American Dreamz, parodia di un presidente
Partiamo, per onestà e correttezza, da un dato di fatto.
Il mio giudizio sul film rischia di essere pilotato dalla mia idiosincrasia per Hugh Grant. Non lo tollero, non mi piace come recita ed anche se qualche buon anima gli ha asportato (direi chirurgicamente) la scopa in culo che dall’inizio della carriera l’affliggeva, il bamboccio inglese con l’ego che se le porta appresso non lo posso vedere.
I suoi ultimi ruoli cinematografici (almeno About a boy ed il deludente sequel Che pasticcio Bridget Jones) lo hanno visto cristallizzarsi nel ruolo dell’adorabile canaglia, e forse proprio per questo la scelta del regista Paul Weitz è ricaduta su Grant per il ruolo di uno showman viscido e la cui umanità è pari a quella dell’orca assassina.
Il film di Weitz immagina un format televisivo che ricerca dei fenomeni da baraccone per farne delle star in una progressiva serie di eliminatorie (vi dice niente?). Alle vicissitudini dei due dei concorrenti allo show (un arabo terrorista in incognito ed una ragazzotta di un piccolo centro americano) si unisce la vicenda del presidente degli Stati Uniti (Dennis Quaid) che nel tentativo di migliorare la propria popolarità partecipa al programma come giudice.
Il film, la cui idea di base è buona, resta secondo me troppo chiuso nell’ambito della parodia, che pure è qualitativamente alta soprattutto grazie al duetto Quaid – DaFoe, una esilarante trasposizione sullo schermo di George Bush e della sua eminenza grigia Dick Cheney.
E’ normale pensare che Weitz, regista di American Pie e About a boy abbia voluto volontariamente permanere nel genere parodistico, anche quando i temi toccati (la situazione mediorientale, i terroristi islamici “dormienti” in America) sembrano andare in un’altra direzione.
Per alcuni versi il modello di comicità della pellicola mi ha ricordato La seconda guerra civile americana, ma dove nel film di Joe Dante il cinismo del personaggio di James Coburn svolgeva, oltre alla funzione comica, la funzione di portare lo spettatore alla riflessione, nel film di Weitz il tutto si risolve in alcune gag che di per sé sono anche godibili, ma tutto sommato abbastanza comuni. La parodia, insomma, non sconfina nella critica e nella denuncia, ma resta tale fino all’ultima scena, strappando solo qualche risata in più.
Con decisamente qualche chilo di troppo (particolare che non ho mancato di notare con maligna soddisfazione, probabilmente dettato da esigenze di regia) Hugh Grant in sostanza non fa che ripetere un personaggio già visto in altri film, con il valore aggiunto della trippa che rende l’insieme ancora più spregevole. Gli riesce bene (questo gli si può concedere), ma nulla che non sia stato già visto.
La nota di merito va a Dennis Quaid e a Willem DaFoe, in particolare alla mimica del primo, che riproduce quasi alla perfezione l’espressione assente dell’attuale presidente degli Stati Uniti e né dà l’immagine di un bambinone che non capisce bene quello che succede ed ha bisogno della balia-Cheney per evitare che il mondo intero se ne accorga. Peccato, appunto, che la parodia smussi questo aspetto al livello di semplice scherzo.

Da segnalare anche la performance dell’esordiente Sam Golzar, che pur aiutato dal ruolo che interpreta (un terrorista impacciato e maldestro con la passione dei musical che canta Sinatra) con la sua espressione quasi fanciullesca predispone già lo spettatore alla risata ed a parteggiare per lui.
Nel complesso, una commedia divertente con diversi buoni spunti, peccato non siano stati sviluppati.
Da piccolo, ogni volta che mio padre capitava nella mia stanza, il bersaglio preferito dei suoi strali erano i “giornaletti”. Un termine ormai desueto, che compare principalmente nelle invettive dei nostri genitori mentre nessuno di noi si sognerebbe mai di utilizzarlo. Nonostante l’avessi già allora beccato più volte a leggiucchiarsi di nascosto qualche Dylan Dog, non rinunciava alle sue filippiche.
Solo una cosa ci rattrista, in questo favoloso affresco dell’America che da anni viene pubblicato. Che i personaggi, proprio perché vivono nel mondo di oggi, non sono immortali. Con la possibile eccezione del già citato Duke, la cui morte è stata data per certa svariate volte (tanto da spingere l’ex traduttore del fumetto, un tale Enzo Baldoni che dovreste ricordare abbastanza bene, a scriverne il necrologio regolarmente pubblicato su Linus), altri personaggi ci hanno già lasciato, e molto probabilmente altri ci lasceranno, come il loro autore.
Non so voi, ma io sono veramente stanco. Stanco di episodi come questo, stanco di questa deriva autolesionista che non per la prima volta affligge il centro sinistra. Analizziamo la situazione.
Con la fine di Friends pensavo di aver finalmente la mia dipendenza cronica da telefilm. Avevo mostrato una notevole resistenza a Will & Grace, ero riuscito a limitare la mia passione per C.S.I. alla sola serie Las Vegas,. Oh, come ero fiero di me. Dalla melica scatola delle immagini occhieggiavano diverse serie promettenti, ma i loro ammiccamenti cadevano nel vuoto.