Wednesday, June 21, 2006

American Dreamz, parodia di un presidente

Partiamo, per onestà e correttezza, da un dato di fatto.

Il mio giudizio sul film rischia di essere pilotato dalla mia idiosincrasia per Hugh Grant. Non lo tollero, non mi piace come recita ed anche se qualche buon anima gli ha asportato (direi chirurgicamente) la scopa in culo che dall’inizio della carriera l’affliggeva, il bamboccio inglese con l’ego che se le porta appresso non lo posso vedere.

I suoi ultimi ruoli cinematografici (almeno About a boy ed il deludente sequel Che pasticcio Bridget Jones) lo hanno visto cristallizzarsi nel ruolo dell’adorabile canaglia, e forse proprio per questo la scelta del regista Paul Weitz è ricaduta su Grant per il ruolo di uno showman viscido e la cui umanità è pari a quella dell’orca assassina.

Il film di Weitz immagina un format televisivo che ricerca dei fenomeni da baraccone per farne delle star in una progressiva serie di eliminatorie (vi dice niente?). Alle vicissitudini dei due dei concorrenti allo show (un arabo terrorista in incognito ed una ragazzotta di un piccolo centro americano) si unisce la vicenda del presidente degli Stati Uniti (Dennis Quaid) che nel tentativo di migliorare la propria popolarità partecipa al programma come giudice.

Il film, la cui idea di base è buona, resta secondo me troppo chiuso nell’ambito della parodia, che pure è qualitativamente alta soprattutto grazie al duetto Quaid – DaFoe, una esilarante trasposizione sullo schermo di George Bush e della sua eminenza grigia Dick Cheney.

E’ normale pensare che Weitz, regista di American Pie e About a boy abbia voluto volontariamente permanere nel genere parodistico, anche quando i temi toccati (la situazione mediorientale, i terroristi islamici “dormienti” in America) sembrano andare in un’altra direzione.

Per alcuni versi il modello di comicità della pellicola mi ha ricordato La seconda guerra civile americana, ma dove nel film di Joe Dante il cinismo del personaggio di James Coburn svolgeva, oltre alla funzione comica, la funzione di portare lo spettatore alla riflessione, nel film di Weitz il tutto si risolve in alcune gag che di per sé sono anche godibili, ma tutto sommato abbastanza comuni. La parodia, insomma, non sconfina nella critica e nella denuncia, ma resta tale fino all’ultima scena, strappando solo qualche risata in più.

  

Con decisamente qualche chilo di troppo (particolare che non ho mancato di notare con maligna soddisfazione, probabilmente dettato da esigenze di regia) Hugh Grant in sostanza non fa che ripetere un personaggio già visto in altri film, con il valore aggiunto della trippa che rende l’insieme ancora più spregevole. Gli riesce bene (questo gli si può concedere), ma nulla che non sia stato già visto.

 

La nota di merito va a Dennis Quaid e a Willem DaFoe, in particolare alla mimica del primo, che riproduce quasi alla perfezione l’espressione assente dell’attuale presidente degli Stati Uniti e né dà l’immagine di un bambinone che non capisce bene quello che succede ed ha bisogno della balia-Cheney per evitare che il mondo intero se ne accorga. Peccato, appunto, che la parodia smussi questo aspetto al livello di semplice scherzo.

 

Da segnalare anche la performance dell’esordiente Sam Golzar, che pur aiutato dal ruolo che interpreta (un terrorista impacciato e maldestro con la passione dei musical che canta Sinatra) con la sua espressione quasi fanciullesca predispone già lo spettatore alla risata ed a parteggiare per lui.

 Nel complesso, una commedia divertente con diversi buoni spunti, peccato non siano stati sviluppati.

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Thursday, June 15, 2006

Il mio incubo peggiore - Racconto

La più comune classificazione degli incubi li identifica come immagini delle nostre paure più o meno inconsce. Come qualcosa di estremamente personale, essi traggono origine dalla nostra diretta esperienza di vita, spesso richiamando ricordi sopiti ma mai completamente dimenticati. La maggior parte delle persone, credo, impara a convivere con il proprio incubo riconducendolo alla sua matrice, fornendogli così una base, se così si può dire, logica. Ad esempio, credo che negli incubi di un agorafobico ricorrano grandi spazi aperti. Ma per quanto riguarda i fobici l’identificazione dell’incubo è più facile ed immediata, in quanto il più delle volte è riconducibile alla fobia di cui soffrono.

Io non sono un fobico, o forse non l’ho ancora scoperto, e di certo mi manca la capacità di autoanalisi che mi permetterebbe di comprendere l’essenza dell’incubo che da anni mi porto dietro. Mi assale a periodi più o meno lunghi, di solito per qualche settimana, poi può passare anche un anno senza che si ripresenti, anche se io non lo dimentico e mi ritrovo spesso a pensarci. Semplicemente, nel mio incubo io sogno di svegliarmi.

In genere in questo tipo di sogni il mondo ci appare leggermente modificato, alle volte in maniera evidente, ma è una differenza che, ovviamente, nel sogno non siamo in grado di notare. C’è una donna, ad esempio, che nel sogno è nostra madre, ma il suo aspetto è completamente diverso da quello della nostra vera madre. Il modo in cui si comporta, la sua voce, le cose che dice sono le stesse, ma il suo aspetto cambia, ed è una differenza che realizziamo solo al risveglio.

Nel mio caso è diverso. La raffigurazione della mia stanza, della mia casa ed occasionalmente dei miei genitori è perfettamente identica a quella della realtà. Nessuna differenza, un inganno completo. Svolgo le mie mansioni quotidiane convinto di essere sveglio, faccio colazione, prendo il caffè e vado in bagno. E’ nel momento in cui guardo la mia immagine nello specchio che realizzo. Non so perché, ma la mia immagine riflessa porta con sé la consapevolezza del sogno, che per il suo realismo viene ad essere un’illusione di vita. Subito dopo la realizzazione che in quel momento io non sono in bagno ma sto dormendo e che quindi tutta quella parte della mia giornata non è mai esistita, comincio a precipitare. Tanto è reale il sogno che è come se mi sentissi morire, fino a che non mi risveglio di colpo, con quell’urlo lanciato nella caduta che mi riecheggia nelle orecchie.

Ieri notte è successo di nuovo, dopo un lungo periodo in cui mi ha lasciato in pace. E’ sbucato fuori dall’anfratto nel quale se ne stava acquattato e mi ha assalito, ingannandomi come al solito. E’ con una certa tensione che mi accingo a prendere sonno.so che probabilmente attaccherà di nuovo. Ma non posso evitare di dormire. In qualche modo, il suo ritorno mi concede ancora una volta la possibilità di sfidarlo, di carpire il suo segreto. Chiudo gli occhi. Mi addormento.


 

Rumore. La porta di casa si chiude sbattendo. Apro gli occhi. E’ mattina. Un rapido sguardo alla radiosveglia mi rassicura sul fatto che ho ancora una decina di minuti per starmene a letto prima di alzarmi. Sollievo. Stanotte mia ha risparmiato. Mi stiro e sbadiglio.

Accade in quel momento.

Non so come.

Non so perché.

Per la prima volta ne ho coscienza.

E’ come se vedessi oltre.

Senza una reale motivazione.

Ne sono certo.

Sto sognando.

Non sono qui.

Sono nel mio letto.

Sto dormendo.

STO SOGNANDO E ME NE RENDO CONTO.

Lentamente, un pensiero si fa strada nella mia testa, nella testa del sognatore. Un pensiero che non dovrebbe esserci.

E’ la mia occasione. Non ce ne sarà un’altra. Posso fregarlo. Posso liberarmi di lui.

Posso liberarmi del mio incubo.

Lo sconfiggerò. Sono avvantaggiato, so che sto sognando.

Mi alzo lentamente.

Mentre mi avvio verso la cucina, è come se l’incubo assumesse una sua forma, non fisica, ma presente. Mi muovo al suo interno e lui mi circonda, ma è come se riuscissi a vederlo nella sfocatura di un’immagine, in un suono, in un pensiero. Sono dentro di lui.

Faccio colazione lentamente guardando fuori dalla finestra, dilungandomi più del solito e cercando di pensare il meno possibile al momento in cui affonderò il mio colpo. Ho già deciso quando questo avverrà.

I sapori sono tutti lì, a dare vita all’inganno, così come lo sono gli odori ed i suoni. Il tatto avverte il tiepido contatto con la tazzina del caffè fumante. Andare avanti. Non fermarsi.

Il bagno. Ora sono pronto, non mi resta che affrontare il mostro nella sua tana. Me lo immagino raggomitolato dall’altra parte dello specchio, i muscoli tesi in attesa di scattare. Bene. Non attendo altro. Entro in bagno con lo sguardo chino, senza soffermarmi sullo specchio. Gli occhi percorrono lentamente la maiolica, raggiungono la base del lavandino e seguono la sua curva fino ad arrivare al rubinetto. Poco sopra troverò lo specchio. Nella mia mente inizia un conto alla rovescia.

 

3…

 

Sto arrivando, stronzo, sto arrivando…

 

2…

 

Vediamo chi la spunta, eh?

 

1…

 

Vediamo se avrai il coraggio di ripresentarti…

 

Alzo lo sguardo. Ancora prima che mi renda conto di osservare la mia immagine, urlo:

“TI HO FREGATO, STRONZO!!! LO SO CHE CI SEI E SO DI SOGNARE!!! TI HO FREGATO!!!”

 

Puntualmente inizio a precipitare. Ma ad accompagnare la mia caduta non c’è un urlo di terrore, ma una risata di vittoria.

 

____________

  

E ridendo mi sono svegliato! Ridevo, ero felice, ce l’avevo fatta. L’avevo sfidato nel suo stesso campo di battaglia e l’avevo sconfitto. Aveva fallito nel suo intento, nell’intento di ogni incubo, che è quello di terrorizzarci. Aveva fallito miseramente.

Mi sono alzato quasi saltando fuori dal letto, sono andato in soggiorno ed ho messo su della musica. Ho aperto le finestre, lasciando che il sole entrasse ed ho apparecchiato sul tavolo davanti alla finestra. Nulla era cambiato nella mia vita, eppure mi sentivo come se avessi compiuto qualcosa di grande. Sapevo che era l’ultima volta che avrei avuto quell’incubo.  Sfidandolo e prendendolo di sorpresa me ne ero liberato. Non avrei mai saputo cosa significava, perché aveva preso di mira me, ma non aveva alcuna importanza. Contava solo l’essermene liberato.

Mi venne voglia di uscire. Quella mattina me ne sarei andato in giro per il quartiere. Una doccia e via, forza e coraggio!

Finita la colazione me ne andai in bagno assaporando già la sensazione dell’acqua calda sulla pelle. La mia immagine allo specchio rifletteva il mio sorr…

 Allora chi è lo stronzo?

 

La realtà delle cose, anzi, l’irrealtà in un unico, terrificante attimo. Sono caduto urlando.

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Friday, June 9, 2006

Da carta e china a carne e ossa

Da piccolo, ogni volta che mio padre capitava nella mia stanza, il bersaglio preferito dei suoi strali erano i “giornaletti”. Un termine ormai desueto, che compare principalmente nelle invettive dei nostri genitori mentre nessuno di noi si sognerebbe mai di utilizzarlo. Nonostante l’avessi già allora beccato più volte a leggiucchiarsi di nascosto qualche Dylan Dog, non rinunciava alle sue filippiche.

Finché non c’è stato da sistemare la soffitta. Me lo ricordo ancora, scostammo una pila di scatole di cartone e in una scansia semisepolta comparve una belle fila di pubblicazioni colorate, chiaramente dei fumetti.

“E questi cosa sono?” chiesi allora in tono di sfida.

“Quelli sono i miei fumetti” mi rispose lui per nulla colpito dall’aver utilizzato il termine che fino a quel momento aveva sempre rifiutato.

“I tuoi giornaletti” commentai io che a quattordici anni elargivo già sarcasmo e polemica al mondo oltre il limite consentito.

Il borbottio di risposta alla provocazione chiuse la discussione.

Avevo messo le mani sui vecchi Linus e Alter Linus di mio padre, roba degli anni ’70, tavole di Moebius e strisce di Reiser, oltre ovviamente ai Peanuts che già adoravo. Ma soprattutto, scoprii Doonesbury di Garry Trudeau.

 

Non fu un amore improvviso. All’epoca ne capivo davvero poco di politica italiana, ancora meno di politica e società americana, e la maggior parte delle battute dei personaggi mi erano oscure. Mi divertivano le liti fra Mark Slackmeyer, il giovane rivoluzionario, e il padre o gli assurdi processi logici di Zonker Harris (che allora per me fumava sigarette ^^”).

 

Cominciai a capirlo maggiormente e a divertirmi seriamente fra l’ultimo anno di Liceo ed il primo di Università, grazie ad una migliore conoscenza della storia ma soprattutto dell’attualità. E da allora, è diventato il mio fumetto americano preferito, sempre rispettosamente dietro ai Peanuts che restano intoccabili.

 

Che genere di fumetto è Doonesbury? Doonesbury è America in pillole, raccontata attraverso un gruppo di personaggi il cui pregio principale è quello di non essere cristallizzati in un preciso momento della loro vita, come l’eternamente bambino Charlie Brown, ma di crescere e di vivere sempre il presente del lettore. C’è da dire che per un fumetto che si pone l’obiettivo di criticare la società americana dal di dentro, questa era l’unica soluzione possibile. A turno ogni presidente da Nixon in poi si è beccato gli strali di Trudeau, inserendo i presidenti direttamente all’interno delle strisce e sfruttando un cast di personaggi eterogeneo per creare dei veri e propri incontri fra presidente e personaggio.

Ovviamente, la satira non si limita alla più alta carica dello stato ma investe tutto il “jet-set” americano in maniera spietata, da Sinatra a Trump, dai membri dell’esercito ai membri del parlamento.

 

Il ruolo dei personaggi in Doonesbury è fondamentale, giacché ognuno di loro ha sia un ruolo nella striscia che un ruolo in quest’accurata ricostruzione della società americana, e proprio tramite il ruolo diventa portavoce di realtà e problematiche attuale. Si va, in questo caso, dall’outing di uno dei protagonisti più amati della striscia alla gestione della vita di coppia con il suo compagno. Tematiche attuali insomma, che spesso prendono spunto dalle notizie di cronaca. In particolare al ruolo di commento e critica assurgono le cossidette strisce del “giornale”, contraddistinte da uno sfondo bianco sul quale uno dei personaggi legge un articolo e l’altro lo commenta, chiosando generalmente con una sferzante battuta sul protagonista della cronaca di turno.

 

Il risultato è che in molti casi il limite fra fumetto e realtà viene a confondersi, ed il primo inizia a manifestarsi preponderantemente nella seconda, spesso attraverso la parodia (la candidatura di un personaggio del fumetto, l’amabile carogna Al Duke, alle presidenziali del 2000 fu sostenuta da una vera e propria campagna elettorale on line con tanto di sito ufficiale e sponsor) ma ancora più spesso oltre, in quanto molte delle critiche di Trudeau sono hanno in passato anticipato o portato alla luce scandali o notizie di una certa entità.

 

Solo una cosa ci rattrista, in questo favoloso affresco dell’America che da anni viene pubblicato. Che i personaggi, proprio perché vivono nel mondo di oggi, non sono immortali. Con la possibile eccezione del già citato Duke, la cui morte è stata data per certa svariate volte (tanto da spingere l’ex traduttore del fumetto, un tale Enzo Baldoni che dovreste ricordare abbastanza bene, a scriverne il necrologio regolarmente pubblicato su Linus), altri personaggi ci hanno già lasciato, e molto probabilmente altri ci lasceranno, come il loro autore.

Io lo interpreto come il necessario prezzo da pagare per un fumetto che, non mi stancherò mai di ripetere, è sempre più somigliante ad una soap-opera di contenuto intellettuale dove il ricambio dei personaggi non è imposto dalla necessità del rinnovarsi, ma dalla consapevolezza del passare del tempo e dell’adeguarsi dei protagonisti del fumetto ad esso.

 

Proprio come delle persone in carne e ossa.

   

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Thursday, June 8, 2006

La politica delle trappole

Non so voi, ma io sono veramente stanco. Stanco di episodi come questo, stanco di questa deriva autolesionista che non per la prima volta affligge il centro sinistra. Analizziamo la situazione.

L’oggetto del contendere è la presidenza della commissione Difesa.

Da una parte Lidia Menapace, deputato di Rifondazione Comunista, ex partigiana. Dall’altra abbiamo Sergio De Gregorio, deputato dell’Italia dei Valori, ex forzista.

A conti fatti, essendo le ultime due votazioni conclusesi con un 12 contro 12, gli 82 anni della deputata PRC dovrebbero fare la differenza (in caso di pareggio prevale il candidato più anziano).

La Menapace viene da un polverone alzato in merito alle Frecce Tricolori, definite dalla deputata “uno spreco”, affermazione che risveglia l’amor patrio del centrodestra che insorge appellandosi al valore simbolico delle Frecce.

E’ qui che spunta De Gregorio. Con notevole savoir-faire e spigliatezza, il deputato IDV incassa l’appoggio del centro destra (12 voti) e silura la Menapace votando per se stesso alla terza votazione, dimostrando ampliamente la profondità delle ragioni che lo hanno portato da destra a sinistra. De Gregorio parla di un corteggiamento serrato da parte della CDL, di una decisione maturata nella notte, se gli si dà spago si ha ‘impressione che sarebbe pronto ad affermare che ha ricevuto un segno da dio.

Ma a quanto pare, dal suo referente politico e leader del partito che l’ha portato a sedere in parlamento non ha ricevuto nessun segno, tanto che quando afferma che Di Pietro era al corrente di questo “magheggio” questi subito smentisce e ne chiede le dimissioni. Figuriamoci.

 

Il centro destra, che sente ancora lo scotto della recente elezione di Giorgio Benvenuto alla Commissione Finanze grazie al solito ed italianissimo franco tiratore, se la gongola cercando di cancellare l’evento di due giorni prima e prontamente bercia “Avviso di sfratto per Prodi, avviso di sfratto per Prodi”. Mi sono stupito che non abbiano anche intonato “Riconta, riconta” con Berlusconi a dirigere il coro.

Ma in questa sede non ci interessa l’entusiasmo scomposto dei soliti yes-man che sul registro spese dell’Egoarca di Arcore figurano sotto la voce “claque”. Ci preme di più chiederci il perché ancora una volta ci ritroviamo a questo punto.

 

Io credo che lo stato maggiore del centro sinistra, rappresentato dai vari leaders dei movimenti che lo compongono, abbia la memoria corta.

Ricordo bene il Previti del “non facciamo prigionieri” (qualcuno glielo ricordi adesso, gli fornirà materiale per le sue riflessioni), le chiusure totali al dialogo, le votazioni a maggioranza, i Bondi e gli Schifani.

Loro evidentemente no.

Confondere la ricerca del confronto (che mi sta anche bene, ma entro certi limiti, non vedo su cosa chiunque risponda ai basilari canoni di civiltà debba confrontarsi con la Lega) con l’apertura a mercenari della politica (perché di questo si tratta, è bene rendercene conto subito) è un grosso errore, talmente macroscopico che è difficile pensare che un qualsiasi politico minimamente sgamato possa farlo.

 

Il che ci conduce ad un’altra ipotesi, ben più preoccupante, e cioè che la Menapace sia stata tranquillamente silurata dalla stessa maggioranza di governo, attraverso De Gregorio ma con il beneplacito di Di Pietro. Una mossa vergognosa e irresponsabile, specie nella prospettiva REALE di poter assegnare l’interno nucleo delle Commissioni al centro sinistra.

E’ ovvio che nessuna azione resta conseguenze, e se davvero questa fosse la realtà si andrebbe incontro ad una situazione molto delicata che rischierebbe di incrinare fortemente gli equilibri della maggioranza. Prodi può parlare di stupire quanto vuole, ma questi tristi spettacoli di salto della quaglia danneggiano l’immagine di un governo che, lo ricordiamo, non gode di una maggioranza talmente amplia da potersi permettere di prendere sottogamba questioni del genere.

 

Insomma, staremo a vedere se la richiesta di dimissioni formulata da Di Pietro nei confronti di De Gregorio avrà un seguito e, se sì, quale.

 Nel frattempo non ci resta che esprimere la nostra solidarietà a Lidia Menapace che, a prescindere dall’essere d’accordo o meno con le sue affermazioni (e chi scrive lo è ma è anche convinto che ci sia luogo e modo per un certo tipo di esternazioni) ha ricevuto un torto ingiusto e vergognoso.

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Tuesday, June 6, 2006

La sindrome Lost

Con la fine di Friends pensavo di aver finalmente la mia dipendenza cronica da telefilm. Avevo mostrato una notevole resistenza a Will & Grace, ero riuscito a limitare la mia passione per C.S.I. alla sola serie Las Vegas,. Oh, come ero fiero di me. Dalla melica scatola delle immagini occhieggiavano diverse serie promettenti, ma i loro ammiccamenti cadevano nel vuoto.

Fino a quest’ultimo mese.

Dal primo momento in cui ne sentii parlare (un breve articolo sul Venerdì di Repubblica) sapevo che prima o poi avrei dovuto confrontarmi con la nuova, malefica, invenzione degli americani.

La prima immagine che ricordo di Lost è una foto di alcuni protagonisti che camminano su uno sfondo surreale, un’isola tropicale sotto un cielo plumbeo.

Lessi di orsi polari (!), di misteri ed altro. E decisi che avrei provato a resistere.

Beh, me la sono cavata bene, alla fine. Ho resistito per diversi mesi, finché LOST (rullo di tamburi) non è diventata argomento di conservazione fisso fra i miei amici. Ora, se non me ne fosse fregato nulla, avrei dovuto comportarmi diversamente. Invece, ogni volta che ne parlavano, prontamente mi coprivo le orecchie e facevo “NAAA, NAAA, NAAA” per evitare gli spoiler. E alla fine la logica ha avuto la meglio.

“Ma perché cazzo mi copro le orecchie se tanto è una serie da cui non voglio diventare dipendente?” mi sono detto. Ove la conseguente razionalizzazione avrebbe dovuto essere, se davvero fossi guarito, “Dunque ‘sti cazzi e ascoltiamo questi patetici teledipendenti”, è stata invece “Ok, devo procurarmi la serie”.

Morale, per due settimane sono impazzito dietro alla prima ed alla seconda serie, sognandomi gli episodi la notte e cercando di attaccare il morbo al maggior numero di persone possibile.

Ora, mentre mi arrovello aspettando la terza serie che non arriverà prima del prossimo autunno, provo ad esprimere un parere complessivo sulle prime due.

 
 

Lost parte da un assunto ben preciso: lo spettatore non deve limitarsi ad osservare la storia, deve parteciparvi. Dimenticate le gustose risate ad ogni frase di Joey Triviali. A Lost, quando si ride, si tira il fiato per i trenta minuti successivi.

Un cast eterogeneo e “politically correct” (diversi neri, due asiatici, un arabo) consente allo spettatore una più facile identificazione nei personaggi, che sono anche latori di atteggiamenti diversi rispetto alla vita, all’amore, all’amicizia e alla lealtà.

Persino gli inevitabili cliché sono sopportabili in quanto, con la loro prevedibilità, aiutano lo spettatore a mantenere il contatto con il mondo reale, a ricordare che Lost è opera di fantasia ma i personaggi non lo sono, legati strettamente alle loro esistenza “normali” ed ai valori cui si ispirano in un microcosmo (l’isola) in cui tutto sembra andare alla rovescia.

A poco a poco ci si rende conto che non si è più semplici osservatori, ma parte attiva della storia, grazie all’inevitabile coinvolgimento nei processi di deduzione ed investigazione in cui i personaggi si impegnano.

 

Ad un certo punto, nei punti di maggiore suspance, sembra quasi che i produttori ci sussurrino all’orecchio “scegliete chi volete eliminare” e immancabilmente si viene disattesi circa la previsione effettuata. Se infatti LOST ha una sua logica di base, non si preclude “inversioni di rotta” allo scopo di stupire. Nel momento in cui avrete pacificamente accettato che la soluzione più astrusa è quella corretta, ecco che improvvisamente vi cambiano le carte in tavola e la stessa voce del produttore vi ripete all’orecchio “Ma sei idiota? Come hai fatto a cascarci? Era chiaro no?”.

Queste (rarissime) concessioni alla prevedibilità e alla logica della vita reale sono forse la parte migliore di Lost, il momento in cui cedete le armi e vi rendete conto che per quanto voi possiate essere sgamati, attenti e concentrati ve la fanno immancabilmente sotto il naso. A quel punto tanto vale arrendersi e godersi puntata dopo puntata, fino all’inevitabile presentarsi della sindrome “ancora un’altra puntata e poi a nanna” e si finisce per vederne CINQUE di seguito aspettando che i produttori ci grazino di un “punto fermo” alla fine dell’episodio per mandarci a dormire senza che il dubbio ci roda l’anima.

 

Un altro dei punti di forza, poi, è lo svilupparsi dei vari interrogativi che nascono nella puntata X, vengono accantonati nelle puntate successivi e improvvisamente fanno la loro ricomparsa quindici puntate più in là quando voi stessi, oberati da altri cento interrogativi, avevate appena finito di pensarci..

Quello che ne fuoriesce è una serie che, fosse solo per lei, non vi manderebbe nemmeno in bagno. Dovete stare là, inchiodati, a guardare, guardare e riguardare.

 

Un solo dubbio. Abbiamo concluso la seconda serie, e a quanto se ne sa si sta ultimando di girare la terza. Ma i produttori sostengono di avere ancora materiale per cinque anni.

E’ una notizia che, nonostante la Lostite che ho contratto, mi fa un po’ storcere il naso. Tutte le serie arrivano ad un momento di stanchezza, e lo spettatore in genere non ama essere menato per l’aia (perché Lost spessissimo fa esattamente questo) per troppo tempo. Non ho difficoltà infatti (forse un’ancora di salvezza in mezzo ai deliri della malattia) ad immaginare un giorno una mia reazione di fronte all’ennesima rivelazione, all’ennesima teoria confutata, che sia una mano alzata verso lo schermo ed un sonoro “MA ANDATEVENE TUTTI AFFAN…”.

Ecco. Una serie come Lost, a detta di me che sono un semplice spettatore, deve avere un inizio ed una fine già scritti, non si può lasciarla sviluppare oltremisura.

Non è, per intenderci, il salotto di casa Robinson dove Rudy cresce e diventa adolescente sotto al tiro delle sarcastiche battute di Bill Crosby. In questo, Lost è più simile ad un lunghissimo film che ad una serie, con tutte le limitazioni del caso, vedi principalmente, e torno a ripeterlo, inizio e fine.

Sono certo però che i produttori hanno ben presente questo. Tutto sta nel riuscire a capire quando “saltare”, quando concludere questa serie prima che cali l’audience e non abbia più quella facoltà di ipnotizzare che per ora io vi trovo.

Lasciar sgonfiare e concludere indecorosamente nel dimenticatoio un prodotto del genere sarebbe un crimine. E, oltretutto, e qui lo ribadisco, non voglio farmi prendere per il seder per cinque anni, visto che la fine della seconda serie rimarrà per sempre ricordata nell’espressione blesa a bocca aperta prima mia e poi di Alessandro davanti alla scritta “LOST” su schermo nero. Peccato non avere una foto…

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