Ratatouille, la cucina come creatività
Pixar, Pixar sempre e comunque Pixar.
Ogni nuovo film della Pixar per me merita di essere celebrato con il canestrone di popcorn, la bibita con cannuccia e lo spirito di un dodicenne. Ratatouille, l’ultimo gioiello, non fa eccezione. Anzi, va oltre ogni più rosea aspettativa.
E’ un film in cui l’animazione della Pixar ha raggiunto livelli di perfezione, con una cura del particolare impressionante, dalle inquadrature della Parigi notturna alla panoramica sulla cucina del ristorante.
Remì, il ratto con il pallino per la cucina, sembra ispirato in parte a Gonzo dei Muppets ed ogni suo particolare è curato fino all’inverosimile, dalla coloritura del pelo alle espressioni.
Ratatouille è un film dove si ride e ci si commuove mentre si cerca di cogliere le numerosissimi citazioni dai classici del cinema che sono ormai il biglietto da visita dei film di animazione di oggi.
Allo stesso tempo, e questo è un qualcosa in più rispetto alle pellicole precedenti, è una riflessione sulla cucina come processo creativo ed espressione artistica. Sorvolando sulla frase di apertura “…tutti sanno che la cucina francese è la migliore del mondo” all’ascolto della quale la mia esperienza della suddetta francese mi ha fatto pronunciare un romanissimo “maddeché?”, la “cucina di una volta” viene contrapposta al fast-food e alla logica del guadagno uscendone, come in tutte le favole, vincente.
Al di fuori del buonismo, la cui presenza è normale e non stona nel film, il film ci regala personaggi unici, come il critico culinario Anton Ego, inflessibile distruttore di carriere di ristoratori. Proprio questo personaggio dà luogo a due dei momenti migliori del film, l’assaggio della ratatouille e la recensione del ristorante diretto in incognito da Remì.
Il primo momento l’ho trovato particolarmente toccante, sintesi di quella “cucina di una volta” ormai (tristemente) divenuta un luogo comune e graziosamente celebrata nella breve sequenza.
Il secondo è la seconda riflessione del film, quella sul mestiere del critico, in questo caso relativa alla cucina ma applicabile all’esercizio della critica come “mestiere”.
Insomma, i temi sono attualissimi e trattati con garbo, il ritmo del film non cala mai.
Un successo, nella mia modesta opinione il migliore della casa.
Sleuth è un remake di un film del 1972 tratto da una piéce teatrale di Anthony Shaffer. L’originale vedeva Michale Caine nella parte del protagonista contrapposto all’allora già affermatissimo Lawrence Oliver.
Fra le varie critiche rivolte a questo film, la maggior parte riguarda la sua “attualizzazione” rispetto all’originale del 1972; a quanto sembra l’ultima parte del gioco, in cui dai machismi si passa ad un clamoroso e vicendevole outing, è stata inserita solo nel remake, e detta di alcuni appare un po’ forzata. A me invece è sembrata pertinente, anzi, sommamente ironica considerato che fino a quel punto Caine e Law hanno basato la loro contrapposizione sul duello per la donna amata.
Il nuovo film di Carlo Mazzacurati mi ha dato l’idea di un tentativo non riuscito, o comunque riuscito solo a metà. Il regista sembra avere avuto in mente più di un film con La giusta distanza: da una parte il tema dell’integrazione, che fa da sfondo ma non viene mai sviluppato in maniera compiuta; dall’altra una sorta di riflessione amara sul giornalismo, ci cui però non può non colpire la tiepidezza. Infine, verso la conclusione del film, gli elementi del giallo all’italiana. Tutti e tre questi film risultano ben girati e la sceneggiatura regge, tuttavia permane un senso di incompiutezza nel voler comunicare qualcosa di definito allo spettatore, almeno per quello che ho visto io.
Uno dei tormentoni più cari all’odierna destra, quando si fa notare come all’interno di essa gironzolino allegramente personaggio che dovrebbero gironzolare nel cortile di un carcere, é quello di tirare fuori “gli orrori del comunismo”. Consacrati dall’ormai celebre “Libro nero del comunismo”, operazione editoriale/politica infarcita di approssimazioni e inesattezze quando non di plateali cazzate, “gli orrori del comunismo” sono diventati l’argomento preferito dei vari colonnelli, da Storace a Berlusconi stesso.
CITTA DEL VATICANO - “Finiamola con questa storia dei finanziamenti alla Chiesa: l’apertura alla fede in Dio porta solo frutti a favore della società”. Il segretario di Stato Tarcisio Bertone, replica con durezza all’inchiesta sui costi dell’ora di religione. “C’è un quotidiano - lamenta - che ogni settimana deve tirare fuori iniziative di questo genere. (fonte:
L’ho saputo della televisione e ancora rimpiango di essermela persa perché ero fuori città. Mi consolo con le immagini.
Iacopo: Allora Merlino, stasera si va a vedere l’ultimo di Loach, sei dei nostri?
Già da subito si capisce che siamo agli antipodi rispetto a Bread & Roses o Un bacio appassionato. Non esiste riscatto (né giustificazione) per il freddo egoismo con cui Angie tratta le persone che a lei ricorrono come se fossero bestiame, mentre dall’altra parte la dignità si é già persa da tempo. I lavoratori infatti non risentono minimamente di questo trattamento, purché li si paghi.
Era da tutti attesa, ed alla fine la vittoria c’é stata. Una giornata febbrile, il 14 ottobre, nelle Fattoria di Nonna Papera. File di votanti hanno atteso pazientemente di fronte al silos n. 3 per esercitare il proprio diritto.