Primo giorno: trottate parmigiane
C’è voluto qualche giorno perché macerasse ancora un po’, ma alla fine l’invidia per l’emiliano viaggiatore s’è palesata e evoluta in qualcosa di più concreto.
Giovedì scorso, nell’ambito di una sonnolentissima giornata lavorativa, mi rendo conto di non essere di turno il venerdì seguente. Nel giro di dieci minuti mi sono preso il giorno di venerdì, ho chiamato Stefano per avvisare che lo andavo a trovare e trovato i treno on line.
Ovviamente ero perfettamente consapevole che una simile iniziativa non era altro che una patetica imitazione di ben altre peregrinazioni, tuttavia ho voluto ancora dimostrare a me stesso di essere in grado di poter partire all’ultimo minuto, in barba a doveri e responsabilità.
Il giorno seguente ho affrontato le cinque ore di treno armato di tutto punto: Repubblica, con annesso Venerdì e volume dei fumetti (Mafalda, Doonesburry e i Boondocks sul tema della politica, semplicemente grandiosi) più per gentile prestito di una collega sesto volume di Harry Potter in italiano, per cogliere le differenze nella traduzione dalla versione inglese che avevo già letto.
A tre quarti del viaggio, mentre osservo i campi coltivati sfilare accanto al finestrino, inizio a punzecchiare Stefano affermando che ha l’obbligo morale di condurmi a vedere Brescello e qualche altro luogo comune emiliano-romagnolo.
La prima giornata in Emilia passa nell’ambito di una marcia longa in quel di Parma, infilandoci in ogni chiesa aperta, cercando in più di un’occasione di penetrare nelle sagrestie per controllare che non ci sia altro da vedere mentre Stefano, immedesimatosi nel ruolo di un Filini settentrionale, prende accordi con centoventi persone in contemporanea per andare tutti insieme quella sera stessa a mangiare in un agriturismo.
Stefano mi porta al suo vecchio Liceo dove deve vedere un paio di persone, ed io colgo subito la differenza fra una specie di collegio stile “Attimo fuggente” ed il mio liceo, com’è rimasto nella mia memoria, il maestoso Virgilio con la sua nobile facciata sul lungotevere e l’interno ogni anno più simile ad un condominio denuclearizzato.
Rigorosamente senza macchina, abbiamo trottato in lungo e in largo discutendo un po’ di tutto mentre io mi godevo la città dove non ero mai stato.
Parma è stata senza dubbio un’esperienza piacevole, non solo per il bel tempo che mai fino ad ora mi aveva benedetto in quei luoghi, ma anche per la possibilità di raggiungere qualsiasi posto a piedi. Abituato al venerdì pomeriggio romano, che non differisce in questo dagli altri giorni settimanali per il fiume di macchine con cui devi litigarti il tuo metro quadro di spazio vitale, la poca presenza di veicoli ha avuto un effetto a dir poco balsamico.
Concluso il nostro giro turistico, entriamo nella fase sociale della giornata ed iniziamo a recuperare gli aderenti alla cena, capitando in una casa universerasmus standard.
Le case universerasmus standard, piccoli santuari dell’anarchia domestica che amo moltissimo, hanno delle caratteristiche ben delineate:
1) presenza di almeno uno o più animali domestici che hanno accesso ad ogni zona della casa in ogni momento
2) appena, entrate, vi troverete davanti ad un tavolo/zona del pavimento sui cui sono accatastati cappotti, borse ed in genere oggetti di stoffa e tela di dimensioni abnormi, in cui i suddetti animali domestici sono generalmente annidati al momento del vostro arrivo. Se è la prima volta che vi recate in quella casa universerasmus, vi verrà detto “Sì, per ora li teniamo là…”. Se diventerete frequentatori assidui della suddetta casa, il mucchio informe di stoffa all’entrata diventerà familiare come un inquilino poco loquace
3) amplissima varietà di cibi; le case universerasmus di livello professionistico possono contare su una gamma di nazionalità di livello superiore al numero delle persone che vi abitano. Tale particolarità non manca di esprimersi a livello culinario, con la possibilità di aprire il frigo e trovarsi davanti ad un filetto alla Stroganoff che condivide il piano con della pajata.
Se si considera che non appena sono entrato sono stato approcciato da due gatti che mi hanno gratificato della loro attenzione fino ad allora diretta ad una cavia e ad un topo, che ho appoggiato il mio giaccone su una montagna di stoffa e che l’apertura del frigo ha scatenato le esalazioni di una forma di Brie resa feroce dalla forzata clausura, noterete come la casa risponda in toto agli standard richiesti dal tipo.
La serata è proseguita con l’abbuffata nell’agriturismo e, ovviamente, con l’immancabile italianata del ritorno a casa in macchina urlando tutto ciò che potesse essere cantato anche dalla teutonicissima Dana, schivando abilmente la Pausini nonostante la nostra amica ci avesse ricordato il suo malaugurato successo in Germania.
Fra le varie anomalie da inurbato nelle quali mi crogiolo, forse una delle meno nocive che mi concedo è quella della pesca.
Mi sveglio, ma senza aprire agli occhi. Dalla finestra aperta avverto i rumori del traffico che mi confermano che é già mattina e che entro poco mi dovrò alzare per andare al lavoro. Mi stiro, sempre ad occhi chiusi. Eos, non appena mi muovo, prontamente mi invia il primo richiamo mattutino, un “miuuuuuu” cui attribuisco il valore di un “buongiorno, ho fame, ho sete, ho la lettiera sporca e vorrei giocare”. Le rispondo grattando la superficie del piumone, segnale convenzionale che indica il permesso per lei di iniziare smusarmi. E’ stato allora che ho sentito il rumore.