istinto animale, dedicandosi alla sopravvivenza ma anche all’indagine scientifica sul nemico, sulle sue origini e sui suoi punti deboli.

Proprio in questo aspetto si cela a mio parere il contributo più innovativo di Matheson alla figura del vampiro.

Partendo dalla maoltiplicazione del nemico, che non é più il malvagio reietto solitario ma il branco, il vampiro non é più carnefice, ma assurge al ruolo di vittima della follia dell’uomo (la catastrofe nucleare). Nel momento in cui i vampiri che assediano la casa-fortino di Neville vengono descritti, si ha la netta sensazione che non vi sia alcuna volontà crudele in loro che non sia il puro e semplice istinto che li porta irresistibilmente verso l’unico essere umano rimasto. Ciò che ne risulta é che la fredda logica di Neville, che con il passare della notte da preda diviene cacciatore, rappresenti un tale vantaggio nei confronti dei suoi nemici al punto da rendere loro la parte più debole nella contrapposizione.

Persa la propria unicità, il vampiro può essere sacrificato alla scienza ed alla psicologia, sezionato come un cadavere di un’epoca trascorsa; “Io sono leggenda” viene dunque ad essere non solo il tramonto del singolo uomo che combatte una guerra insensata contro una moltitudine, ma anche il tramonto del mito, privato delle sue caratteristiche ancestrali e ridotto ad una creatura pietosa, ascrivibile anch’essa fra i prodotti dell’uomo.

Da qui la duplicità del titolo. Non é solo l’uomo la leggenda, ma anche il vampiro come ci é stato consegnato dalla tradizione letteraria.

Ritengo non sia il caso di spingermi oltre nella trama perché ritengo non sarebbe giusto nei confronti di chi non ha letto il libro, che riserva comunque più di una sorpresa al lettore.

 

Attualmente il volume é stato riedito dalla Fanucci e costa 12 euro e 50. Ben spesi, se vi piace il genere.

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Thursday, August 17, 2006

The Boondocks, “Dick Cheney reminds me of Skeletor”

 

 

 

 

 

 

 

 

And so in conclusion, I pray that you do reconsider, and give peace a chane.
Sincerely, Huey Freeman P.S. – Dick Cheney reminds me of Skeletor.
 

 

A scrivere queste parole é il protagonista di The Boondocks, fumetto contemporaneo del trentenne nero Aaron Mc Gruder.

Huey, ragazzino nero dell’età di dieci anni, che deve il nome a Huey P. Newton, fondatore del Black Panther Party nel 1966, é sicuramente il bambino più politicizzato, radicale e incazzato che sia mai comparso sulla scena del fumetto. Persino Mafalda la contestatrice impallidirebbe di fronte alla prese di posizione di questo integralista nero con acconciatura afro.

La lettera di cui sopra é uno dei rari momenti in cui Huey tempera il proprio furore e fa uno sforzo nello scrivere una lettera pacata e civile, senza però essere in grado di rinunciare all’ultimo esilarante (e reale!) post scriptum nel quale il vicepresidente Cheney viene paragonato all’immortale malvagio dei Masters of the Universe.

 

Il fumetto trae origine dal trasferimento dei fratelli Huey e Riley Freeman insieme al nonno Robert Freeman da Chicago a Woodcrest, piccolo borgo medio borghese che consiste in una serie di villette a schiera immerse nel verde, una scuola elementare che porta il nome di Edgar Hoover ed una toponomastica stradale che va da Via del Ruscello Gorgogliante a Via del Capriolo Timido.

La contrapposizione é inevitabile, giacché né Huey né Riley rinnegano le loro origini metropolitane e affrontano il trasloco come una deportazione. In una delle prima strisce del fumetto sarà proprio Huey a dire a Riley “Siamo pellegrini in una terra dimenticata da Dio”, che ha però sin da subito il valore non tanto di una resa alla realtà delle cose, quanto di una dichiarazione di guerra al mondo.

Perché né Huey né tantomento Riley intendono modificare il loro modo di intendere la vita e di rapportarsi agli altri e i termine “pacifica convivenza” é qualcosa che non fa parte del loro vocabolario.

 

Dallo scontro fra la cultura metropolitana di Chicago e la tranquilla vita di Woodcrest Mc Gruder sviluppa la propria opera, privilegiando i bambini come personaggi centrali della striscia.

Una simile impostazione a mio parere richiama decisamente i Peanuts di Schulz, come testimoniano anche alcune strisce ricorrenti, che riprendono elementi chiave delle strisce di Charlie Brown, come l’interno la poltrona sulla quale Huey o Riley scompaiono parzialmente nell’osservazione delle televisione o l’esterno con il muretto che lascia intravedere solo la testa del personaggio e che é sempre utilizzato nelle strisce con almeno due personaggi che parlano.

La stessa tendenza a discutere di argomenti “maturi” dà l’impressione che le discussioni fra Charlie Brown e Linus abbiano avuto una certa influenza nella generazione delle strisce. Tuttavia, le similitudini finiscono qui.

Se infatti nei Peanuts il mondo degli adulti e tutti gli argomenti ad esso correlati (politica, storia, economia) passano sempre attraverso il filtro dell’infanzia e restano visti con gli occhi dei bambini (mi sembra non accada mai o sia estremamente raro che nei Peanuts, fatta eccezione per i personaggi storici, compaia il nome di un politico o di un personaggio noto contemporaneo) nei Boondocks si fanno nomi e cognomi e l’infanzia é solo un dato grafico connaturato all’eveidente giovinezza dei protagonisti.

Se Schulz si qualifica dunque come un poeta dell’infanzia, il cui impegno massimo é quello di evitare che le atrocità del mondo contemporaneo incidano troppo violentemente sull’infanzia, Mc Gruder non si fa alcun problema nel rendere partecipi Huey e compagnia dell’11 settembre, della guerra in Iraq o dell’uragano Katrina. Ed ognuno di questi eventi é l’ennesimo tassello che si aggiunge alla rabbia di Huey, alla sua espressione eternamente accigliata ed alla sua inesauribile necessità di affrontare a testa bassa tutto ciò che lo circonda.

 

La derivanza del nome di Huey Freeman da quello di Huey P. Newton non é solamente un dato nominale, ma anche una dichiarazione politica. Le idee di Huey rispecchiano fedelmente quelle del leade delle Black Panthers, una connivenza di idee che Mc Gruder non si dispensa dall’utilizzare per fare dell’ironia sul protagonista del fumetto. Huey percorre il vicinato con una mazza da baseball che é due volte più alta di lui, perseguita telefonicamente CIA, FBI e Casa Bianca (che sembrano conoscerlo benissimo e gli danno del tu), é oltremodo diffidente nei confronti dei bianchi e violentemente sarcastico e polemico nei confronti dei neri che cercano di integrarsi.

Dall’altra parte, Riley Freeman, più giovane di di due anni del fratello, non ha alcun punto fermo nella sua vita che non sia il rap e la formula del “keep it gangsta”, alla quale si ispira.

Completamente scevro di politica, Riley considera il fratello maggiore uno sfigato, confonde Rodney King (il nero pestato dalla polizia nel 1992 a Los Angeles il cui filmato scatenò una rivolta) con Martin Luther King, passa ore e ore a guardare i video di MTV e non ha altra ambizione che fare soldi e diventare un criminale.

A popolare il resto dell’universo di Boondocks troviamo poi una serie di personaggi che contribuiscono sia a ricordare a Huey e Riley che sono sempre due ragazzini sia a portare un punto di vista differente su diversi argomenti.

Alcuni di essi costituiscono un modello di categoria, come ad esempio la piccola Jazmine Du Bois, di padre nero e madre bianca, che cerca di costruirsi una propria identità razziale spesso in conflitto con Huey, o il padre di Jazimne, Thomas Du Bois, membro della National Association for the Advancemente of Coloured People (NAACP) ed avvocato, rappresentante dell’integrazione e per questo spesso oggetto delle sferzanti battute di Huey.

Spesso é lo stesso Mc Gruder a frenare Huey. Nonostante l’autore sia un fermo oppositore di Bush (é il caso di citare in questo casa la definizione da lui data di Condoleeza Rice come “crminale di guerra” o l’invito a pranzo a Cuba ricevuto da parte di Fidel Castro, eventi sui cui Mc Gruder ha detto di voler scrivere prima o poi un libro), non mancano le occasioni in cui é Huey stesso che viene ridicolizzato da Mc Gruder, che utilizza l’ironia anche nei confronti del radicalismo nero, ben conscio che i messaggi dei suoi leader storici si susseguono nelle parole di un accigliato bambino di dieci anni.

The Boondocks si presenta dunque come una sorta di fusione fra i bambini di Schulz e i protagonisti di Doonesbury (Trudeau viene spesso ricordato da Mc Gruder) incentrata sui neri americani ma anche (e soprattutto) sui luoghi comuni che da anni vengono affibbiati ai neri, senza mai perdere di vista l’attualità e la politica americana. 

In Italia The Boondocks viene pubblicato regolarmente su Linus (anche se per quanto ne so Mc Gruder ha temporaneamente sospeso di disegnare il fumetto) e sono anche state pubblicate due raccolte, Il diritto di essere contro e Pubblic Enemy N° 2, entrambe pubblicate dall’Arcana editrice.

In America é stata anche realizzata una serie TV, i cui trailer possono essere visti sul sito http://www.theboondockstv.com.

 

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