Cronaca di un esame
Alla fine ce l’ho fatta. Sono lieto di annunciare ai pochi e occasionali lettori di questo Blog che in data 22 febbraio 2006 alle ore 17:30 ho ufficialmente concluso gli esami della Scuola di Specializzazione per il diploma da bibliotecario. E’ stata una di quelle giornate sfiancanti in cui alla fine si creano fra gli studenti quei legami di mutuo sostegno per sospingersi incerticamente l’un l’altro finché non si viene chiamati, La giornata, come per me è tradizione in giorno d’esame, comincia alle 6:45, con il primo caffè della giornata consumato in casa mentre fuori è ancora quasi buio. Esco di casa per le 7:30 ed arrivo in facoltà all’apertura delle porte, ore 8.00 Ora, io non so quale parte paranoide o malata di me fra le molte che albergo mi spinga a questo masochistico rituale di essere presente il giorno dell’esame dal momento di apertura dell’università quando, come nel caso di ieri, so bene che l’appello è alle 10. Ma sta di fatto che è dalla prima laurea che faccio così, e avendomi detto bene il più delle volte mi giustifico imputando il tutto alla ben nota scaramanzia italiana. Alle nove, trittico di colleghe in attesa dell’altra bestia nera della facoltà. Legislazione degli Archivi e delle Biblioteche, già da me segnalata come mio principale nemico. Ovviamente, seguendo un metodo già utilizzato e che so funzionare, limo la mia agitazione cercando di tranquillizzare loro, che apprezzano la cosa anche se ad un certo punto si rintanano in uno di quegli angosciosi ripassi crea panico. Inizia un viavai verso il bar, e pigliamoci un caffè, e facciamoci il giro del palazzo, e fumiamoci una sigaretta. Alle ore 10.00 iniziano gli esami. E l’appello? Una professoressa mai vista ci dice con gentilezza che l’appello lo farà l’assistente (che poi è quello che la maggior parte di noi conosce bene come quello più tranquillo avendo frequentato con lui le lezioni di paleografia) quando arriverà, e nel frattempo chi vuole dare l’esame può darlo con lei, con il professore o con un altro assistente. Panico. Un gruppo di studenti con una media di ventisei anni inscena fughe precipitose ogni volta che la porta si apre per un ulteriore candidato. Alcuni si chiudono in aule adiacenti ripassando (lo spettacolo di sei persone chine su una tavola paleografica a leggere tutte seguendo il dito in una sorta di cantilenante balbettio incomprensibile meritava di essere vista), altri si immolano. Io faccio avanti indietro fra i piani, pazzeggio un po’ in aula di informatica e chiacchiero con le colleghe. La mattinata trascorre con una serie di ventisette, ventotto, trenta, lodi, segnata anche dall’arrivo dell’assistente che finalmente fa l’appello. Pausa pranzo. Nel pomeriggio il panico si fa più sensibile. La stanchezza si fa sentire, e mentre il trittico di colleghe passa il suo esame di legislazione e viene in forma smagliante a farmi visita nell’isolamento di un terzo piani semivuoto in cui io ed altre due sventurate abbiamo (colpevolmente) inziato un timido ripasso per comunicarmi il buon esito dell’esame, dall’aula dove ormai è rimasto solo l’assistente ad interrogare iniziano ad uscire i primi trombati. Com’è regola, iniziano a circolare le voci da esame, argomento a cui il buon vecchio Bloch se fosse ancora in vita potrebbe dedicare un saggio ben più lungo di quello sulle false notizie di guerra. Una voce di esame risponde a delle caratteristiche ben precise: 1) è sempre assurda. C’è sempre qualcuno (mai individuabile) a cui durante un esame di storia contemporanea è stata chiesta la battaglia delle Termopili e che è stato bocciato perché non la conoscenza 2) E’ epidemica e immortale. Una volta fuoriuscita, si diffonde con una rapidità spaventosa e diventa argomento di conservazione per gli studenti passati e futuri di quel corso per gli anni a venire 3) E’ a effetto boomerang. Se sarete voi i suoi sadici creatori, vi ritornerà addosso centuplicata e finirete per credergli, anzi, vi convincerete che non siete stati voi i suoi creatori ma che l’avete sentita. Ed ecco spiegata la nascita del “Mi hanno fatto leggere la mercantesca”. Per capire di cosa sto parlando, digitate “mercantesca” su Google e gustatevi il risultato. Terrore. Panico. Io mi arrendo subito, chiudo il libro e mi rifiuto di continuare ad impazzire incrociando le braccia, mentre le mie colleghe si producono in un apprezzabile tentativo di leggere suddetta scrittura, che porta tuttavia all’unico risultato di terrorizzarle. E alla fine…. IL MIO ESAME Ci arrivo abbastanza rassegnato, e mi trovo davanti l’assistente placidamente allungato su due di quelle infernali sedie alfieriane con il bancho girevole che non ti permette di alzarti (quelle su cui si siedono John Belushi e Dan Aykroyd nella mitica sequenza con “La Pinguina” nei Blues Brothers) che fuma sorridendo. Al che dico “Se lo fa lei lo faccio anch’io e gli faccio segno di avvicinarmi il pacchetto di sigarette vuoto che sta usando come portacenere”. Per un attimo mi pare resti spiazzato, ma poi acconsente ridendo, ed esordisce con uno dei suoi più noti cavalli di battaglia per alleggerire la tensione, una nuga da paleografi basata sulla confusione delle lettere S ed F: “Abbaffo il re, viva la forca!” esclama ridendo, ed io prontamente gli rido incontro anche se sarà l’ottava volta che la racconta. L’esame è una specie di prova corale, in cui una signora seduta lungo al parete ogni tanto si rivolge all’assistente e gli fa notare che “certe cose che ha detto (riferito a me) non le sapevo nemmeno io!”, colleghi che entrano e guardano da sopra la mia testa la tavola che sto decifrando, una collega dell’assistente che entra mentre decifro, ci vede entrambi a fumare e laconicamente commenta “Vi arrestano a tutti e due”. Mi dice bene, è una scrittura facile, la leggo senza problemi. Mi fa riconoscere (senza leggerle) un altro paio di sgorbi orizzontali (uno è la temuta mercantesca) mi chiede se mi ricordo quale fosse il mestiere di Brunetto Latini e pare molto soddisfatto del fatto che io in quel momento della vita dell’illustre mentore di Dante ricordassi solo che fosse un sodomita. Qualche domanda sulla storia della scrittura e via. Trenta. Mi alzo con una sensazione di sollievo che mi sta lasciando solamente adesso, mentre com’è tipico del mio carattere mi ripeto che mi ha solo detto bene, che una settimana e mezzo di studio per un esame come Paleografia latina non può bastare…ma stavolta, vivaddio, è bastata. Bene così.
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21:17:04
ma che grande, complimenti!!
bellissimo il pezzo sulle caratteristiche delle voci d’esame, molto vero
sono felice per te
Hi!
Sono l’assistente ritardatario, ognorfumante e sboccato anzichenò veridicamente ed efficacemente ritratto in questo blog. A distanza di un anno e mezzo il commento può essere solo ad futuram nec non sempiternam rei memoriam (in rete niente si cancella): e allora annoto che ho trovato il pezzo grazie a Google, ove avevo digitato il verso “abbaffo il re, viva la forca” per poter far dono della poesia di Trilussa allo studente che stavo esaminando. Indovinala grillo cosa me lo aveva suggerito!
Dopo sedici anni di esami non ricordo quell’appello particolare, ma ti contesto di avere, quel pomeriggio, bocciato chicchessia. Ora che il vecchio ordinamento sta chiudendo posso ammetterlo; regola della cattedra era NON bocciare nessuno, a meno che non raggiungesse vette abissali di impreparazione, tali da attingere allo sfottimento dell’onesto lavoro didattico svolto dal docente e dal suo assistente.
Se sono rimasto sorpreso dal tuo desiderio di co-fumare è solo perché gli studente ben raramente osano rivendicarlo: un tabagista come me prova solo solidarietà per chi abbia la sua medesima tossicodipendenza. E poi, lo so che dopo l’ottava volta “Abbaffo il re …” non fà più ridere, ma ti assicuro che dopo 16 anni di “v(e)l” letti come “ut”, di “cuius” in beneventana letto “culus” e via castroneggiando, anche io debbo sforzarmi di trovare divertenti i miei piccini a cui ogni anno ritorno ad insegnare l’”a - be - ce”. E mi ripeto “non uno di meno!”: comunque ti ringrazio di non aver spubblicato le mie minacce di picchiare i piccini con le ciavatte vecchie e puzzolenti di mia nonna per l’ennesimo, banale errore.
Ciao e que te vaya bien
il Bamba