Tuesday, March 14, 2006

Primo giorno: trottate parmigiane

C’è voluto qualche giorno perché macerasse ancora un po’, ma alla fine l’invidia per l’emiliano viaggiatore s’è palesata e evoluta in qualcosa di più concreto.

Giovedì scorso, nell’ambito di una sonnolentissima giornata lavorativa, mi rendo conto di non essere di turno il venerdì seguente. Nel giro di dieci minuti mi sono preso il giorno di venerdì, ho chiamato Stefano per avvisare che lo andavo a trovare e trovato i treno on line.

Ovviamente ero perfettamente consapevole che una simile iniziativa non era altro che una patetica imitazione di ben altre peregrinazioni, tuttavia ho voluto ancora dimostrare a me stesso di essere in grado di poter partire all’ultimo minuto, in barba a doveri e responsabilità.

Il giorno seguente ho affrontato le cinque ore di treno armato di tutto punto: Repubblica, con annesso Venerdì e volume dei fumetti (Mafalda, Doonesburry e i Boondocks sul tema della politica, semplicemente grandiosi) più per gentile prestito di una collega sesto volume di Harry Potter in italiano, per cogliere le differenze nella traduzione dalla versione inglese che avevo già letto.

A tre quarti del viaggio, mentre osservo i campi coltivati sfilare accanto al finestrino, inizio a punzecchiare Stefano affermando che ha l’obbligo morale di condurmi a vedere Brescello e qualche altro luogo comune emiliano-romagnolo.

La prima giornata in Emilia passa nell’ambito di una marcia longa in quel di Parma, infilandoci in ogni chiesa aperta, cercando in più di un’occasione di penetrare nelle sagrestie per controllare che non ci sia altro da vedere mentre Stefano, immedesimatosi nel ruolo di un Filini settentrionale, prende accordi con centoventi persone in contemporanea per andare tutti insieme quella sera stessa a mangiare in un agriturismo.

Stefano mi porta al suo vecchio Liceo dove deve vedere un paio di persone, ed io colgo subito la differenza fra una specie di collegio stile “Attimo fuggente” ed il mio liceo, com’è rimasto nella mia memoria, il maestoso Virgilio con la sua nobile facciata sul lungotevere e l’interno ogni anno più simile ad un condominio denuclearizzato.

Rigorosamente senza macchina, abbiamo trottato in lungo e in largo discutendo un po’ di tutto mentre io mi godevo la città dove non ero mai stato.

Parma è stata senza dubbio un’esperienza piacevole, non solo per il bel tempo che mai fino ad ora mi aveva benedetto in quei luoghi, ma anche per la possibilità di raggiungere qualsiasi posto a piedi. Abituato al venerdì pomeriggio romano, che non differisce in questo dagli altri giorni settimanali per il fiume di macchine con cui devi litigarti il tuo metro quadro di spazio vitale, la poca presenza di veicoli ha avuto un effetto a dir poco balsamico.

Concluso il nostro giro turistico, entriamo nella fase sociale della giornata ed iniziamo a recuperare gli aderenti alla cena, capitando in una casa universerasmus standard.
 

Le case universerasmus standard, piccoli santuari dell’anarchia domestica che amo moltissimo, hanno delle caratteristiche ben delineate:

 

1)      presenza di almeno uno o più animali domestici che hanno accesso ad ogni zona della casa in ogni momento

 

2)      appena, entrate, vi troverete davanti ad un tavolo/zona del pavimento sui cui sono accatastati cappotti, borse ed in genere oggetti di stoffa e tela di dimensioni abnormi, in cui i suddetti animali domestici sono generalmente annidati al momento del vostro arrivo. Se è la prima volta che vi recate in quella casa universerasmus, vi verrà detto “Sì, per ora li teniamo là…”. Se diventerete frequentatori assidui della suddetta casa, il mucchio informe di stoffa all’entrata diventerà familiare come un inquilino poco loquace

 

3)      amplissima varietà di cibi; le case universerasmus di livello professionistico possono contare su una gamma di nazionalità di livello superiore al numero delle persone che vi abitano. Tale particolarità non manca di esprimersi a livello culinario, con la possibilità di aprire il frigo e trovarsi davanti ad un filetto alla Stroganoff che condivide il piano con della pajata.

 

Se si considera che non appena sono entrato sono stato approcciato da due gatti che mi hanno gratificato della loro attenzione fino ad allora diretta ad una cavia e ad un topo, che ho appoggiato il mio giaccone su una montagna di stoffa e che l’apertura del frigo ha scatenato le esalazioni di una forma di Brie resa feroce dalla forzata clausura, noterete come la casa risponda in toto agli standard richiesti dal tipo.

 

La serata è proseguita con l’abbuffata nell’agriturismo e, ovviamente, con l’immancabile italianata del ritorno a casa in macchina urlando tutto ciò che potesse essere cantato anche dalla teutonicissima Dana, schivando abilmente la Pausini nonostante la nostra amica ci avesse ricordato il suo malaugurato successo in Germania.

  

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Monday, March 6, 2006

Della pesca

Fra le varie anomalie da inurbato nelle quali mi crogiolo, forse una delle meno nocive che mi concedo è quella della pesca.

Sta tutto nell’approccio. Dal primo momento in cui ho impugnato la canna (che tra l’altro non è mai stata mia, ma sempre prestata da amici compiacenti) mi sono reso conto che io non sono, né sarò mai, un pescatore. Mi riferisco a quella figura parzialmente celebrata dalla letteratura (Hemingway, per dirne una, o magari anche quel breve brano che gli dedica Pennac verso la fine del quarto volume della saga di Benjamin Malaussene) ma soprattutto dalla teledipendenza preadolescenziale importata nell’età adulta (?), che mi fa godere dell’ennesima replica di Sampei.

Io ho sempre avuto la piena coscienza che sarei stato il classico pescatore della domenica, che di quest’attività sembra godere più della sua funzione contemplativa che di quella effettiva del pescare. Potessi scegliere, io metterei la canna in acqua e mi metterei a leggere, con una sporadica occhiata al galleggiante. Accoglierei il fortuito abboccare del pesce come un evento del tutto inatteso, raro quanto l’elezione di un nuovo papa. Che poi, se si esclude la notevole longevità del defunto Giovanni Paolo II, almeno con i tempi potremmo anche esserci.

Forse, mi piace quasi più leggere di pesca che pescare, tant’è che per me la sublimazione sarebbe rileggermi Melville mentre pesco, con magari un’abboccata nel punto in cui viene descritto l’occhio del capodoglio.

Non sarei arrivato da me alla pesca, mi ci hanno portato un paio d’amici con cui ho la fortuna di condividere anche un’affinità di letture oltre che la vocazione all’infradiciamento e alle attese infinite sulle rive del mare/lago, affinità che si manifesta nell’appellarci, mentre peschiamo, con i nomi di Ismaele, Achab e Queequeg. Ovviamente a me è stato riservato il ruolo di Ismaele il quale, come sempre mi compiaccio di ricordare ai miei compagni con un sorriso sadico, è il solo superstite degli sventurati del Pequod.

Eh già, il Pequod.

Lo so che trovereste davvero ridicolo il fatto che noi s’appelli “Pequod” un gommone che il nostro Andrea/Achab, in un felicissimo fraintendimento fra letteratura e vita, ha ben pensato di acquistare. Come trovereste davvero ridicolo il fatto che io voglia, ed in questo sono assecondato, inchiodare alla poppa del nostro Pequod una moneta da due euro (necessaria trasposizione contemporanea del doblone melvilliano). Però è così. La pesca io la interpreto, la filtro attraverso il mio background culturale e me la godo così.

E’ il viaggio in macchina fino al luogo, le smargiassate senza pretese legate all’unico pesce preso quattro anni prima al porto di Fiumicino (tornai a casa alle quattro del mattino e svegliai i miei perché lo vedessero, da ammirare il loro coraggio nell’esserselo poi anche mangiato), il sasso tirato su da Queequeg/Alessio o il sempreverde episodio della trota rincoglionita che abbiamo cercato disperatamente di tirare a riva senza che avesse l’amo in bocca ma avviluppatasi nel filo da pesca.

Il tutto senza mai prendere nulla, e quando si prende qualcosa vale per tutti gli anni a venire.

I pesci stiano tranquilli, siamo inoffensivi.

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Friday, March 3, 2006

Il buongiorno si vede dal mattino…

Mi sveglio, ma senza aprire agli occhi. Dalla finestra aperta avverto i rumori del traffico che mi confermano che é già mattina e che entro poco mi dovrò alzare per andare al lavoro. Mi stiro, sempre ad occhi chiusi. Eos, non appena mi muovo, prontamente mi invia il primo richiamo mattutino, un “miuuuuuu” cui attribuisco il valore di un “buongiorno, ho fame, ho sete, ho la lettiera sporca e vorrei giocare”. Le rispondo grattando la superficie del piumone, segnale convenzionale che indica il permesso per lei di iniziare smusarmi. E’ stato allora che ho sentito il rumore.
E’ stato uno “splotch, splotch, splotch” cui é seguito l’atterraggio di Eos sul letto. Non avevo ancora aperto gli occhi, ma benedetto da un’insolita perspicacia avevo già intuito cosa era successo. Ho aperto gli occhi ed allungato una mano verso il cellulare fissando il soffitto. Le sei e quaranta. Avevo paura a guardare per terra, ma sapevo di doverlo fare. Lentamente giro la testa verso destra…Una palude. Una fottuta palude nella zona soggiorno letto. Ed in cucina. E in metà bagno.“No” mi sono detto “tutto, ma questo no”. Ed invece era esattamente quello. Mi sono ricordato di come avessi trovato predisponente al sonno lo sciabordante girare della lavastoviglie avviata poco prima di andare a letto…In poche parole il tubo dello scarico collegato a quello del lavandino aveva avuto la bella pensata di cedere, sicché lo scarico dell’acqua sporca si era preso la libertà di invadermi casa. La prima reazione é stata abbastanza calma. Non ho bestemmiato, non ho emesso un suono. Poi ha prevalso l’istinto e sospirando mi sono alzato, mettendo i piedi PER TERRA sullo scendiletto evolutosi in assorbente.SPLOTCH. Là é partita la bestemmia che avevo trattenuto.C’é stato un che di stoico (o di immensamente idiota) nella tranquillità con cui mi sono fatto il giro della casa, i piedi nudi a contatto con l’acqua, per constatare che almeno l’acqua non era filtrata attraverso la porta di comunicazione con casa dei miei, dove ad aspettarla c’era l’ignaro parquet dell’antistudio. Telefonata alla collega per avvisare che avrei tardato con annesso simultaneo chiedere l’uno all’altra chi fosse di turno. Boh. Allora come allora l’idea che un qualche utente avrebbe trovato alle 9 la porta della biblioteca chiusa non mi provocava il minimo rimorso.Primi tentativi di tardivo intervento, parto con gli stracci e noto con orrore che l’impatto dei suddetti con il pavimento provoca delle piccole onde, per un momento caldeggio l’idea di aprire la porta di casa e indirizzare l’acqua sul pianerottolo, che nella tromba dell’ascensore l’effetto cascata potrebbe essere decisamente qualcosa da vedere.Un’ora dopo ho messo a stendere sul terrazzo condominiale lo scendiletto (che ha assunto il volume di un mattone), isolato Eos nella cabina della doccia visto che aveva interpretato l’attuale situazione come un nuovo, divertentissimo gioco e tappezzato il pavimento con stracci, scottex, tovaglioli, vecchie magliette ed altre nemmeno così vecchie.Ora la maggior parte della palude si é ritirata, anche se permangono occasionali zone in cui persiste e che sto affrontando a colpi di spazzolone. Credo che stasera mi limiterò a tentare il suicidio un paio di volte e poi andare a letto.
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