Sunday, February 19, 2006

TACCA! TACCA!

http://www.repubblica.it/2006/b/sezioni/cronaca/pianta/pianta/pianta.html

 

E sono due. Dopo il tipo che ha sparato 13 proiettili “di avvertimento” uccidendo il ladro che stava tentando di entrargli in casa, ecco la seconda vittima. Stavolta é un tabaccaio che ha imbracciato il fucile contro dei ladri che gli stavano rubando delle piante ornamentali, salvo poi istantaneamente appellarsi alla nuova norma sulla legittima difesa. Mostrando di non aver capito assolutamente nulla della nuova legge.

Vediamo di osservare il punto “incriminato”:

  1. All’articolo 52 (1) del codice penale sono aggiunti i seguenti commi: Nei casi previsti dall’articolo 614 (2), primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

a)  la propria o altrui incolumità;

b)   i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione. La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale.

Cosa ne deduciamo? Ne deduciamo che se io, tabaccaio, colgo di sorpresa dei ladri nella mia proprietà e gli sparo addosso, non posso ASSOLUTAMENTE usufruire delle modifiche al testo legislativo, in quanto come avrei potuto verificare se ci sia stata “desistenza” o “pericolo d’aggressione”? Chairamente gli amanti del far west all’italiana non si pongono il problema e, nel dubbio, premono il grilletto.

Ora, parliamo anche degli sviluppi. Uno di quelli che io vedo come più prossimo é, paradossalmente, a danno della sicurezza dei commercianti stesssi (o delle vittime di furto/rapina in generale). Il malvivente infatti ora sa che il cittadino può sparargli (ove si verifichino i casi previsti dalla modifica al testo legislativo), e sa anche, perché l’ha letto sui giornali, che ci sono stati dei morti “gratuiti” uccisi dai cittadini. Ergo, si premuisce. E’ presumibile che egli, vista la sua attività sia più esperto nell’uso delle armi e spregiudicato della sua vittima, quindi sparerà per primo. Insomma, se questo é il sistema con il quale si vuole diminuire la criminalità, credo che ci sia qualcosa da rivedere. Decisamente.

Nel frattempo, mettiamo un’altra tacca. Un altro che della legge non ha capito nulla ha pensato bene di uccidere una persona e poi di appellarsi ad essa.

C’é da fare un’osservazione però. Questa legge é stata fondalmente una legge elettorale, un tributo ai leghisti che ne erano i principali ispiratori, e che l’hanno strombazzata e sbandierata di fronte alla nazione come una loro conquista. L’informazione su questa legge é stata come al solito inadeguata, roboante di proclami elettorali che velatamente o meno, andavano nella direzione del “ci difenderemo da soli”. Se l’informazione fosse stata più responsabile, questo forse non sarebbe successo.

Ai vari Charles Bronson che mi fanno il discorso “il ladro era lui e se l’é cercata”, “in casa mia faccio quello che mi pare”, ricordo con grazia che FORTUNATAMENTE questa non é l’America, con il suo ampio accesso alle armi e la sua altissima percentuale di morti ammazzati in casa dai familiari stessi.

Nel frattempo, altra morto e altra tacca. Ci chiediamo quanti ancora ce ne vorranno perché il cittadino medio capisca che questa legge, che già considero comunque sballata di suo, non tutela il giustiziere hollywoodiano che vive nella mente di chi é capace di sparare a vista. 

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A.A.A. Distrazioni cercasi

Ed eccomi ancora inchiodato di fronte al PC, con le mie tavole da decidrare e nessuna voglia di farlo. Fuori é una bella giornata, anche se tira una gianna pazzesca, e le occasioni di distrazione si accalcano davanti a me, molteplici e seducenti. Potrei scrivere sul mio blog, e lo sto facendo. Ma potrei anche cercare di capire come funziona il Magic Workstation, il che porbabilmente mi riporterebbe nella spirale di perdizione legata a quel dannatissimo gioco, da cui sono fortunosamente uscito anni fa per cause principalmente economiche. La verità é che sono abbastanza studo dell’Università e preferirei non averci più che a fare, ma a quanto pare é solo questione di tempo perché manca solo l’esame di mercoledì prossimo e la tesi, poi assurgerò a quella microscopica percentuale smozzicata di italiani che dopo aver preso una laurea non si sentono soddisfatti e ne prendono un’altra.

Gli studi di biblioteconomia sono andati avanti finora abbastanza bene, forse se non avessi cominciato a lavorare dal giugno del 2004 avrei già concluso, forse starei ancora destreggiandomi fra tirocini (non pagati) e collaborazioni occasionali (pgate in maniera ridicola, quando non vi sia solamente il rimborso spese). Ed ora, quando si intravede il traguardo, mi cedono le gambe. Un po’ perché so già che la laura in Biblioteconomia difficilmente muterà la mia condizione di precario, un po’ perché con poca lungimiranza mi son lasciato l’esame di Paleografia latina per ultimo. I colleghi continuano a ripetermi di non preoccuparmi, che é un esame che si passa, che é andata liscia a tutti e via così. Io però nonstante questa sia la trentesima prova d’esame universitario (contando anche quelli della laura in Lettere) a cui mi sottopongo, non ho perso quell’attitudine tipicamente adolescenziale ad essere nervoso ed intrattabile in prossimità della fatidica data. C’é da dire che sono stato anche peggio di cos’, oh sì. C’é stato l’esame di Legsilazione degli Archivi e delle Biblioteche l’estate scorsa, con il suo codazzo malessere e torcimenti di budella per ogni legge e leggina con la quale mi dovevo confrontare. Il dover confrontarmi con la materia giuridica per me che ho sempre cercato in tutti i modi di tenerla fuori dai miei studi (stupidamente, lo so bene), é stata una tragedia.

Dopo quello, mettermi a decifrare scritture latine dovrebbe essere nulla. Invece niente, oh, non mi schiodo. Continuo a rimbalzare da una parte all’altra con Skype ed ICQ accesi contemporaneamente, chiaramente cullandomi nell’ingenua promessa fatta a me stesso di mettermi sotto il giorno seguente.

Avanti, avanti…

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You, me and everyone we know, breve affresco sull’attrazione

Cominciamo da cosa non mi é piaciuto: ho trovato l’attrice/regista poco convincente nel suo ruolo, che pure definirei molto cliché. La sua “stranezza” mi é sembrata poco credibile e molte sue espressioni forzate al limite della parodia. La scena migliore che la vede protagonista é secondo me quella in cui si vedono solamente i suoi piedi che mimano il corteggiamento, un’idea molto simpatica che già da altri é stata fatta notare.
Anche il padre di famiglia, con quello sguardo da gufo contro cui é stata puntata una torcia, seppure sia più credibile nel suo ruolo, non mi ha particolarmente entusiasmato.
Il miglior attore del film é, a mio avviso, il figlio minore, che é bambino solo nell’aspetto, perché lo sguardo che posa sul mondo e sulla vita delle altre persone é quello di un adulto. Non ricordo di averlo visto sorridere per una scena del film, solo quello sguardo che cerca di comprendere ed interpretare ciò che accade attorno a lui.
L’’altro personaggio che secondo merita menzione a parte é la figlia della vicina! L’espressione mi ha ricordato quella della piccola Christina Ricci all’epoca della Famiglia Addams, forse un pochino più inquietante poiché inquadrata in un contesto “reale”. In riferimento alla sua attività principale, é uno di quei casi in cui trovo qualcosa a tal punto inquietante dal risultare comico. Ragionandoci, forse ci troviamo davanti ad una buona prova di ironia, l’elevazione alla massima potenza del modello “Barbie” ma senza sorriso, il che impedisce la facile equiparazione del personaggio al suddetto modello e lascia allo spettatore l’inquietante domanda “Ma perché lo fa?!”
E’ anche secondo me un film sulle attrazioni “particolari” (se così possono definirsi), dove si cerca di proporre all’occhio dello spettatore situazioni forti attraverso un’ottica che ne stempera l’effetto e le inquadra nella sfera del sentimento più che in quella del desiderio. Di tutti gli approcci “sessuali” dei personaggi del film, paradossalmente quello che maggiormente dovrebbe rappresentare il più esecrabile risulta alla fine essere il più delicato, se comparato con gli altri.
Il sesso inteso come rapporto fisico dal film mi é parso uscirne un po’ male (se non nella porta aperta sul futuro dei due protagonisti), in quanto le sue manifestazioni sono legate ora all’umiliazione (la fellatio), ora a situazioni patetiche (l’amico del padre). In tutto questa situazione, il bacio proibito per me ha rappresentato più l’espressione di una commovente e disperata ricerca d’affetto che altro.

Il risultato é un film gradevole, magari un po’ lento in un paio di scene, ma nel complesso fluido.
Ed un’ultima cosa: il simbolo
))<>(( che nell’ultima scena compare sul manifesto della mostra come logo d’unione fra arte e digitale é semplicemente spettacolare!

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La sposa cadavere, Tim Burton colpisce ancora

E’ sicuramente un buon film, forse non fra i migliori di Tim Burton e di certo non all’altezza di Nightmare Before Christmas.
Tuttavia, il tratto del genio si sente. La differenza di colore fra un mondo dei vivi grigio e triste ed un mondo dei morti colorato e scanzonato é una delle prime cosa che salta agli occhi. I morti, liberati dalle convenzioni e dalla schiavitù terrestre, trascorrono il loro tempo ubriacandosi e ballando sotto gli occhi di un esterrefatto Jhonny Depp (Tim Burton deve averlo assunto a tal punto come parametro di riferimento al punto da disegnare il personaggio principale simile al suo attore preferito).

La gag non mancano e sono anche divertenti e certe espressioni della Sposa sono meravigliose.
Tuttavia, a me é sembrato mancasse qualcosa…una delle caratteristiche di Burton (tralasciando l’osceno Planet od the Apes ) é da sempre stata l’ironia graffiante che egli infonde in ogni suo film. Qui a prima vista l’ironia c’é, ma sforza a palesarsi, forse appesantita da alcuni cliché di troppo (i genitori della promessa sposa di Victor, il pastore) che imprimono al film un percorso tutto sommato piuttosto buonista, forse un po’ troppo buonista rispetto ai Burton precedenti.

Un altro punto debole del film (ma stavolta la colpa é da imputare al doppiaggio) sono secondo me le canzoni. Io non sono mai stato un grande fan di Renato Zero, però devo ammettere che quando Jack Skeleton canta fa il suo effetto.
Qui pare che si sia cercato di ridare quell’effetto, con i protagonisti del film che ogni tanto cantano, tuttavia il doppiaggio (credo) rende le loro canzoni piuttosto stentate (con l’unica eccezione rappresentata dalla canzone che viene cantata nel bar dei morti) e quindi non trascinanti come quelle di Nightmare Before Christmas.

A livello di grafica, chiaramente, rispetto al primo film si son fatti dei passi avanti, e se in alcune sue animazioni Jack Skeleton era troppo legnoso, Victor/Johnny Depp é fluidissimo.
Occhi aperti per le varie citazioni cinematografiche (quella verso la fine mi ha fatto crollare per terra dal ridere) che Tim Burton ha piazzato qua e là.

Posted by in 09:05:47 | Permalink | No Comments »

A history of violence, il pessimismo di Cronenberg

Questo film è stato seguiti da una discussione molto accalorata con un amico che, al contrario di me, ha bocciato decisamente il film, che a detta di lui degenera nel secondo tempo.
Io non mi sento di dare un giudizio negativo, tuttavia ho alcune perplessità.
Partendo dal presupposto che stiamo parlando di un film che ha al centro della sua narrazione la violenza dell’uomo, e considerando che il regista é un certo Cronenberg, é lecito aspettarsi un film decisamente crudi.
Tuttavia é ben noto che anche la tragedia meglio scritta, se spinta all’estremo, sconfina inesorabilmente nella farsa. Proprio per questo ho trovato alcune inquadrature del film decisamente superflue. C’é infatti un che di maniacale, a mio avviso, nel mostrare dettagliatamente il prodotto finito della violenza, indugiando su ferite e spappolamenti che, seppure di una notevole forza visiva, rischiano secondo me di deviare l’attenzione delle spettatore. Voglio dire (sono un pochino stanco e faccio fatica anche io stesso a capirmi), se ci si sofferma sull’atto violento, il messaggio viene secondo me comunque recepito, senza bisogno che poi ci si dilunghi sull’elemento “splatter”. Ma é anche vero che, considerando che ogni film é figlio del regista che lo scrive, questo non fa eccezione e Cronenebrg ci ha messo del suo.
Dalla violenza fisica, il film sembra ad un certo punto diventare quasi documentarsitico nell’illustrarci, successivamente, la violenza nell’atto sessuale (scena molto criticata dal mio compare, ma che per me ha un suo senso logico), che é sia introduzione all’allontanamento del protagonista, sia allo stesso tempo preludio di quella che sarà la fine.
Poi, nella sequenza a Philadelphia, il film secondo me perde. O meglio, diventa altro. Nonostante l’efferatezza delle scene (comunque inferiore a quella già vista nelle precedenti), il regista qui sostanzialmente fa della violenza uno strumento per divertire lo spettatore. In certe scene secondo me é lampante che l’obbiettivo sia proprio questo, e così la catarsi del film diventa in un certo senso anche il suo punto più basso (drammaticamente parlando).
Il film recupera molto nell’ultima scena, sopratutto grazie ai due attori.

Parliamo proprio di loro, ora.

Mortensen, ritornato per una volta ad un cinema in cui non deve né cavalcare né combattere con una spada, si conferma un buon attore, anche se mi é sembrato che il merito sia principalmente di un ruolo scolpito su di lui. Con questo intendo che ho intravisto in lui la nota sindrome Harrison Ford (sindrome di John Wayne per la generazione dei nostri genitori), quella delle due espressioni, una col cappello e l’altra senza cappello. Tuttavia, quell’espressione di uomo calmo ma sempre con un piede già nell’abisso direi che rende molto bene.

Decisamente più brava Maria Bello, salvo per la sua performance da cheer-leader (altra scena che personalmente mi é sembrata inutile e ridondante soprattutto nell’atto sessuale). Riesce a rappresentare con la sua espressione l’evolversi della sua mente, dalla comparsa dei primi dubbi fino alla consapevolezza, per arrivare al finale che secondo me é tutto per lei.

Un po’ cliché (e inutile a mio parere) la parte del figlio, forse perché di fatto lasciata in sospeso.

Nel complesso é un film cupo e che di fatto non concede alcuna speranza. Chi legge nel finale un barlume della medesima secondo me l’ha confusa con la disperata accettazione della violenza come parte dell’uomo, comunicata in uno scambio di sguardi che valgono non come una condanna ad un singolo, ma a tutta l’umanità.

Posted by in 08:59:54 | Permalink | Comments (1) »

Good night and good luck, Clooney ci dà lezioni di giornalismo

Il film attraverso la scelta del bianco e nero, ha sia il valore di testimonianza storica nei confronti dell’opera di Edward R. Murrow  sia la volontà di ritornare alle origini per quanto riguarda la pratica del giornalismo.
Quasi interamente girato in interni bui e angusti e interminabili riunioni di Murrow e dei suoi colleghi, forse eccede in alcuni momenti in una eccessiva idealizzazione della figura del giornalista, ne fa una sorta di difensore civico, una figura che oggi difficilmente potremmo riconoscere.
Io personalmente sono stato abbastanza sedotto dall’atmosfera fumosa di quella redazione radiofonica (del resto l’intento di Clooney credo che possa essere inteso, come ho detto più sopra, dalla celebrazione del giornalismo come passione e ricerca della verità).
Forse come italiani non ne possiamo godere appieno, non avendo vissuto quel periodo nemmeno dall’eco che se ne poteva avere in Italia (immagino che nell’allora incipiente “terrore rosso” Mccarty avrà avuto suoi estimatori anche qui da noi), mentre se consideriamo che ancora buona parte dell’America sostiene la figura del senatore, immagino che le reazioni possano essere state contrastanti.
Per le signorine che vanno a vedere il film in veste di fan di George il Bello, vi dico subto che é complatemente irriconoscibile.
Nonstante un paio di “debolezze” che ho illustrato poco sopra, é certamente un film da vedere, ma tenete presente che é lento, molto molto lento ed in alcuni casi l’attenzione può cedere.
Se siete appassionati della storia americana o anche dei film sul giornalismo, invece, ve lo godrete dall’inizio alla fine, come me.
Posted by in 08:56:02 | Permalink | No Comments »

I segreti di Brokeback Mountain, Ang Lee ci racconta l’omosessualità

Per chi si aspettava un film che ritraesse il nascere di un amore fra due uomini, non vedrà a mio parere soddisfatte le proprie aspettative. Quest’aspetto nel film di Ang Lee é propedeutico alla parte centrale del film, e per questo a mio giudizio piuttosto sbrigativo e troppo affidato alla sequenza “schock”. Dico schock perché da buon eterosessuale non mi sento di poter affermare che vedere due uomini fare l’amore non mi fa né caldo né freddo, mi fa comunque una certa impressione e ritengo che sia abbastanza normale.
Concluso il “prologo” si passa alla vita dei due uomini all’interno delle rispettive famiglie, e qui ho apprezzato molto la recitazione di Michelle Williams, che per me quanto a drammaticità del personaggio non ha nulla da invidiare ai due protagonisti, fino al loro reincontro.

Per tutto il film il rapporto fra Ledger e Gillenhaal é sempre dettato da rituali piuttosto rudi, quasi che il preludio di ogni loro momento di intimità sia sempre una sorta di scazzottata all’americana. Soprattutto per Ledger, il germe del pentimento fa più volte capolino, anche se in alcuni momenti sembra più incentrato sul suo retroterra cattolico che sulle sue responsabilità di padre e marito.
Gilllenhaal, invece, più vulcanico e disinibito, sottraendosi alle responsabilità del proprio ruolo e conducendo una vita agiata sembra quasi potersi “permettere” di essere omosessuale. In alcune parti del film ho trovato il suo personaggio irritante nel non comprendere la situazione e le responsabilità di Ledger.

Il nodo centrale, il rapporto fra i due, non era comunque facile da rappresentare. Io per esempio l’ho trovato fondamentalmente un rapporto in cui prevalgono dinamiche adolescenziali e immature, ma sono ben conscio che la mia visione é bene o male viziata dal fatto che vivo nel 2006 e che l’omosessualità al giorno d’oggi non é più quel taboo che poteva essere negli anni ‘60-’70.
Proprio per questo Ang Lee sembra scegliere la strada del “tutto e subito”, rendendo gli incontri dei due protagonisti del film passionali e violenti, ma é una strada a mio avviso troppo semplice da percorrere e che lascia ben poco all’introspezione, che poi é quello che mi sarebbe piaciuto vedere. Intendiamoci, non che questa manchi, ma per la maggior parte del tempo é più implicita che esplicita, intuibile nell’espressione eternamente spaesata di Ledger o in quella spesso annoiata di Gyllenhaal.

E’ un film diverso, l’avrete capito, da quello che mi aspettavo, ma non per questo non valido. Ang Lee schoccka ma secondo me non riesce a concretizzare poi il tutto in una riflessione, concedendosi anche qualche cliché a mio parere evitabile.

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Ogni cosa é illuminata, un piccolo goiello

Ero un po’ titubante verso questo film, soprattutto per la presenza di Elijah Wood che a me piace ben poco.
Beh, mi devo ricredere. Il film é bello da mozzare il fiato.
La trama vede l’ex Frodo Baggins vestire i panni di un giovane ebreo eccentrico che colleziona “oggetti” (nella più vasta accezione del termine) e decide di ripercorrere la vita del defunto nonno partendo da una fotografia che lo ritrae assieme ad una donna ucraina.
La sua vicenda si intreccia con quella di una famiglia che per sbarcare il lunario fa da guida agli ebrei alla ricerca dei loro parenti nell’Europa dell’est.
Lo spettatore, guidato da una colonna sonora onnipresente che spesso fa le veci del parlato e che presenta sia la muisca folkloristica che richiama Bregovic sia brani più internazionali sapientemente riadattati, affronta insieme ai protagonisti di quella che viene sin dall’inizio definita “ricerca” una vera e propria odissea della memoria, attraversando la storia degli ultimi cinquant’anni vista ora dagli occhi del cittadino americano, ora da quelli del cittadino dell’Europa dell’est.
Qualche macchietta di troppo nella prima parte anche se divertente (c’é un cane psicopatico che prende sistematicamente a testate un frigorifero ), ma ecco che nella seconda metà del film i toni cambiano mano mano che la ricerca volge alla sua struggente conclusione.
C’é un che di picaresco (piacerebbe sicuramente a Kusturica) nel viaggio dei tre protagonisti, fedelmente affiancati dal suddetto cane, mentre emergono i temi dell’olocausto e del conflitto generazionale mentre il personaggio del nonno riacquista progressivamente la memoria di ciò che ha desiderato dimenticare.
Vorrei commentare la bellezza di alcune scene, ma ho paura di rovinare il tutto con uno spoiler e, benché il colpo di scena non abbia poi tutta questa importanza nel film, sarebbe comunque un torto a chi non l’ha visto.

Gli attori:

Elijah Wood interpreta un manichino che vegeta tranquillamente dietro ad un paio di occhiali che gli fanno degli occhi da gufo per buona parte del film, si riprende un pochino nella seconda regalandoci uno o due mutamente d’espressioni ma in sostanza sembra interpretare l’eccentricità come la completa assenza di espressione (il che nell’ambito del personaggio ci sta anche bene, solo che non mi sento di poter dire che da ciò si evidenzi talento).

Stephen Samudovsky, che da FilmTV risulta alla sua prima performance, interpreta il ruolo del vecchio accompagnatore, ed é una maschera di emozioni taciute e tenute segrete. E’ (a mio avviso) il vero protagonista del film, vittima del rifiuto del suo passato che volontariamente rivive approfittando del viaggio. E’ anche il personaggio che più degli altri mi ha commosso, nel suo sofferto ruolo di testimone vivente delle atrocità vissute.

La fotografia é curatissima, in alcuni punti il regista ci regala degli stralci da documentario che tuttavia non stonano con il resto del film. Molto bella l’immagine della casa nel prato dei girasoli.

Per chi decide di vederlo, un avvertimento. Fa male, molto male, e seppure la ricerca raggiunge alfine suo scopo, allo spettatore resta comunque il groppo in gola. Io almeno mi sono commosso molto, e non mi succedeva da tempo.

Posted by in 08:40:04 | Permalink | No Comments »

Munich, Spielberg e la storia

E’ necessaria una premessa. Io sono ESIGENTISSIMO sui film storici, e più vicino é il periodo in essi trattato, più divento inflessibile e rigido.
Quello che mi aspettavo era la spielbergata, il piangi, piangi, piangi, e ancora piangi.
Quello che ho trovato é un film secondo me terribilmente confuso e fantasioso.
Qualcuno (non ricordo chi) nella pagina seguente ha parlato di massacro della storia, ed io sento di poter completamente condividere questo giudizio.
Ineccepibili fotografia e recitazione degli attori (ma con lo Spielberg impagnato questo dato é generalmente dato quasi per scontato), molto belle le scene girate in giro per l’Europa e molto bravo Eric Bana, un po’ troppo cliché ma azzeccato nel ruolo Geoffrey Rush.
Inqualificabile, invece, a mio avviso, la libertà presa dal regista nel romanzare tutta la parte successiva a Monaco.
Se l’obbiettivo é quello di lanciare un messaggio al mondo o anche di puntare il dito contro Israele, come é già stato detto, e decido di perseguire questo mio obbiettivo con un film che prende le mosse da un evento della nostra storia recente, a quello devo attenermi. Se inizio a romanzare, allora i parametri saltano, e il film diventa un’altra cosa. Forse é proprio per questo che io, in genere molto emotivo, non sono riuscito a commuovermi.
Si passa da momenti di introspezione a momenti di action-movie fumettistico, come nella sequenza di Beirut. La lontananza dalla realtà di quelle scene, se comparata con altri dialoghi del film, crea a mio parere una spiacevole dissonanza.
Personalmente ho apprezzato di più alcuni dialoghi, principalmente le battute fra Bana e il terrorista ad Atene, che ho visto come la trasposizione a parole del concetto di jihad, o lo scambio finale fra Bana e Rush con new York sullo sfondo.
Tutto il resto é lavoro di fantasia, ma il problema é che l’evoluzione del personaggio si compie proprio passando per quel “resto”, ed il messaggio finale alla fine viene inficiato proprio da quello.
Qual’é il motivo, mi chiedo, per cui Spielberg ha scelto di dedicare più della metà del film a questa caccia forsennata in giro per l’Europa, al tratteggiamento di quell’ambigua e caritatevole famiglia di mercanti di informazioni capeggiata da un ancora più ambiguo Michael Lonsdale?
Le scene forti? Non direi, l’efferatezza a cui si assiste é più contenuta rispetto ad altre pellicole odierne.
Forse la necessità di una trama, una base su cui posare il proprio messaggio, che é comunque forte e doloroso. Ma instabile, poiché il suo alfiere Eric Bana soffre di qualcosa che non sussite.
E riflettere sul conflitto israelo-palestinese sulla base di elementi non storici mi riesce male.
Poi, nello specifico, mi ha dato molto a noia quello che generalmente negli altri Spielberg ho imparato a sopportare e spesso apprezzare, e cioé il suo essere costanetemente un bambino troppo cresciuto. Mi riferisco ai soliti sprazzi umorisitici (la macchiettà dell’ebreo contabile all’inizio che vuole le ricevute o la scena della radio nella casa ad Atene) e a quel clima da “I quattro dell’oca selvaggia” che aleggia nei confronti fra il gruppo d’azione.
Insomma, troppo, troppo romanzo per un film che parte da uno degli eventi più scioccanti dell’ultimo quanrantennio e che si fa latore di un messaggio quantomai attuale.

Posted by in 08:24:59 | Permalink | No Comments »

Jarhead, i tartari non sono ancora arrivati

Il film di Mendes ci si presenta come a metà fra una fiction ed un documentario, nettamente orientato verso la prima.
Il primo tempo non aggiunge molto al genere, per quanto riguarda l’addestramento FULL METAL JACKET sembra averci già detto tutto. Fin qui, dunque, una veloce riproposizione dei temi del nonnismo e della virilità da caserma filtrata attaraverso l’espressione sempre allucinata di Jake Gyllenhaal, forse uno degli attori più quotati del momento.
Dal secondo tempo in poi ha inizio il film vero e proprio, e cioé l’operazione “Desert Shield”, la difesa dei pozzi di petrolio in Iraq e la successiva “Desert storm”, il contrattacco americano. Chi da questa premessa si aspetta il film di guerra alla BLACK HAWK DOWN sappia che ha sbagliato film.
Mendes ha definito la sua opera (o almeno così mi é stato detta da un’amica) del “sesso senza orgasmo”, ed io, che ho preferito una definizione più letteraria paragonandolo a “Il deserto dei tartari”, devo dire che trovo la prima definizione molto calzante.
In tutto il film c’é una tensione continua e palpabile sui volti dei protagonisti e nei rapporti che li legano, tensione che é destinata a non essere soddisfatta é che dà luogo a manifestazioni di indisciplina e crisi nervose. Forse in questo ho trovato l’aspetto più “documentaristico” del film, perché ci sono molte sequenze che mi hanno dato l’idea di non essere invenzioni di regia, ma testimonianze dirette della vita dei soldati abbandonati nel deserto.
JARHEAD, che é poi il termine per indicare i marines, “testa a barattolo”, in questo sembra anche sollevare il velo pietoso delle menzogne in Iraq. Io qualcosa di quella guerra ricordo, e ricordo bene come si cercò anche qui in Italia di difondere la psicosi anti-orientale già allora (i frutti li stiamo raccogliendo adesso), e ricordo anche la contradditorietà delle notizie date dalla televisione, dove si parlava di avanzate inarrestabili, di combattimenti eroici e di Saddam che era sul punto di essere catturato. A ripensarci adesso non so se ridere o piangere. Quello che invece ci mostra JARHEAD é un gruppo di ventenni isolati in mezzo al deserto, sempre all’erta, sempre pronti nel caso si palesino i tartari, con le mani sempre strette sul fucile, in un’infinita e logorante attesa.
Ci sono un paio di scene meravigliose, fra cui la marcia di Gyllenhaal e di Sarsgaard nella notte illuminata dai pozzi di petrolio in fiamme, uno scenario apocalittico che é un piacere pe gli occhi.
Due parole sugli attori:
Gyllenhaal se la cava egregiamente, anche se qualcuno potrebbe cominciare a chiedersi se il giovane Donnie Darko può offririci qualcosa di diverso da quell’espressione vagamente assente che lo caratterizza anche in film diversi come Moonlight Mile. Nel complesso é per un’ottima prova per Gyllenhaal, vedremo se sarà in grado di continuare a selezionare i film o a cadere nella trappola dei film per (le) teenagers, giacché pare sia molto quotato.
Peter Sarsgaard, comprimario di Gyllenhaal, riesce a comunicarci lo stesso messaggio del collega fossilizzandosi anche lui su un’espressione meno allucinata ma comunque rigida.
Appropriato tutto il resto degli attori che gravitano attorno al protagonista.
 
Insomma, un buon film, che si conclude con un chiaro messaggio sulla difficoltà (impossibilità?) del reinserimento nella vita di ogni giorno dopo la guerra, messaggio affidato alla voce del protagonista prima dei titoli di coda.
Posted by in 08:14:00 | Permalink | Comments (1) »