Monday, February 27, 2006

Aspettavamo Kerouac ed é arrivato Tanguy

Allora, il ragazzo sta bene e per stasera si é insediato in casa della zia, dove, a quanto mi é dato sapere, si sta ingozzando come é normale dopo un viaggio di 714 kilometri. In realtà, vista la situazione, i puristi della beat-generation forse avrebbero qualche osservazione da fare sul fatto che il ragazzo quando parla del suo viaggio cade in ciclihe ripetizione della parola “Kerouac” mentre viene sfamato dai parenti, ma, come lui stesso ha osservato, anche il protagonista di “Sulla strada” torna a casa alla fine del libro. A voi il giudizio sulla validità di tale argomentazione difensiva.

Oggi ha visistato Arezzo (ma solo di passagio, reputo più per incontrare un’amica che per reale interesse, non me ne vogliano gli aretini), poi Orvieto ed infine tirata in autostrada verso Salerno, dove é arrivato in serata. L’uomore é alto, a quantro sembra. Segnaliamo le solite, inevitabili beghe di noi metropolitani che non ci siamo uniti a lui in quest’avventura: Alessandro, che lo ha chiamato in giornata, si é sentito liquidare in fretta perché “stava parlando con un’altra persona”. Eh così va, giri il mondo e ti dimentichi degli amici…

Domani é tutta da vedere. Il nostro eroe cederà alle comodità offerte dai parenti e all’euforia (non documentata) del carnevale salernitano, o seguirà fieramente il suo progetto di viaggiare e si spingerà fino a Taranto, che ha designato (causa presenza altro parente, Kerouac, Kerouac, MAVVAF…) come sua base operativa per la progressiva penetrazione del Mezzogiorno italico? Per chi volesse scommettere sulla seconda ipotesi, vi prendo anche duecento a uno…

Posted by at 23:14:39 | Permalink | Comments (1) »

Emiliani on the road

Mentre mi godo gli ultimi giorni di calma post esame prima di immergermi nella preparazione della tesi di laurea, resi ancora più godibili dalla partenza dei miei cha hanno lasciato la loro parte di casa nella quale io ed Eos, condannati alla convivenza nei nostri 30 mq, ci siamo prontamente accampati, colgo l’occasione per fare un augurio a chi non ne avrebbe nemmeno bisogno.

Il mio amico Stefano, romano di nascita ma emiliano d’adozione, ha pensato bene di prendere la macchina e di partirsene in giro per l’Italia per dieci giorni senza una meta precisa, caricandosi di CD musicali e programmando il viaggio di giorno in giorno.

Costretto dagli obblighi lavorativi a non poter condividere con lui questa sana zingarata, ricordandogli la sua cornutaggine nel non aver incluso Roma nelle sue preregrinazioni (a quanto pare aveva una non meglio precisata paura di perdersi sul GRA), gli auguro un buon viaggio ovunque egli si rechi e mi faccio cronista e commentatore del suo girovagare, offrendo la possibilità agli altri amici di fare lo stesso (o anche di insultarlo o percularlo) su questo spazio.

Ovviamente a me è scattata subito l’amara riflessione che io non posso più permettermi queste fughe all’ultimo minuto, e ne è seguito un leggero accenno di malinconia in ricordo degli Interrail in giro per l’Europa, del si parte per dove non si sa e dello spirito del viaggio come avventura.

Il secondo pensiero è stato il “maledetti universitari”, una formula che mi ritrovo più volte a ripetere (senza cattiveria, ma con molta invidia) da un paio d’anni a questa parte.

In altre parole, o amico Stefano, un cordiale fanculo per avermi ricordato che nonostante la strenua resistenza da me offerta alla cosa, pare che non possa più permettermi di amministrare il mio tempo come avrei potuto fare cinque anni fa. E che nessuno lo chiami “crescere”.

Posted by at 15:21:54 | Permalink | Comments (1) »

Thursday, February 23, 2006

Cronaca di un esame

Alla fine ce l’ho fatta. Sono lieto di annunciare ai pochi e occasionali lettori di questo Blog che in data 22 febbraio 2006 alle ore 17:30 ho ufficialmente concluso gli esami della Scuola di Specializzazione per il diploma da bibliotecario. E’ stata una di quelle giornate sfiancanti in cui alla fine si creano fra gli studenti quei legami di mutuo sostegno per sospingersi incerticamente l’un l’altro finché non si viene chiamati, La giornata, come per me è tradizione in giorno d’esame, comincia alle 6:45, con il primo caffè della giornata consumato in casa mentre fuori è ancora quasi buio. Esco di casa per le 7:30 ed arrivo in facoltà all’apertura delle porte, ore 8.00 Ora, io non so quale parte paranoide o malata di me fra le molte che albergo mi spinga a questo masochistico rituale di essere presente il giorno dell’esame dal momento di apertura dell’università quando, come nel caso di ieri, so bene che l’appello è alle 10. Ma sta di fatto che è dalla prima laurea che faccio così, e avendomi detto bene il più delle volte mi giustifico imputando il tutto alla ben nota scaramanzia italiana. Alle nove, trittico di colleghe in attesa dell’altra bestia nera della facoltà. Legislazione degli Archivi e delle Biblioteche, già da me segnalata come mio principale nemico. Ovviamente, seguendo un metodo già utilizzato e che so funzionare, limo la mia agitazione cercando di tranquillizzare loro, che apprezzano la cosa anche se ad un certo punto si rintanano in uno di quegli angosciosi ripassi crea panico. Inizia un viavai verso il bar, e pigliamoci un caffè, e facciamoci il giro del palazzo, e fumiamoci una sigaretta. Alle ore 10.00 iniziano gli esami. E l’appello? Una professoressa mai vista ci dice con gentilezza che l’appello lo farà l’assistente (che poi è quello che la maggior parte di noi conosce bene come quello più tranquillo avendo frequentato con lui le lezioni di paleografia) quando arriverà, e nel frattempo chi vuole dare l’esame può darlo con lei, con il professore o con un altro assistente. Panico. Un gruppo di studenti con una media di ventisei anni inscena fughe precipitose ogni volta che la porta si apre per un ulteriore candidato. Alcuni si chiudono in aule adiacenti ripassando (lo spettacolo di sei persone chine su una tavola paleografica a leggere tutte seguendo il dito in una sorta di cantilenante balbettio incomprensibile meritava di essere vista), altri si immolano. Io faccio avanti indietro fra i piani, pazzeggio un po’ in aula di informatica e chiacchiero con le colleghe. La mattinata trascorre con una serie di ventisette, ventotto, trenta, lodi, segnata anche dall’arrivo dell’assistente che finalmente fa l’appello. Pausa pranzo. Nel pomeriggio il panico si fa più sensibile. La stanchezza si fa sentire, e mentre il trittico di colleghe passa il suo esame di legislazione e viene in forma smagliante a farmi visita nell’isolamento di un terzo piani semivuoto in cui io ed altre due sventurate abbiamo (colpevolmente) inziato un timido ripasso per comunicarmi il buon esito dell’esame, dall’aula dove ormai è rimasto solo l’assistente ad interrogare iniziano ad uscire i primi trombati. Com’è regola, iniziano a circolare le voci da esame, argomento a cui il buon vecchio Bloch se fosse ancora in vita potrebbe dedicare un saggio ben più lungo di quello sulle false notizie di guerra. Una voce di esame risponde a delle caratteristiche ben precise: 1) è sempre assurda. C’è sempre qualcuno (mai individuabile) a cui durante un esame di storia contemporanea è stata chiesta la battaglia delle Termopili e che è stato bocciato perché non la conoscenza 2) E’ epidemica e immortale. Una volta fuoriuscita, si diffonde con una rapidità spaventosa e diventa argomento di conservazione per gli studenti passati e futuri di quel corso per gli anni a venire 3) E’ a effetto boomerang. Se sarete voi i suoi sadici creatori, vi ritornerà addosso centuplicata e finirete per credergli, anzi, vi convincerete che non siete stati voi i suoi creatori ma che l’avete sentita. Ed ecco spiegata la nascita del “Mi hanno fatto leggere la mercantesca”. Per capire di cosa sto parlando, digitate “mercantesca” su Google e gustatevi il risultato. Terrore. Panico. Io mi arrendo subito, chiudo il libro e mi rifiuto di continuare ad impazzire incrociando le braccia, mentre le mie colleghe si producono in un apprezzabile tentativo di leggere suddetta scrittura, che porta tuttavia all’unico risultato di terrorizzarle. E alla fine…. IL MIO ESAME Ci arrivo abbastanza rassegnato, e mi trovo davanti l’assistente placidamente allungato su due di quelle infernali sedie alfieriane con il bancho girevole che non ti permette di alzarti (quelle su cui si siedono John Belushi e Dan Aykroyd nella mitica sequenza con “La Pinguina” nei Blues Brothers) che fuma sorridendo. Al che dico “Se lo fa lei lo faccio anch’io e gli faccio segno di avvicinarmi il pacchetto di sigarette vuoto che sta usando come portacenere”. Per un attimo mi pare resti spiazzato, ma poi acconsente ridendo, ed esordisce con uno dei suoi più noti cavalli di battaglia per alleggerire la tensione, una nuga da paleografi basata sulla confusione delle lettere S ed F: “Abbaffo il re, viva la forca!” esclama ridendo, ed io prontamente gli rido incontro anche se sarà l’ottava volta che la racconta. L’esame è una specie di prova corale, in cui una signora seduta lungo al parete ogni tanto si rivolge all’assistente e gli fa notare che “certe cose che ha detto (riferito a me) non le sapevo nemmeno io!”, colleghi che entrano e guardano da sopra la mia testa la tavola che sto decifrando, una collega dell’assistente che entra mentre decifro, ci vede entrambi a fumare e laconicamente commenta “Vi arrestano a tutti e due”. Mi dice bene, è una scrittura facile, la leggo senza problemi. Mi fa riconoscere (senza leggerle) un altro paio di sgorbi orizzontali (uno è la temuta mercantesca) mi chiede se mi ricordo quale fosse il mestiere di Brunetto Latini e pare molto soddisfatto del fatto che io in quel momento della vita dell’illustre mentore di Dante ricordassi solo che fosse un sodomita. Qualche domanda sulla storia della scrittura e via. Trenta. Mi alzo con una sensazione di sollievo che mi sta lasciando solamente adesso, mentre com’è tipico del mio carattere mi ripeto che mi ha solo detto bene, che una settimana e mezzo di studio per un esame come Paleografia latina non può bastare…ma stavolta, vivaddio, è bastata. Bene così.
Posted by at 21:17:04 | Permalink | Comments (2)

Tuesday, February 21, 2006

Tre anni a David Irving per aver negato l’Olocausto

Per chi non sapesse di che sto parlando, http://www.repubblica.it/2006/b/sez…ing/irving.html

Ora, questa storia di Irving e della negazione dell’Olocausto non é assolutamente qualcosa di nuovo, ma risale a diversi anni fa, quando lo storico inglese affermava che le camere a gas erano state costruite dopo la guerra e che il numero di ebrei morti nei campi di concentramento era di molto inferiore ai sei milioni.
Non ho mai letto l’opera di Irving e non posso quindi esprimere un giudizio sulla sua analisi storica né sulle fonti attraverso le quali egli ha raggiunto quelle conclusioni.

Mi preme, in questo luogo, focalizzare l’attenzione sul particolare del suo arresto.
Da quanto risulta dall’accusa, Irving di per sé non ha fatto altro che esporre una propria teoria storica, così come io potrei condurre una ricerca personale per arrivare a negare l’esistenza dell’Arcipelago Gulag. E’ incappato però nella legge austriaca, che prevede una simile azione rientrante nel reato di apologia nazismo (definizione che, sulla base di quel che ho saputo delle sue opere, non direi conseguenziale all’affermare che l’Olocausto non c’é stato) ed é stato quindi arrestato e condannato a tre anni di reclusione.
Le parole “reato d’opinione” iniziano a formarmisi nella testa, cautamente trattenute dall’ignoranza delle opere dell’autore, ignoranza a cui ho deciso di rimediare anche perché consapevole che dopo una simile pubblicità le troverò in vendita anche dal lattaio.

Poi mi sono soffermato su un pezzo di Miriam Mafai, sempre sull’argomento. Ve ne allego una parte, giacché non lo trovo sulla versione on-line:

[...] La legge austriaca applicata ieri dal Tribunale di Vienna a David Irving fa riferimento infatti anche a un pericolo, quello della “riattivazione della politica nazionalsocialista” come possibile conseguenza dell’affermarsi e del diffondersi, specie tra i più giovani, delle “tesi negazioniste”. Il pericolo é presente in Germania, dove si fanno diffondendo, recentemente, con la negazione dell’Olocausto, aggressioni e violenze di tipo nazista nei confronti degli immigrati e, tra i giovani, il consumo di musiche e bande che si definiscono “nazirock” incoraggiate dalla NPD, un partito dell’ultradestra. Il pericolo é presente anche in Austria, non solo per il successo, sia pure recentemente ridimensionato, dei populisti alla Haider (che ha sempre minimizzato i crimini nazisti) ma anche per la presenza di una rete di ex-criminali nazisti, mai pentiti e mai incriminati, che godono do oscuri sostegni e complicità. [...]

Fermo restando che giacché ci siamo é lecito chiedersi come mai gli austriaci, che a quanto sembra hanno una legislazione talmente rigida sull’argomento, abbiano concesso la carriera politica ad un Haider, non mi sembra giusto mettere in relazione gli scritti di uno storico (sulla cui validità e obbiettività, tenete a mente, mi concedo il beneficio del dubbio per le ragioni che vi ho già esposto) con il movimento neonazista, in quanto ne risulterebbe un pericoloso precedente.
Avesse Irving manifestato apertamente la sua predilezione per il nazionalsocialismo hitleriano, il discorso sarebbe diverso. Ma così le cose non mi tornano.

Dal canto suo Irving ha ritrattato tutte le sue affermazioni pubblicate. Sempre dal primo link che vi ho fornito:

[...] In realtà già lo scorso dicembre lo storico autodidatta aveva ammesso di essersi sbagliato e di aver trovato, in documenti conservati in archivi a Mosca e Londra, le prove dello sterminio degli ebrei durante il nazismo. [...]

Ceto questa ritrattazione (che comunque pare risalga a dicembre scorso) suona un po’ strana, come é strano scrivere dell’Olocausto tralasciando le prove che ne affermano l’esistenza e che, visto il tema trattato, dubito fossero di difficile accesso per uno storico che stesse conducendo una ricerca.
Il suo é stato definito dalla Corte un “pentimento tardivo”, dove nella parole pentimento ci si riferisce implicitamente alla sussistenza del reato, cosa che sulla base di quanto ho letto ho già scritto che non mi convince a pieno.

Che ne pensate? Magari qualcuno ha anche letto i testi di Irving e sa contribuire in maniera migliore alla questione?

Posted by at 16:15:06 | Permalink | Comments (9)

Sunday, February 19, 2006

TACCA! TACCA!

http://www.repubblica.it/2006/b/sezioni/cronaca/pianta/pianta/pianta.html

 

E sono due. Dopo il tipo che ha sparato 13 proiettili “di avvertimento” uccidendo il ladro che stava tentando di entrargli in casa, ecco la seconda vittima. Stavolta é un tabaccaio che ha imbracciato il fucile contro dei ladri che gli stavano rubando delle piante ornamentali, salvo poi istantaneamente appellarsi alla nuova norma sulla legittima difesa. Mostrando di non aver capito assolutamente nulla della nuova legge.

Vediamo di osservare il punto “incriminato”:

  1. All’articolo 52 (1) del codice penale sono aggiunti i seguenti commi: Nei casi previsti dall’articolo 614 (2), primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

a)  la propria o altrui incolumità;

b)   i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione. La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale.

Cosa ne deduciamo? Ne deduciamo che se io, tabaccaio, colgo di sorpresa dei ladri nella mia proprietà e gli sparo addosso, non posso ASSOLUTAMENTE usufruire delle modifiche al testo legislativo, in quanto come avrei potuto verificare se ci sia stata “desistenza” o “pericolo d’aggressione”? Chairamente gli amanti del far west all’italiana non si pongono il problema e, nel dubbio, premono il grilletto.

Ora, parliamo anche degli sviluppi. Uno di quelli che io vedo come più prossimo é, paradossalmente, a danno della sicurezza dei commercianti stesssi (o delle vittime di furto/rapina in generale). Il malvivente infatti ora sa che il cittadino può sparargli (ove si verifichino i casi previsti dalla modifica al testo legislativo), e sa anche, perché l’ha letto sui giornali, che ci sono stati dei morti “gratuiti” uccisi dai cittadini. Ergo, si premuisce. E’ presumibile che egli, vista la sua attività sia più esperto nell’uso delle armi e spregiudicato della sua vittima, quindi sparerà per primo. Insomma, se questo é il sistema con il quale si vuole diminuire la criminalità, credo che ci sia qualcosa da rivedere. Decisamente.

Nel frattempo, mettiamo un’altra tacca. Un altro che della legge non ha capito nulla ha pensato bene di uccidere una persona e poi di appellarsi ad essa.

C’é da fare un’osservazione però. Questa legge é stata fondalmente una legge elettorale, un tributo ai leghisti che ne erano i principali ispiratori, e che l’hanno strombazzata e sbandierata di fronte alla nazione come una loro conquista. L’informazione su questa legge é stata come al solito inadeguata, roboante di proclami elettorali che velatamente o meno, andavano nella direzione del “ci difenderemo da soli”. Se l’informazione fosse stata più responsabile, questo forse non sarebbe successo.

Ai vari Charles Bronson che mi fanno il discorso “il ladro era lui e se l’é cercata”, “in casa mia faccio quello che mi pare”, ricordo con grazia che FORTUNATAMENTE questa non é l’America, con il suo ampio accesso alle armi e la sua altissima percentuale di morti ammazzati in casa dai familiari stessi.

Nel frattempo, altra morto e altra tacca. Ci chiediamo quanti ancora ce ne vorranno perché il cittadino medio capisca che questa legge, che già considero comunque sballata di suo, non tutela il giustiziere hollywoodiano che vive nella mente di chi é capace di sparare a vista. 

Posted by at 18:25:32 | Permalink | Comments (3)

A.A.A. Distrazioni cercasi

Ed eccomi ancora inchiodato di fronte al PC, con le mie tavole da decidrare e nessuna voglia di farlo. Fuori é una bella giornata, anche se tira una gianna pazzesca, e le occasioni di distrazione si accalcano davanti a me, molteplici e seducenti. Potrei scrivere sul mio blog, e lo sto facendo. Ma potrei anche cercare di capire come funziona il Magic Workstation, il che porbabilmente mi riporterebbe nella spirale di perdizione legata a quel dannatissimo gioco, da cui sono fortunosamente uscito anni fa per cause principalmente economiche. La verità é che sono abbastanza studo dell’Università e preferirei non averci più che a fare, ma a quanto pare é solo questione di tempo perché manca solo l’esame di mercoledì prossimo e la tesi, poi assurgerò a quella microscopica percentuale smozzicata di italiani che dopo aver preso una laurea non si sentono soddisfatti e ne prendono un’altra.

Gli studi di biblioteconomia sono andati avanti finora abbastanza bene, forse se non avessi cominciato a lavorare dal giugno del 2004 avrei già concluso, forse starei ancora destreggiandomi fra tirocini (non pagati) e collaborazioni occasionali (pgate in maniera ridicola, quando non vi sia solamente il rimborso spese). Ed ora, quando si intravede il traguardo, mi cedono le gambe. Un po’ perché so già che la laura in Biblioteconomia difficilmente muterà la mia condizione di precario, un po’ perché con poca lungimiranza mi son lasciato l’esame di Paleografia latina per ultimo. I colleghi continuano a ripetermi di non preoccuparmi, che é un esame che si passa, che é andata liscia a tutti e via così. Io però nonstante questa sia la trentesima prova d’esame universitario (contando anche quelli della laura in Lettere) a cui mi sottopongo, non ho perso quell’attitudine tipicamente adolescenziale ad essere nervoso ed intrattabile in prossimità della fatidica data. C’é da dire che sono stato anche peggio di cos’, oh sì. C’é stato l’esame di Legsilazione degli Archivi e delle Biblioteche l’estate scorsa, con il suo codazzo malessere e torcimenti di budella per ogni legge e leggina con la quale mi dovevo confrontare. Il dover confrontarmi con la materia giuridica per me che ho sempre cercato in tutti i modi di tenerla fuori dai miei studi (stupidamente, lo so bene), é stata una tragedia.

Dopo quello, mettermi a decifrare scritture latine dovrebbe essere nulla. Invece niente, oh, non mi schiodo. Continuo a rimbalzare da una parte all’altra con Skype ed ICQ accesi contemporaneamente, chiaramente cullandomi nell’ingenua promessa fatta a me stesso di mettermi sotto il giorno seguente.

Avanti, avanti…

Posted by at 15:34:00 | Permalink | Comments (2)

You, me and everyone we know, breve affresco sull’attrazione

Cominciamo da cosa non mi é piaciuto: ho trovato l’attrice/regista poco convincente nel suo ruolo, che pure definirei molto cliché. La sua “stranezza” mi é sembrata poco credibile e molte sue espressioni forzate al limite della parodia. La scena migliore che la vede protagonista é secondo me quella in cui si vedono solamente i suoi piedi che mimano il corteggiamento, un’idea molto simpatica che già da altri é stata fatta notare.
Anche il padre di famiglia, con quello sguardo da gufo contro cui é stata puntata una torcia, seppure sia più credibile nel suo ruolo, non mi ha particolarmente entusiasmato.
Il miglior attore del film é, a mio avviso, il figlio minore, che é bambino solo nell’aspetto, perché lo sguardo che posa sul mondo e sulla vita delle altre persone é quello di un adulto. Non ricordo di averlo visto sorridere per una scena del film, solo quello sguardo che cerca di comprendere ed interpretare ciò che accade attorno a lui.
L’’altro personaggio che secondo merita menzione a parte é la figlia della vicina! L’espressione mi ha ricordato quella della piccola Christina Ricci all’epoca della Famiglia Addams, forse un pochino più inquietante poiché inquadrata in un contesto “reale”. In riferimento alla sua attività principale, é uno di quei casi in cui trovo qualcosa a tal punto inquietante dal risultare comico. Ragionandoci, forse ci troviamo davanti ad una buona prova di ironia, l’elevazione alla massima potenza del modello “Barbie” ma senza sorriso, il che impedisce la facile equiparazione del personaggio al suddetto modello e lascia allo spettatore l’inquietante domanda “Ma perché lo fa?!”
E’ anche secondo me un film sulle attrazioni “particolari” (se così possono definirsi), dove si cerca di proporre all’occhio dello spettatore situazioni forti attraverso un’ottica che ne stempera l’effetto e le inquadra nella sfera del sentimento più che in quella del desiderio. Di tutti gli approcci “sessuali” dei personaggi del film, paradossalmente quello che maggiormente dovrebbe rappresentare il più esecrabile risulta alla fine essere il più delicato, se comparato con gli altri.
Il sesso inteso come rapporto fisico dal film mi é parso uscirne un po’ male (se non nella porta aperta sul futuro dei due protagonisti), in quanto le sue manifestazioni sono legate ora all’umiliazione (la fellatio), ora a situazioni patetiche (l’amico del padre). In tutto questa situazione, il bacio proibito per me ha rappresentato più l’espressione di una commovente e disperata ricerca d’affetto che altro.

Il risultato é un film gradevole, magari un po’ lento in un paio di scene, ma nel complesso fluido.
Ed un’ultima cosa: il simbolo
))<>(( che nell’ultima scena compare sul manifesto della mostra come logo d’unione fra arte e digitale é semplicemente spettacolare!

Posted by at 09:37:14 | Permalink | No Comments »

La sposa cadavere, Tim Burton colpisce ancora

E’ sicuramente un buon film, forse non fra i migliori di Tim Burton e di certo non all’altezza di Nightmare Before Christmas.
Tuttavia, il tratto del genio si sente. La differenza di colore fra un mondo dei vivi grigio e triste ed un mondo dei morti colorato e scanzonato é una delle prime cosa che salta agli occhi. I morti, liberati dalle convenzioni e dalla schiavitù terrestre, trascorrono il loro tempo ubriacandosi e ballando sotto gli occhi di un esterrefatto Jhonny Depp (Tim Burton deve averlo assunto a tal punto come parametro di riferimento al punto da disegnare il personaggio principale simile al suo attore preferito).

La gag non mancano e sono anche divertenti e certe espressioni della Sposa sono meravigliose.
Tuttavia, a me é sembrato mancasse qualcosa…una delle caratteristiche di Burton (tralasciando l’osceno Planet od the Apes ) é da sempre stata l’ironia graffiante che egli infonde in ogni suo film. Qui a prima vista l’ironia c’é, ma sforza a palesarsi, forse appesantita da alcuni cliché di troppo (i genitori della promessa sposa di Victor, il pastore) che imprimono al film un percorso tutto sommato piuttosto buonista, forse un po’ troppo buonista rispetto ai Burton precedenti.

Un altro punto debole del film (ma stavolta la colpa é da imputare al doppiaggio) sono secondo me le canzoni. Io non sono mai stato un grande fan di Renato Zero, però devo ammettere che quando Jack Skeleton canta fa il suo effetto.
Qui pare che si sia cercato di ridare quell’effetto, con i protagonisti del film che ogni tanto cantano, tuttavia il doppiaggio (credo) rende le loro canzoni piuttosto stentate (con l’unica eccezione rappresentata dalla canzone che viene cantata nel bar dei morti) e quindi non trascinanti come quelle di Nightmare Before Christmas.

A livello di grafica, chiaramente, rispetto al primo film si son fatti dei passi avanti, e se in alcune sue animazioni Jack Skeleton era troppo legnoso, Victor/Johnny Depp é fluidissimo.
Occhi aperti per le varie citazioni cinematografiche (quella verso la fine mi ha fatto crollare per terra dal ridere) che Tim Burton ha piazzato qua e là.

Posted by at 09:05:47 | Permalink | No Comments »

A history of violence, il pessimismo di Cronenberg

Questo film è stato seguiti da una discussione molto accalorata con un amico che, al contrario di me, ha bocciato decisamente il film, che a detta di lui degenera nel secondo tempo.
Io non mi sento di dare un giudizio negativo, tuttavia ho alcune perplessità.
Partendo dal presupposto che stiamo parlando di un film che ha al centro della sua narrazione la violenza dell’uomo, e considerando che il regista é un certo Cronenberg, é lecito aspettarsi un film decisamente crudi.
Tuttavia é ben noto che anche la tragedia meglio scritta, se spinta all’estremo, sconfina inesorabilmente nella farsa. Proprio per questo ho trovato alcune inquadrature del film decisamente superflue. C’é infatti un che di maniacale, a mio avviso, nel mostrare dettagliatamente il prodotto finito della violenza, indugiando su ferite e spappolamenti che, seppure di una notevole forza visiva, rischiano secondo me di deviare l’attenzione delle spettatore. Voglio dire (sono un pochino stanco e faccio fatica anche io stesso a capirmi), se ci si sofferma sull’atto violento, il messaggio viene secondo me comunque recepito, senza bisogno che poi ci si dilunghi sull’elemento “splatter”. Ma é anche vero che, considerando che ogni film é figlio del regista che lo scrive, questo non fa eccezione e Cronenebrg ci ha messo del suo.
Dalla violenza fisica, il film sembra ad un certo punto diventare quasi documentarsitico nell’illustrarci, successivamente, la violenza nell’atto sessuale (scena molto criticata dal mio compare, ma che per me ha un suo senso logico), che é sia introduzione all’allontanamento del protagonista, sia allo stesso tempo preludio di quella che sarà la fine.
Poi, nella sequenza a Philadelphia, il film secondo me perde. O meglio, diventa altro. Nonostante l’efferatezza delle scene (comunque inferiore a quella già vista nelle precedenti), il regista qui sostanzialmente fa della violenza uno strumento per divertire lo spettatore. In certe scene secondo me é lampante che l’obbiettivo sia proprio questo, e così la catarsi del film diventa in un certo senso anche il suo punto più basso (drammaticamente parlando).
Il film recupera molto nell’ultima scena, sopratutto grazie ai due attori.

Parliamo proprio di loro, ora.

Mortensen, ritornato per una volta ad un cinema in cui non deve né cavalcare né combattere con una spada, si conferma un buon attore, anche se mi é sembrato che il merito sia principalmente di un ruolo scolpito su di lui. Con questo intendo che ho intravisto in lui la nota sindrome Harrison Ford (sindrome di John Wayne per la generazione dei nostri genitori), quella delle due espressioni, una col cappello e l’altra senza cappello. Tuttavia, quell’espressione di uomo calmo ma sempre con un piede già nell’abisso direi che rende molto bene.

Decisamente più brava Maria Bello, salvo per la sua performance da cheer-leader (altra scena che personalmente mi é sembrata inutile e ridondante soprattutto nell’atto sessuale). Riesce a rappresentare con la sua espressione l’evolversi della sua mente, dalla comparsa dei primi dubbi fino alla consapevolezza, per arrivare al finale che secondo me é tutto per lei.

Un po’ cliché (e inutile a mio parere) la parte del figlio, forse perché di fatto lasciata in sospeso.

Nel complesso é un film cupo e che di fatto non concede alcuna speranza. Chi legge nel finale un barlume della medesima secondo me l’ha confusa con la disperata accettazione della violenza come parte dell’uomo, comunicata in uno scambio di sguardi che valgono non come una condanna ad un singolo, ma a tutta l’umanità.

Posted by at 08:59:54 | Permalink | Comments (1) »

Good night and good luck, Clooney ci dà lezioni di giornalismo

Il film attraverso la scelta del bianco e nero, ha sia il valore di testimonianza storica nei confronti dell’opera di Edward R. Murrow  sia la volontà di ritornare alle origini per quanto riguarda la pratica del giornalismo.
Quasi interamente girato in interni bui e angusti e interminabili riunioni di Murrow e dei suoi colleghi, forse eccede in alcuni momenti in una eccessiva idealizzazione della figura del giornalista, ne fa una sorta di difensore civico, una figura che oggi difficilmente potremmo riconoscere.
Io personalmente sono stato abbastanza sedotto dall’atmosfera fumosa di quella redazione radiofonica (del resto l’intento di Clooney credo che possa essere inteso, come ho detto più sopra, dalla celebrazione del giornalismo come passione e ricerca della verità).
Forse come italiani non ne possiamo godere appieno, non avendo vissuto quel periodo nemmeno dall’eco che se ne poteva avere in Italia (immagino che nell’allora incipiente “terrore rosso” Mccarty avrà avuto suoi estimatori anche qui da noi), mentre se consideriamo che ancora buona parte dell’America sostiene la figura del senatore, immagino che le reazioni possano essere state contrastanti.
Per le signorine che vanno a vedere il film in veste di fan di George il Bello, vi dico subto che é complatemente irriconoscibile.
Nonstante un paio di “debolezze” che ho illustrato poco sopra, é certamente un film da vedere, ma tenete presente che é lento, molto molto lento ed in alcuni casi l’attenzione può cedere.
Se siete appassionati della storia americana o anche dei film sul giornalismo, invece, ve lo godrete dall’inizio alla fine, come me.
Posted by at 08:56:02 | Permalink | No Comments »